Perché l'alleanza tra USA e Israele perdura nonostante le difficoltà?

  Articoli (Articles)
  Redazione
  22 April 2026
  5 minutes, 32 seconds

A cura del Dott. Pierpaolo Piras, studioso di Geopolitica e componente del Comitato per lo Sviluppo di Mondo Internazionale APS

Israele e gli Stati Uniti mantengono una stretta alleanza da decenni.

La loro recente campagna aerea congiunta in Iran ha sottolineato ancora una volta la profondità di questa partnership. Tuttavia, sebbene la solidità del loro rapporto sia ampiamente riconosciuta, le ragioni che lo sottendono rimangono ancora oggetto di dibattito. Al cui centro si pone la questione cruciale se il sostegno degli Stati Uniti a Israele sia guidato principalmente da forze politiche interne, in particolare da note organizzazioni di lobby come l'American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), o se rifletta imperativi strategici più ampi all'interno della politica estera statunitense. Anche laddove le azioni israeliane rischiano di innescare un'escalation o complicano i rapporti diplomatici, il sostegno degli Stati Uniti rimane intatto, fondato su una più ampia convergenza di interessi incentrata sul mantenimento del predominio regionale.

L'AIPAC si staglia da decenni come protagonista indiscusso, suo peso e impatto scolpiti nelle cronache della politica americana.

Nata negli anni '50 dall'American Zionist Committee for Public Affairs, l'AIPAC ha saputo trasformarsi in un vero e proprio colosso del lobbying, capace di influenzare la rotta della diplomazia e delle relazioni bilaterali. Nel corso degli anni '70, è stata artefice di sostegni militari ed economici di portata storica verso Israele, nonché di interventi decisivi sui processi legislativi, imprimendo un marchio indelebile nella storia dei rapporti tra i due paesi. Stando ai documenti del Congresso, il sostegno americano a Israele si traduce oggi in circa 3,3 miliardi di dollari l'anno destinati al comparto militare e altri 500 milioni per la difesa missilistica. L'AIPAC, ben radicata nei circuiti politici di entrambi gli schieramenti, si è dimostrata ago della bilancia, garantendo la continuità di questo sostegno come se fosse la linfa vitale di un rapporto imprescindibile. Tuttavia, la narrazione che attribuisce all'AIPAC la capacità di dettare l'agenda di Washington, rilanciata lo scorso marzo dall'ex funzionario antiterrorismo Joe Kent durante le sue dimissioni dall'amministrazione Trump in segno di protesta contro la guerra in Iran, rischia di essere una lettura fuorviante dei delicati equilibri di potere della capitale americana. Molti esperti infatti sostengono che il legame tra Washington e Gerusalemme prenda linfa principalmente dall'importanza strategica riconosciuta a Israele come risorsa fondamentale per gli interessi americani, più che dall'azione delle lobby. L'AIPAC non avrebbe quindi inventato il consenso, ma si sarebbe accreditata proprio perché ha saputo interpretarlo e rafforzarlo.

Questo patto strategico affonda le radici nella Guerra Fredda.

La fulminea vittoria di Israele nel conflitto dei Sei Giorni del 1967, contro una coalizione di paesi arabi sostenuti dall’URSS, fece emergere la funzione di Israele come alleato imprescindibile per la proiezione degli interessi statunitensi nel Medio Oriente. Da quel momento, Israele divenne per i policy makers USA un vero pilastro della strategia mediorientale: una barriera contro l'espansione delle potenze rivali, una leva per la proiezione di influenza globale e una pedina fondamentale per la stabilità di una regione cruciale per le forniture energetiche mondiali.Questa visione divenne parte integrante della dottrina americana alla fine degli anni '60, portando a un'impennata nelle forniture di armi e tecnologia militare, con Washington che fornì a Israele, sotto la presidenza Johnson, aerei e strumenti bellici d'avanguardia – tra cui i celebri F-4 Phantom. Anche la cooperazione in ambito di intelligence si fece più stretta e sistematica.

La credibilità di Israele come risorsa strategica per gli Stati Uniti si consolidò ulteriormente negli anni '70.

Nel 1970, gli Stati Uniti chiesero a Israele di essere pronto a intervenire in Giordania, a sostegno del governo locale contro l’OLP: il semplice dispiegamento di truppe al confine e la presenza di caccia nei cieli bastarono a dissuadere la Siria dall’intervenire, confermando la centralità di Israele nella scacchiera mediorientale. Durante la guerra dello Yom Kippur nel 1973, ancora una volta contrapposta all’URSS, gli Stati Uniti organizzarono un ponte aereo colossale per i rifornimenti militari a Israele. Fu il sigillo definitivo: la sicurezza israeliana era ormai intrecciata a doppio filo con la strategia americana.

Dagli anni '70 in poi , Israele venne integrato in una complessa architettura di sicurezza regionale orchestrata da Washington, insieme a Egitto e Giordania. Gli accordi di Camp David del 1978 e il trattato di pace tra Egitto e Israele del 1979 segnarono l’ingresso dell’Egitto nell’ordine regionale sostenuto dagli USA, preludio a esercitazioni militari congiunte, dislocamento di equipaggiamenti e intensificazione della cooperazione difensiva. Anche la storia recente dimostra la preminenza della strategia sugli interessi di lobby: la decisione del presidente Reagan nel 1981 di vendere aerei da ricognizione avanzati all’Arabia Saudita fu presa nonostante le proteste vivaci delle organizzazioni filo-israeliane. Quando la posta in gioco è lo scacchiere strategico, la ragion di Stato americana prevale. Gli accordi formali hanno cementato la solidità dell’alleanza: il memorandum d’intesa del 2016 ha destinato 38 miliardi di dollari in aiuti militari su dieci anni, mentre gli scambi commerciali tra i due paesi sfiorano i 50 miliardi all’anno. La collaborazione si estende ai settori scientifico, tecnologico, industriale e all’intreccio nelle organizzazioni internazionali: una rete fitta e multiforme, difficile da ridurre al solo peso delle lobby.

Nel presente, Israele continua a influenzare gli equilibri regionali con le sue operazioni a Gaza, in Libano e Iran, e ha di fatto eroso il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran colpendo obiettivi di Hezbollah in Libano. Questi eventi sollevano interrogativi: il principio chiave dell’alleanza – Israele come garante della stabilità regionale in funzione degli interessi USA – è ancora valido? O la base del sostegno americano vacilla, messa a dura prova da un Medio Oriente sempre più instabile? In realtà, i continui raid israeliani in Libano non minano l’alleanza, bensì la mettono a nudo: Israele ha dichiarato che il Paese dei Cedri non era parte del cessate il fuoco, una posizione sostenuta anche da Trump e dal vicepresidente JD Vance. Entrambi hanno ribadito il diritto di Israele a colpire Hezbollah, con Trump che ha liquidato il conflitto libanese come una “scaramuccia separata”. Questo atteggiamento, lungi dal riflettere dissenso, rivela la natura di un rapporto asimmetrico: gli Stati Uniti disegnano il quadro strategico, Israele si muove al suo interno.

Piuttosto che incrinare il sodalizio, questi sviluppi ne confermano la tenuta.

Anche quando le azioni di Israele rischiano di complicare la diplomazia o di innescare escalation, il sostegno americano non vacilla: poggia su una convergenza di interessi ampia e profonda, che ha come stella polare la tutela del predominio regionale.

Share the post

L'Autore

Redazione

Tag

USA Israele