Mario Draghi, competitività europea e la governance delle asimmetrie sistemiche

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  Eleonora Strano
  26 August 2025
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L’Unione Europea costituisce un ordinamento fondato su asimmetrie strutturali che ne condizionano il funzionamento interno e la capacità di proiezione esterna. Mario Draghi ha interpretato e tematizzato tali asimmetrie in fasi distinte della sua esperienza istituzionale, dalla gestione della Banca Centrale Europea alla guida del governo italiano, fino al recente incarico della Commissione volto a delineare una strategia per la competitività europea. Le sue analisi, culminate nell’intervento di Barcellona e nel discorso di Rimini del 22 agosto 2025, configurano l’asimmetria non come anomalia contingente ma come categoria costitutiva della costruzione europea e della sua collocazione nei nuovi equilibri geopolitici.

La prima e più evidente asimmetria è di natura monetaria. L’introduzione dell’euro senza un bilancio federale ha determinato un divario tra unione monetaria e politiche fiscali nazionali, rendendo la stabilità del sistema dipendente dall’azione di un’istituzione tecnocratica priva di pieno mandato politico. Nel 2012 Draghi colmò questa frattura con il “whatever it takes”, esercitando un potere che eccedeva la dimensione tecnica per assumere valenza politica. Tale passaggio ha reso manifesta la tensione tra input e output legitimacy individuata da Scharpf: l’Unione garantisce stabilità funzionale ma senza un corrispondente livello di legittimazione democratica. L’asimmetria tra potere esercitato e controllo politico non è stata superata, ma semplicemente gestita attraverso la credibilità individuale e la flessibilità interpretativa delle competenze istituzionali.

Una seconda asimmetria si colloca nei rapporti interni fra Stati membri. La governance economica europea riflette l’egemonia regolativa delle economie centrali, in particolare Germania e Francia, a scapito dei Paesi periferici che hanno sostenuto i costi maggiori delle politiche di aggiustamento. L’azione di Draghi come presidente della BCE e successivamente come capo di governo ha attenuato ma non eliminato questa divergenza strutturale. Essa corrisponde a quanto Moravcsik definisce “intergovernmental bargaining”: l’integrazione europea non produce omogeneità, bensì incorpora e istituzionalizza rapporti di forza asimmetrici.

Nella fase attuale l’asimmetria si manifesta soprattutto a livello geopolitico. Draghi ha sostenuto che l’Unione non può più illudersi che le sue dimensioni economiche generino automaticamente potere politico. L’asimmetria tra capacità regolativa e influenza internazionale si articola in almeno tre campi. La dipendenza energetica da Russia e Medio Oriente ha mostrato quanto la vulnerabilità delle catene di approvvigionamento si traduca in perdita di autonomia politica, imponendo una transizione energetica comune come risposta integrativa. La subordinazione tecnologica a Stati Uniti e Cina evidenzia una condizione di interdipendenza asimmetrica, nel senso elaborato da Keohane e Nye, in cui i flussi di beni e conoscenze non producono solo benefici reciproci ma anche vulnerabilità differenziali sfruttabili come leve di pressione. La dipendenza strategica dalla NATO, infine, riproduce un’asimmetria di sicurezza che limita la capacità autonoma di definire e perseguire interessi europei, mantenendo l’UE in una posizione ancillare rispetto a Washington.

Il discorso di Rimini del 2025 ha reso esplicita la diagnosi: lo scetticismo nei confronti dell’Unione non riguarda i suoi principi fondanti, bensì la sua incapacità di difenderli. L’asimmetria tra valori proclamati e strumenti operativi erode la legittimità interna e riduce il peso esterno. Da questa constatazione deriva la proposta di un’agenda centrata sull’autonomia strategica. L’autonomia non viene intesa come autarchia, ma come capacità di ridurre le dipendenze critiche e negoziare in condizioni di parità con le altre potenze sistemiche.

Il rapporto sulla competitività europea, presentato da Draghi il 9 settembre 2024, ha rappresentato la prima sistematizzazione di questa visione. In esso, l’asimmetria viene riformulata come condizione strutturale da trasformare in leva istituzionale: non una debolezza da colmare, ma un disequilibrio da governare attraverso centralizzazione selettiva e nuovi strumenti di policy. Le raccomandazioni hanno incluso l’istituzione di una politica industriale comune orientata alle tecnologie critiche, l’introduzione di strumenti finanziari permanenti in grado di sostenere investimenti transnazionali, e il rafforzamento del coordinamento nella difesa per superare la frammentazione degli apparati militari nazionali. In questa prospettiva, la vulnerabilità tecnologica diventa incentivo a investimenti comuni, la dipendenza energetica stimolo alla transizione verde, la subordinazione militare pressione per la costituzione di una capacità di difesa europea autonoma.

Il contributo di Draghi consiste nell’aver trasformato l’asimmetria in categoria analitica e programmatica. L’asimmetria non è errore di progettazione, ma condizione strutturale. L’Unione Europea nasce e si sviluppa su squilibri permanenti: tra moneta e Tesoro, tra centro e periferia, tra mercato e potere, tra principi e capacità operativa. Il problema è la gestione di tali squilibri e la loro eventuale trasformazione in strumenti di rafforzamento dell’integrazione.

In prospettiva, la lettura draghiana implica che l’Europa debba accettare l’asimmetria come dato costitutivo e allo stesso tempo come leva per sviluppare nuove istituzioni. La stabilità futura dipenderà dalla capacità di convertire la condizione asimmetrica da segno di debolezza a fattore di potenza. La geopolitica europea, nella visione di Draghi, non può che configurarsi come geopolitica dell’asimmetria gestita: solo riconoscendo e governando squilibri interni ed esterni l’Unione potrà affermarsi come soggetto rilevante nell’ordine multipolare.

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Eleonora Strano

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