Framing the World è una rubrica di analisi che propone approfondimenti sulle principali dinamiche della politica internazionale. La rubrica è organizzata per aree geografiche — Asia, Americhe, Africa & MENA ed Europa — e ogni settimana offre un focus tematico composto da più contributi coordinati. L’obiettivo è fornire chiavi di lettura chiare e accessibili sui principali sviluppi globali, attraverso il lavoro collaborativo della redazione.
Questo e molto altro nell’ultimo numero di FtW!
L’ombra di Teheran in America
Attraverso l’Asse della Resistenza, un network composto da organizzazioni terroristiche e varie milizie armate islamiche legate a Teheran, l’Iran si è affermato come il maggior sponsor del terrorismo mondiale. Questa strategia di guerra asimmetrica non si limita al Medio-Oriente, ma si estende con modalità diverse in diverse parti del mondo, tra cui il continente americano.
L’organizzazione terroristica più vicina all’Iran è la libanese Hezbollah, la quale ha colpito più volte nell’emisfero occidentale. Nel 1992 e nel 1994 il gruppo, supportato logisticamente dall'Iran, ha messo in atto due sanguinosi attacchi terroristici diretti alla comunità ebraica di Buenos Aires, uccidendo più di cento persone. Sempre nel 1994, l'organizzazione ha fatto saltare in aria un aereo di linea a Panama, uccidendo tutti i passeggeri a bordo, molti dei quali ebrei. Nonostante Hezbollah abbia attenuato il numero di attacchi terroristici con numerose vittime come quelli degli anni '80 e '90, il gruppo continua a dimostrare interesse per potenziali obiettivi in tutta la regione, come dimostrano diverse indagini delle polizie centro-sud americane che hanno portato all’arresto di diverse cellule dormienti dell’organizzazione. Oggi, comunque, la presenza di Hezbollah e di altri gruppi per procura iraniani nelle Americhe è principalmente motivata dalla raccolta fondi per attività globali, in particolare nel Levante.
Un elemento che ha permesso ai gruppi supportati da Teheran di poter portare avanti le proprie attività nell’emisfero americano è anche il rapporto che per anni la Repubblica Islamica ha coltivato con diverse nazioni americane. Su tutte il Venezuela (pre-golpe 2026) e il Nicaragua hanno sempre avuto buonissimi rapporti con Teheran, principalmente in funzione anti-statunitense. Sempre nell’ambito dei buoni uffici tra Iran e governi americani, nel 2021 diversi Paesi dell’Organization of American States (tra cui Messico, Cile e Bolivia) si erano opposti alla designazione di Hamas, altro proxy iraniano, come gruppo terroristico.
In ultima analisi, l’aggravarsi del conflitto in Medio-Oriente, potrebbe rafforzare reti clandestine volte a colpire gli Stati Uniti e i loro alleati in America Latina. Hezbollah continua infatti a mantenere una presenza significativa nella regione della Tripla Frontiera tra Argentina, Brasile e Paraguay, area caratterizzata da una debole penetrazione di intelligence e traffici illeciti. Inoltre, in diversi Paesi latinoamericani, architetture criminali vicine all’Iran hanno dimostrato di poter collaborare con organizzazioni narcotrafficanti e network di contrabbando locali, creando canali utili al finanziamento delle operazioni mediorientali e alla costruzione di capacità operative nel continente.
Il rischio principale in uno scenario di spillover del conflitto in Iran nel continente americano, dunque, riguarda il consolidamento di ecosistemi criminali e reti di influenza già in essere, rendendoli ancora più difficili da smantellare.
Giovanni Ferrazza
Le Americhe a fronte di una crisi energetica e economica
Il conflitto in corso in Iran iniziato nei primi mesi del 2026 ha innescato quello che l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha definito “la più grande interruzione dell’offerta petrolifera della storia”. Sebbene geograficamente distante, il continente americano sta subendo ripercussioni profonde, oscillando tra crisi inflattive e nuove opportunità strategiche.
