Per capire quanto sia diventato strategico il cibo per la Cina basta partire da una contraddizione. Il Paese che ha costruito alcune delle filiere tecnologiche più avanzate al mondo continua a incontrare difficoltà nel garantire la sicurezza degli alimenti che arrivano sulle tavole.
Un recente articolo dell'Economist ha riportato l'attenzione su questo paradosso partendo da uno scandalo cinese avvenuto in agosto: alcuni operatori della filiera avrebbero utilizzato formaldeide per mantenere più a lungo la freschezza della verdura. La sostanza, classificata come cancerogena per l'uomo, non è autorizzata come conservante alimentare. Da qui nasce l'interrogativo: come è possibile che una potenza tecnologica come la Cina continui a incontrare problemi di sicurezza alimentare , ossia di sicurezza e salubrità degli alimenti?
In realtà, la questione è più ampia. La Cina considera da tempo la propria sicurezza alimentare una debolezza strategica. Garantire un approvvigionamento sufficiente e stabile a una popolazione di circa 1,4 miliardi di persone è una priorità politica che affonda le sue radici nella storia del Paese. La Cina ospita circa un quinto della popolazione mondiale, ma dispone di una quota molto più ridotta delle terre coltivabili. Allo stesso tempo, industrializzazione e urbanizzazione hanno trasformato il mondo rurale, riducendo la forza lavoro agricolo e modificando profondamente le abitudini alimentari. Il risultato è una maggiore esposizione alle importazioni di alcuni prodotti e, soprattutto, agli shock che possono colpire le catene di approvvigionamento.
È una debolezza che assume un significato ancora più evidente in prospettiva geopolitica. Il Guardian aveva già evidenziato nel 2023 come, in caso di conflitto con Taiwan e delle conseguenti sanzioni internazionali, mantenere stabile l'approvvigionamento alimentare sarebbe diventato vitale per Pechino. Per questo la Cina ha cercato di ridurre alcune dipendenze dai propri rivali e di diversificare i fornitori, rafforzando per esempio i rapporti agricoli con Paesi come il Brasile.
Il problema, tuttavia, non si risolve semplicemente comprando altrove. Una seconda sfida consiste nell'aumentare la produttività interna. L'eccessivo utilizzo di fertilizzanti ha contribuito al deterioramento della fertilità di vaste aree agricole, mentre alcune colture risultano più costose da produrre in Cina rispetto agli Stati Uniti e presentano rese inferiori.
È in questo quadro che si inserisce il nuovo XV Piano quinquennale cinese, approvato lo scorso marzo per il periodo 2026-2030. Il documento punta a rafforzare la produzione agricola attraverso la protezione quantitativa e qualitativa dei terreni, il miglioramento delle sementi, la meccanizzazione, l'innovazione tecnologica e la gestione delle risorse idriche. Ma introdurre anche una direzione destinata ad avere conseguenze ben oltre l'agricoltura tradizionale: la costruzione di un sistema alimentare più diversificato.
Il Piano prevede infatti esplicitamente di sviluppare la biologia sintetica e di ampliare le fonti di nuove proteine. Non significa che Pechino abbia deciso di sostituire la carne tradizionale con quella coltivata: il documento parla più ampiamente di un sistema alimentare capace di attingere risorse vegetali, animali e microbiche e di diversificare le proprie fonti di proteine. È però un passaggio significativo: la sicurezza alimentare non viene più affrontata soltanto attraverso l'aumento della produzione agricola convenzionale, ma anche attraverso la domanda di come produrre proteine in modo più efficiente e meno esposto alle vulnerabilità delle filiere tradizionali .
È qui che entrano in gioco fermentazione di precisione, proteine microbiche e, più in generale, le nuove tecnologie alimentari. Secondo l'analisi di Nico Muzi su Euronews, Pechino starebbe applicando a questo settore una strategia industriale simile a quella già utilizzata per batterie, veicoli elettrici ed energie rinnovabili: ricerca comparata dallo Stato, infrastrutture, investimenti e sviluppo di capacità produttive interne. L'interpretazione di Muzi è che le nuove proteine possono essere considerate non soltanto come un nuovo mercato, ma anche come uno strumento per ridurre alcune vulnerabilità strategiche.
La questione particolarmente dei mangimi rende il problema evidente. La Cina è il principale produttore mondiale di carne suina e dipende fortemente dalla soia importata per alimentare il proprio allevamento. Le stime del Foreign Agricultural Service indicano per il 2026/27 cinesi di soia intorno ai 108 milioni di tonnellate. Se una parte del fabbisogno proteico potesse essere soddisfatta attraverso microrganismi, fermentazione o altre tecnologie, si potrebbe ridurre almeno in parte la dipendenza da terra, mangimi e commercio internazionale. Si tratta, però, di una prospettiva e non di una sostituzione già realizzata.
