Libertà di espressione, libertà di stampa: la gestione dei media, secondo Trump

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  Emma Zurru
  26 March 2025
  7 minutes, 51 seconds

AP stands for Associated Propaganda”

Così il post su X con cui Elon Musk, telegrafico ed efficace, dileggia l’Associated Press, agenzia internazionale di stampa con sede negli Stati Uniti, indipendente e non-profit. Un’agenzia storicamente impegnata – e riconosciuta – per essere una fonte di notizie oggettiva, fattuale, apartitica. Il suo manuale di stile è un punto di riferimento globale per il linguaggio del giornalismo, dalle regole di grammatica a quelle di punteggiatura e di esposizione dei contenuti.

L’11 febbraio l’Associated Press ha visto precluso ai suoi corrispondenti l’ingresso nello Studio Ovale della Casa Bianca, il piuttosto piccolo studio ufficiale del Presidente, in occasione della firma di alcuni ordini esecutivi: un contesto in cui i giornalisti hanno modo di porre domande direttamente al Presidente e portare poi al pubblico informazioni in presa diretta sulle sue decisioni.

La ragione dell’esclusione sarebbe legata alla linea editoriale dell’agenzia di stampa rispetto al nuovo nome del Golfo del Messico, oggi Golfo d’America per gli Stati Uniti: l’AP ha dichiarato che avrebbe continuato ad usare il nome originale, ancora utilizzato dagli altri paesi del mondo, poiché ha un pubblico di lettori diversificato e internazionale, per il quale i nomi dei luoghi devono poter essere riconoscibili. Allo stesso tempo, prende atto del nuovo nome scelto da Trump.

La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha dichiarato, rispondendo ad una domanda sull'accaduto, che l’amministrazione Trump ha intenzione di “chiedere conto di eventuali menzogne” diffuse dai media, e che poiché “è un fatto che quella massa d’acqua si chiama Golfo d’America”, è necessario venga chiamato così dagli organi di stampa.

In quella occasione, nella sua dichiarazione sull’accaduto, la redattrice esecutiva di AP Julie Pace denunciava l’esclusione come un evidente ed esplicito attacco al Primo Emendamento della costituzione americana, quello per cui

Il Congresso non promulgherà leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione, o che ne proibiscano la libera professione; o che limitino la libertà di parola, o della stampa; o il diritto delle persone di riunirsi pacificamente in assemblea e di fare petizioni al governo per la riparazione dei torti.

La WHCA e la composizione del pool di stampa

Nella stessa dichiarazione sul ribattezzato Golfo del Messico, Leavitt affermava che “ci riserviamo il diritto di decidere chi entra nello Studio Ovale”, perché si tratta di un invito, un privilegio. In realtà, il pool di giornalisti che ha accesso allo Studio è sempre stato assortito dalla White House Correspondent Association (WHCA), un’istituzione vecchia un secolo che ha sempre voluto garantire una presenza variegata di agenzie di stampa, con l’obiettivo dichiarato di offrire al pubblico testimonianza accurata di ciò che accade dentro la Casa Bianca. Storicamente, le principali organizzazioni a far parte del pool sono state, tra le altre, la CNN, Reuters, l’Associated Press e il New York Times, pur garantendo sempre una rotazione dei corrispondenti.

Il 25 febbraio però le affermazioni di Leavitt sono diventate realtà. La portavoce ha annunciato un cambiamento, radicale e dirompente, nella gestione degli accessi allo Studio Ovale: l’amministrazione Trump sceglierà direttamente chi avrà il permesso di partecipare al pool giornalistico, e quindi di assistere da vicino alle attività del Presidente. La decisione vuole, nelle parole della portavoce, offrire “una sedia [anche] ai nuovi media” che sarebbero stati esclusi per troppo tempo dalla possibilità di entrare alla Casa Bianca, e in questo modo vuole “restituire il potere alle persone d’America”.

Tra i new media Leavitt include un nuovo e potentissimo attore nel “panorama in costante evoluzione dei media”, ancora troppo sottovalutato (almeno nella nostra parte di mondo): si tratta dei molti creator, in particolare podcaster, che si occupano di informazione su piattaforme altre (ad esempio YouTube), con meno limiti e senza rigore apartitico. Gli stessi che, per intenderci, secondo Jeff Bezos oggi sono sufficienti a offrire il contraddittorio che i giornali, a partire dalla sezione delle opinioni del suo Washington Post, non è più necessario ospitino sulle loro pagine.

Nell’ultimo periodo sono stati presenti nello Studio Ovale personaggi come Sage Steel, apertamente trumpiana, e Brian Gleen, distintosi durante l’incontro alla Casa Bianca con il presidente ucraino Zelensky per aver chiesto a quest’ultimo, facendo eco all’irriverenza di Trump, come mai non si fosse vestito in modo più elegante (Zelensky ha deciso di vestire, in ogni occasione pubblica, la tenuta militare finché in Ucraina ci sarà la guerra).