La chiusura dello Stretto di Hormuz ha rimosso dal mercato circa il 20% della fornitura globale di greggio e GNL (gas naturale liquefatto). Negli Stati Uniti questo ha portato a un aumento del prezzo della benzina, che ha superato la soglia psicologica di oltre 4 dollari al gallone ($4.50), fomentando il malcontento sociale. L’America Latina registra un impatto che ha addirittura maggiori conseguenze. Paesi storicamente importatori, come il Cile, si sono trovati a dover affrontare prezzi insostenibili drenando le riserve valutarie e ad aumentare i prezzi della benzina oltre il 54%. D’altro canto, il Brasile, nazione esportatrice (che comunque importa abbondanti quantità di diesel) si trova a dover rallentare il ritmo dei tagli ai tassi d’interesse, a seguito delle preoccupazioni globali sull’inflazione. Questi tagli portano a un soffocamento della crescita e hanno numerosi effetti fiscali, incrementando il rapporto tra debito e prodotto interno lordo.
Oltre all’energia, il conflitto ha colpito un altro settore pilastro dell’economia americana: l’agricoltura. L’Iran e i paesi del Golfo sono acquirenti cruciali dei prodotti americani, quali mais, oli vegetali e semi di soia. La perdita di guadagni derivanti dal fatto di tali acquisti “mancati” si somma alla mancanza di fertilizzanti, il cui commercio si è drasticamente ridotto a seguito dell’inizio della crisi, minacciando in modo drammatico la produzione agricola dell’intero continente, colpendo maggiormente le aree più povere. A livello macroeconomico, l’instabilità sta spingendo la Federal Reserve a mantenere i tassi d’interesse elevati per contrastare l’inflazione che negli USA ha toccato il picco del 3,8% ad aprile 2026.
In conclusione, sia il Nord America che il Sud si trovano a dover far fronte a una situazione economica e finanziaria particolarmente difficile, con l’intero continente che si scopre vulnerabile a una crisi che non è solo energetica, ma sistemica. La guerra in Iran sta riscrivendo le rotte del commercio globale, portando il continente americano a una necessaria accelerazione verso l’indipendenza energetica.
Bianca Colli
La crisi in Iran ha creato una spaccatura diplomatica in America
Sebbene non sia stato direttamente colpito dalle tensioni in Medio Oriente e dalla guerra tra Stati Uniti e Iran, il continente latinoamericano è entrato in una fase di forte tensione diplomatica nei confronti di Washington, suddividendosi in tre differenti blocchi: filo-statunitensi, antiamericani e neutrali.
Tra i governi più vicini agli Stati Uniti si distinguono sicuramente l’Argentina di Javier Milei, il quale condivide con Trump posizioni ultra-liberiste, anti-Cina e anti-Iran; i due Stati, inoltre, hanno aumentato l’attenzione verso le reti di Hezbollah presenti nella cosiddetta “tripla frontiera” tra Argentina, Brasile e Paraguay. L’El Salvador del Presidente Nayib Bukele che nel corso degli ultimi anni, nonostante il forte avvicinamento alla Cina, ha rafforzato anche i rapporti con gli Stati Uniti di Trump soprattutto in merito alla lotta alla criminalità e all’immigrazione. Anche il Paraguay mantiene relazioni storiche con Washington, in particolare con l’ala repubblicana su questioni concernenti la sicurezza e il riconoscimento dello Stato di Israele. Infine, l’Ecuador del Presidente Daniel Noboa si è avvicinato a Trump col fine di contrastare il narcotraffico, la criminalità organizzata e l’influenza cinese. Al contrario, Paesi come Venezuela, Cuba e Nicaragua hanno condannato apertamente i bombardamenti americani contro l’Iran, definendoli una violazione del diritto internazionale. In effetti, questi Paesi detengono col governo iraniano delle strette relazioni economiche nel settore energetico e della cooperazione strategica. Inoltre, le relazioni tra questi tre Paesi e gli Stati Uniti sono compromesse da anni, e Trump non ha fatto altro che peggiorare la situazione con l’arresto di Maduro e il blocco energetico su Cuba.