La stessa vulnerabilità riguarda, seppure in forme diverse, anche l'Unione europea. L'UE è un grande esportatore di prodotti agricoli e zootecnici, ma la sua produzione animale dipende fortemente dall'importazione di mangimi ad alto contenuto proteico. Secondo i dati riportati da Muzi, circa due terzi del fabbisogno europeo di proteine per l'alimentazione animale provengono dall'estero e la farina di soia rappresenta un componente particolarmente dipendente dalle proteine.
Il confronto con Pechino diventa quindi interessante soprattutto sul piano delle strategie adottate. Mentre la Cina utilizza esplicitamente le nuove fonti proteiche nel proprio sistema di diversificazione alimentare, l'Unione europea ha recentemente scelto di rafforzare la tutela delle denominazioni tradizionalmente associate alla carne. Nel luglio 2026 è entrato in vigore il Regolamento (UE) 2026/1739, che riserva ai prodotti a base di carne l'utilizzo di termini come “beef”, “pork”, “chicken” e “steak” e esclusioni che tali denominazioni non possono essere utilizzate per alimenti prodotti a partire da colture cellulari o tissutali. L'obiettivo dichiarato è aumentare la trasparenza del mercato e consentire ai consumatori di riconoscere più facilmente la natura dei prodotti.
Il contrasto non significa che l'Europa abbia ignorato la sicurezza alimentare, né che la Cina abbia trovato una soluzione definitiva. Piuttosto, mostrano due approcci differenti a una stessa domanda: che cosa significa rendere resiliente il sistema alimentare? Proteggere gli agricoltori, la produzione tradizionale e la trasparenza per i consumatori è certamente parte della sicurezza alimentare. Lo è però anche ridurre la dipendenza da input importati, diversificare le fonti proteiche e costruire filiere capaci di assorbire gli shock.
Oggi uno shock alimentare raramente rimane confinato al luogo in cui nasce. Una guerra può interrompere le esportazioni di cereali; una crisi energetica può rendere più costosi fertilizzanti e trasporti; una sicurezza può ridurre un raccolto; una decisione commerciale può modificare in pochi mesi il prezzo della soia. A moltiplicare queste vulnerabilità c’è il cambiamento climatico.
A marzo, un'analisi dell'International Institute for Environment and Development (IIED) pubblicata dal Guardian ha mostrato che, con un aumento della temperatura globale di 2°C rispetto ai livelli preindustriali, il numero di Paesi classificati in condizioni di insicurezza alimentare critica potrebbe quasi triplicare, arrivando a 24. I sistemi alimentari dei Paesi a basso reddito, inoltre, potrebbero deteriorarsi a una velocità sette volte superiore rispetto a quelli delle economie più ricche.
La conseguenza riguarda anche chi oggi si considera al sicuro. Come ha osservato Ritu Bharadwaj, autrice dello studio dell'IIED, gli shock climatici che colpiscono una grande regione produttrice possono propagarsi lungo le catene di approvvigionamento e trasformarsi in volatilità dei prezzi dall'altra parte del mondo. Anche i Paesi più ricchi, pur disponendo di maggiori risorse per assorbire uno shock, non possono isolarsi completamente dall'instabilità dei mercati alimentari globali.
È forse questa la vera lezione che arriva dalla Cina? La sicurezza alimentare del XXI secolo non coincide semplicemente con la capacità di produrre abbastanza cibo. Significa poter garantire disponibilità, accessibilità e qualità anche quando il sistema viene sottoposto a pressioni esterne . E per farlo servire agricoltura, commercio, tecnologia, ricerca, infrastrutture e politiche climatiche capaci di lavorare nella stessa direzione.
La Cina sembra aver inserito questa consapevolezza dentro una strategia più ampia di sicurezza economica e nazionale. Il Piano quinquennale combina infatti protezione dei terreni, innovazione agricola, infrastrutture, diversificazione delle fonti alimentari e sviluppo delle nuove biotecnologie, mentre il capitolo dedicato alla sicurezza nazionale ribadisce l'obiettivo di garantire la produzione interna, diversificare le importazioni e mantenere canali di approvvigionamento esterni stabili.
La domanda, allora, non è soltanto chi produrrà più cibo. È chi sarà in grado di costruire il sistema alimentare più resiliente . In un mondo segnato da conflitti, cambiamento climatico e competizione tecnologica, anche ciò che mettiamo nel piatto sta diventando una questione di sicurezza nazionale.
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L'Autore
Elisa Parisi
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