Le reazioni sono di allarme, denuncia, indignazione: giornalisti di diverse testate vedono in una decisione del genere il concreto pericolo di egemonizzare le notizie in senso favorevole – se non fideistico – alla presidenza, e minare l’indipendenza delle informazioni riguardanti la persona più potente d’America. “Questa mossa non restituisce potere alle persone – dà potere alla Casa Bianca” afferma uno dei membri della WHCA.

La Associated Press, Bloomberg News e Reuters hanno pubblicato un comunicato congiunto: “È essenziale in una democrazia che il pubblico abbia accesso alle notizie sul suo governo da una stampa indipendente e libera. Crediamo che ogni passo del governo per limitare il numero di agenzie che accedano al Presidente sia una minaccia a questo principio”.

Il caso 60 Minutes

Il tema degli attacchi alla libertà di espressione e di stampa era già emerso durante la campagna elettorale dell’autunno scorso, quando Trump aveva intentato una causa contro CBS, emittente radiotelevisiva di Paramount Global, accusandola di interferenza elettorale.

Due programmi di CBS, 60 Minutes e Face the Nation, stavano mandando in onda un’intervista del giornalista Bill Whitaker a Kamala Harris, allora opponente politica di Trump; per la stessa domanda del giornalista sui rapporti dell’amministrazione Biden con Israele, i programmi hanno mostrato due risposte diverse dell’ex vicepresidente. Trump sostiene sia stata una scelta deliberata, per dare più spazio ad Harris e favorire il Partito Democratico.

A febbraio di quest’anno la Federal Communications Commission ha avviato un’inchiesta separata, con cui ha richiesto e ottenuto da CBS le trascrizioni e le riprese dell’intervista non editata. Queste sono poi state rese pubbliche, e confermano che gli interventi sulla risposta di Harris sono serviti a riassumere per la televisione una risposta altrimenti troppo lunga. Secondo Trump, piuttosto, troppo confusa.

Nonostante Paramount stia cercando un accordo, a marzo ha chiesto ad un giudice federale di respingere l’azione giudiziaria di Trump (che nel frattempo ha raddoppiato la richiesta di risarcimento, rendendola da 20 miliardi) perché ritiene che con essa si voglia indirizzare il modo in cui l’agenzia può esercitare il suo giudizio editoriale sulle notizie. Si tratterebbe così di un attacco “punitivo” contro CBS e contro le sue scelte editoriali: una violazione del diritto alla libertà di parola.

U.S. Agency for Global Media e la chiusura di Voice of America

A completare il quadro della gestione dei media da parte di questa amministrazione Trump arrivano le parole di Kari Lake, senior advisor di USAGM, l'agenzia federale che supervisiona i media internazionali finanziati dagli Stati Uniti, con cui annuncia importanti tagli ai fondi e la rescissione dei contratti con Associated Press, Reuters e la Agence France-Presse, ritenendoli inutili sprechi economici.

La decisione minaccia il lavoro di migliaia di giornalisti, che hanno ricevuto supporto dal coro di condanne sollevato della Federazione dei Giornalisti e altre associazioni simili.

Poco dopo, una delle più longeve emittenti all’estero sovrintesa dalla USAGM è stata ufficialmente chiusa: Voice of America e alcune stazioni radio a essa legate, come Radio Free Europe/Radio Liberty e Radio Free Asia, sono state sospese per ordine del Presidente.

Voice of America è nata nel 1942, come strumento di contrasto alla propaganda nazista durante la Seconda Guerra Mondiale. Da Praga intanto arriva la proposta, portata in Parlamento Europeo e presa in considerazione dall’Alta rappresentante dell'Unione Europea per gli affari esteri Kaja Kallas, di salvare Radio Free Europe con un finanziamento europeo. L’emittente radio era nata nel 1950 per trasmettere le informazioni oltre la cortina sovietica.

I giornalisti delle emittenti coinvolte sono stati messi in congedo da un giorno all’altro, e ora fanno causa all’amministrazione Trump: la chiusura di VOA sarebbe illegale e la negazione dei finanziamenti senza precedenti.

We are there to tell the story of America” ha detto Kari Lake, “why do we need the agency of the French press to tell that story?” e riassume così il vero centro dell’intera questione: la realtà non è solo fatti, ma è le storie che gli umani raccontano su e di quei fatti. Quando la voce che le narra smette di essere plurale, la realtà diventa propaganda. È significativo pensare che uno dei tanti, simbolicamente infiniti, ordini esecutivi firmati da Trump affermi di voler “Ripristinare la libertà di parola e terminare la censura federale”, citando nel suo testo proprio il primo emendamento: la storia è, di nuovo, una questione di punti di vista; il pericolo sta in un potere che decide quali di essi sono ammessi.

D’altronde chi controlla il passato, recitava uno slogan del Grande Fratello orwelliano, controlla il futuro, e chi controlla il presente controlla il passato.

A cura di Emma Zurru

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Emma Zurru

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