Al contrario, Brasile, Messico, Cile e Colombia hanno adottato una posizione più prudente. Pur criticando l’uso unilaterale della forza da parte degli Stati Uniti, hanno evitato uno scontro diretto. Il Brasile, in particolare, ha cercato di difendere il multilateralismo e i rapporti con i BRICS, evitando di compromettere le proprie relazioni economiche con Iran e Cina.
Tutto ciò dimostra come le tensioni storiche e le rivalità strategiche con la Cina si ripercuotono anche sui rapporti diplomatici all’interno del continente americano, anche in un caso come quello appena descritto in cui gli Stati, seppur non direttamente coinvolti, rimangono polarizzati.
Valeria Guida
Il conflitto in Iran e gli effetti sulle società civili americane.
Oltre a incidere in settori più tecnici come quello energetico, politico ed economico, il conflitto in Medio Oriente ha avuto un forte impatto anche sul dibattito politico e sull’opinione pubblica. In una realtà satura di informazioni come quella odierna, la percezione collettiva di un conflitto diventa essa stessa un indicatore di consenso da mantenere dalla propria parte. Un esempio lampante è rappresentato dalla guerra in Ucraina e dai numerosi tentativi del Cremlino di orientare a proprio favore la percezione della collettività europea.
Ma in che modo l’attacco israelo-statunitense ha inciso sulle società americane? Partendo dagli Stati Uniti, questi rappresentano probabilmente l’esempio per antonomasia di una collettività polarizzata e contrapposta, in cui la dinamica bipartitica tra democratici e repubblicani ha da sempre modellato i rapporti interni al tessuto sociale. Più nello specifico, si può osservare come l’area politica vicina al Presidente Trump sostenga l’intervento in Iran, anche alla luce dei successi ottenuti in Venezuela, interpretando l’operazione Epic Fury come simbolo della supremazia statunitense e del ruolo degli Stati Uniti quali garanti degli equilibri di potere nella regione. D’altro canto, l’opposizione democratica vede nell’interventismo l’ennesima contraddizione del 47esimo presidente, criticato per la non corretta pianificazione degli attacchi e per gli enormi costi del conflitto. In conclusione, è certo che le conseguenze della guerra nel Golfo stanno avendo, e continueranno ad avere, ripercussioni macroeconomiche tali da incidere su problematiche come l’inflazione e l’aumento dei costi energetici, temi verso cui la società statunitense è particolarmente sensibile. È dunque il fattore temporale l’elemento che potrebbe maggiormente innervosire l’opinione pubblica americana.
Spostando l’attenzione più verso sud, si può osservare come in America Latina vi sia un’eterogeneità politica ancora più accentuata. In Messico il conflitto in Iran è inizialmente apparso lontano ed estraneo, ma anche qui, come nel resto del globo, le conseguenze legate all’aumento del prezzo del greggio stanno iniziando a farsi sentire. In questo momento il Paese azteca sta vivendo un notevole periodo di stabilità politica: per la prima volta in trent’anni, la presidenza Sheinbaum ha registrato tassi di approvazione vicini all’80%, risultati eccezionali per una delle regioni più instabili del mondo. Questo equilibrio politico ha favorito una riappacificazione sociale percepibile anche rispetto alla questione iraniana. In linea generale, la presidenza Sheinbaum si è sempre mostrata critica nei confronti delle politiche trumpiane e, di conseguenza, anche la popolazione sembra reagire allo stesso modo, mantenendo un atteggiamento critico e diffidente verso l’interventismo statunitense.
Casistica totalmente opposta è rappresentata da Buenos Aires. La presidenza, fortemente filoamericana e in particolare filoisraeliana, si trova al centro di una forte critica pubblica da parte di una società che si sente completamente agli antipodi di un conflitto percepito come estraneo. La popolazione argentina, provata da oltre un decennio di crisi economica, guarda con diffidenza alla vicinanza del presidente Milei a Israele, contribuendo ad alimentare un clima di tensione e precarietà politica per il Paese, storicamente non nuovo a questo tipo di instabilità.
Lucas Torres
Framing The World è un progetto ideato e creato grazie alla collaborazione di un team di associati di Mondo Internazionale.