Oltre il mito della start-up nation: innovazione tecnologica e apparato militare in Israele

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  Sarah Azzurra Spada
  20 May 2026
  3 minutes, 26 seconds

Israele si presenta al mondo attraverso una formula ormai diventata celebre: start-up nation. L’immagine che il Paese promuove è semplice e immediata: una “Silicon Valley del deserto”, una “Hong Kong del Levante”, un centro di innovazione e tecnologia avanzata circondato da instabilità regionale. Alla vigilia del 7 ottobre, il settore high-tech israeliano contribuiva a oltre il 20% del PIL nazionale e impiegava circa 400.000 persone; nel 2023, inoltre, le startup del Paese avevano raccolto circa 10 miliardi di dollari. Tuttavia, la start-up nation non rappresenta soltanto un successo economico. Si tratta anche di una precisa costruzione narrativa e propagandistica attraverso cui Israele proietta all’estero l’immagine di uno Stato moderno, democratico e tecnologicamente all’avanguardia, spesso lasciando in secondo piano il profondo legame tra innovazione civile, apparato militare e occupazione. Il topos della start-up nation è infatti una parte fondamentale dell’hasbara, termine ebraico che significa letteralmente “spiegazione”, ma che nel contesto politico indica anche una strategia di comunicazione orientata a influenzare la percezione esterna e a sostenere una narrazione favorevole allo Stato di Israele.

Ora, il settore del tech e quello della difesa, lungi dall’essere compartimenti stagni, sono strettamente collegati. Per comprendere meglio l’essenza di questa relazione è utile fare riferimento al concetto di dual-use technologies, cioè tecnologie a doppio uso. Secondo la definizione della Commissione europea, i beni, i software e le tecnologie dual-use sono quelli che possono essere impiegati sia in ambito civile sia in ambito militare. È un punto decisivo, perché nel caso israeliano il confine tra innovazione civile e applicazione militare appare particolarmente labile: strumenti pensati per la sicurezza nazionale finiscono spesso per trasformarsi in prodotti commerciali globali, e viceversa.

È ormai evidente che lo Stato israeliano investe ingenti somme di denaro nel sostegno alle start-up, soprattutto nei settori ritenuti strategici. L’obbiettivo è rafforzare l’innovazione laddove essa può avere ricadute concrete sulla vita del Paese, dall’agricoltura alla medicina, dalla tecnologia alla difesa.

L’esempio più lampante dello stretto collegamento tra le due sfere è l’Unità 8200, forse la più celebre all’interno dell’IDF. Si tratta di un’unità di intelligence cibernetica che ha la reputazione di formare alcuni dei migliori esperti di cybersecurity al mondo. Le sue attività comprendono operazioni di sorveglianza, raccolta di intelligence e intercettazione di comunicazioni, in particolare nei confronti dei territori palestinesi occupati, tra Cisgiordania e Gaza. Durante i conflitti, inoltre, l’unità opera a stretto contatto con i comandi militari e utilizza strumenti tecnologici avanzati per analizzare enormi quantità di dati, monitorare obiettivi e supportare le operazioni sul campo. Il reclutamento avviene tra giovani, spesso appena usciti dal liceo, attraverso programmi specifici rivolti a studenti particolarmente promettenti in ambito tecnologico. E la rete di rapporti creata nell’unità continua anche dopo il congedo. Molti ex membri finiscono nel mondo del business e fondano start-up proprie, specialmente nei campi della cybersecurity e dell’intelligenza artificiale. Il risultato è un flusso continuo tra esercito e impresa privata, che contribuisce a normalizzare la centralità dell’apparato militare all’interno del settore tecnologico israeliano.

Per comprendere pienamente l’insistenza israeliana nei confronti dell’high-tech e dell’immagine della start-up nation è bene sollevare un punto fondamentale. Il successo tecnologico di Israele non è solo il frutto di una politica industriale, è in primis figlio della sua costante percezione di minaccia esistenziale. Sin dalla sua fondazione, nel 1948, Israele si rappresenta e desidera essere rappresentato come uno Stato eternamente sotto attacco, circondato da attori ostili e impegnato nella propria sopravvivenza. È anche questa narrativa di perenne stato di vulnerabilità a spiegare l’urgenza israeliana nei confronti dell’avanguardia tecnologico-militare.

La start-up nation, dunque, non può essere letta soltanto come un modello economico di successo, ma anche come il prodotto di una società profondamente securitaria, in cui innovazione tecnologica e potere militare vanno sempre più a confondersi.

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Sarah Azzurra Spada

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