L'intelligenza artificiale si presenta ai mercati attraverso una promessa ormai familiare: quella di una rivoluzione della produttività capace di ripagare qualsiasi investimento. L'immagine che il settore proietta è semplice e immediata, ovvero una tecnologia destinata a trasformare l'economia, sostenuta da capitali senza precedenti. Le cinque maggiori società tecnologiche statunitensi pesano oggi circa il 30% dell'S&P 500, la concentrazione più alta da mezzo secolo, mentre l'emissione globale di debito legato all'IA ha raggiunto i 450 miliardi di dollari all'inizio di settembre, più del doppio del totale del 2025. Tuttavia, queste cifre non raccontano soltanto un successo finanziario. Indicano anche una fragilità strutturale, che il governatore della Banca d'Inghilterra, Andrew Bailey, ha scelto di rendere esplicita.
Il primo segnale è arrivato a fine agosto, con una lettera ai ministri delle Finanze e ai governatori del G20 riuniti ad Asheville, in North Carolina. Scrivendo in qualità di presidente del Financial Stability Board, Bailey ha avvertito che una "futura correzione di mercato" potrebbe estendersi al resto del mondo. A preoccupare non è un singolo fattore, ma la loro combinazione: valutazioni elevate, concentrazione del mercato e investimenti incrociati tra aziende di IA e grandi fornitori di infrastrutture, il tutto amplificato dalla leva finanziaria. Ora, il tono con cui il governatore ne parla resta quello, misurato, del banchiere centrale. Interrogato dalla BBC sulla possibilità che la bolla scoppi, ha risposto che "si potrebbe vedere una correzione dei prezzi degli asset" prima o poi. Una formula prudente, che però non esclude nulla.
Il passaggio più interessante, però, è un altro. Nel saggio pubblicato il 30 settembre sul sito della Banca, Frontier AI and the question of governance, Bailey sposta il discorso dai prezzi alla tecnologia. I modelli più avanzati, osserva, apprendono sempre più dai propri stessi risultati, in un circuito autoreferenziale che rischia di ridurre la capacità della società di esercitare supervisione. È un punto decisivo, perché la domanda non riguarda la regolamentazione in sé, ma se sia ancora possibile intervenire e fissare confini, da rivedere col mutare della tecnologia. La risposta del governatore è un "sì" senza esitazioni. Altrettanto netta è la precisazione successiva: la regolamentazione non è il punto da cui partire. Prima vengono la comprensione, i test rigorosi prima e dopo il rilascio dei modelli e punti di intervento credibili.
Perché se ne occupa una banca centrale? L'esempio più lampante è il rischio informatico. L'IA di frontiera, scrive Bailey, aumenta la scala e la sofisticazione delle minacce contro pagamenti, infrastrutture di mercato e banche. È la preoccupazione più immediata per la stabilità finanziaria, ed è la stessa indicata nella lettera al G20.
Per comprendere pienamente la posizione di Bailey è bene sollevare un punto fondamentale. Il governatore non invoca il blocco dell'IA, di cui riconosce i benefici potenziali per la ricerca e la produttività. Il suo timore riguarda, in primis, la perdita di controllo, prima ancora che di valore. La bolla dell'IA, dunque, non può essere letta soltanto come un rischio per i mercati, ma anche come il sintomo di una tecnologia che avanza più in fretta della capacità di governarla.
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L'Autore
Sarah Azzurra Spada
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