Si inasprisce la repressione della società civile: cresce l’autoritarismo in Tunisia

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  Laura Rodriguez
  24 May 2024
  5 minutes, 29 seconds

Tra il 3 e il 13 maggio 2024, sono state almeno nove le persone arrestate dalle forze di sicurezza tunisine, in un’escalation di azioni governative volte a soffocare la libertà di parola. I temi più caldi sono gli stessi ormai da anni: migrazione, asilo e razzismo. L’azione repressiva è stata rivolta in particolare nei confronti di giornalisti, avvocati e membri di organizzazioni non governative che cercano di sfruttare diversi canali per sollevare l’attenzione sul trattamento (impietoso) riservato ai migranti, ma che nulla possono di fronte al governo sempre più autoritario guidato da Kais Saied.

Un passo indietro

Chiunque non si allinei alle direttive dall’alto può facilmente finire nel mirino delle autorità. Così può essere riassunto l’esercizio del potere del presidente tunisino Saied, alla guida del Paese dal 2019 dopo una vittoria “democratica”. Sì, parliamo infatti di una democrazia che non si è mai concretizzata poi nei fatti, a partire dalla decisione di Saied di adottare una nuova Costituzione nel 2022 nella quale la figura presidenziale si vede attribuiti ampi poteri, a scapito anche dello smantellamento del Consiglio superiore della magistratura.

Parallelamente al consolidamento del regime autoritario tunisino, negli ultimi anni in Europa è cresciuta l’attenzione verso un’area tematica ad oggi cruciale per i rapporti che intercorrono tra Tunisia e Unione europea, quella migratoria. La crescita esponenziale degli arrivi via mare dal Nord Africa ha portato la Tunisia, nel 2023, a superare la Libia come principale Paese di partenza delle migrazioni verso l’Italia. Sotto impulso delle principali nazioni coinvolte, l’Ue ha deciso quindi di aumentare i fondi a disposizione in un’ottica di contenimento del fenomeno migratorio.

Intanto, nonostante la speranza di progresso democratico sia praticamente svanita da quando Saied è salito al potere, il 16 luglio scorso l’Unione Europea ha deciso di siglare un “Memorandum d’intesa su un partenariato strategico e globale” con la Tunisia. Assieme al presidente del consiglio Giorgia Meloni e al primo ministro olandese Mark Rutte, la presidente della Commissione Ursula Von der Leyen si è recata nella capitale tunisina per due volte nel giro di poche settimane, fino ad arrivare alla firma dell’accordo. Durante la prima visita, proprio la Von der Leyen ha sottolineato il sostegno europeo alla transizione democratica tunisina, dichiarando che “si tratta di un percorso lungo e talvolta difficile; tuttavia queste difficoltà possono essere superate”.

Il Memorandum includeva un pacchetto di finanziamenti fino a 1 miliardo di euro, tra cui 105 milioni di euro per frenare la migrazione irregolare, senza che venisse fatta alcuna menzione specifica in merito alla salvaguardia dei diritti umani dei migranti e i richiedenti asilo.

In teoria, sarebbe compito della Commissione europea quello di garantire che nessun finanziamento dell'UE venga erogato a enti governativi che commettono abusi dei diritti umani fondamentali. Inoltre, sarebbe auspicabile vincolare la futura cooperazione migratoria con la Tunisia a garanzie reali che i gruppi della società civile che si occupano della protezione dei migranti e dei rifugiati possano svolgere le loro attività senza temere rappresaglie.

Gli arresti

Ma si tratta davvero di difficoltà che possono essere affrontate come sostiene la presidente della Commissione Ue? Purtroppo, gli eventi recenti sembrano dare una risposta negativa.

L’11 maggio la sede dell’Ordine degli avvocati tunisina è stata presa d’assalto dalle forze armate durante uno spettacolo televisivo in diretta con lo scopo di arrestare Sonia Dahmani, una commentatrice e avvocato. Le accuse contro di lei sarebbero relative a dei commenti sarcastici fatti qualche giorno prima in merito alla presenza di migranti africani nel Paese; più precisamente, la base giuridica sarebbe da ritrovarsi nel decreto-legge 54 sulla criminalità informatica che prevede sanzioni molto severe per la diffusione di fake news nei media. Nella stessa sera sono stati arrestati altri due giornalisti, Mourad Zeghidi e Borhen Bsaies.

Nella “lista nera” del governo si legge anche il nome di Mehdi Zagrouba, avvocato e critico del regime di Saied, arrestato il 13 maggio dagli agenti di sicurezza dopo essere stato accusato di aver aggredito degli agenti di polizia vicino ad un tribunale di Tunisi.

Non sorprende che, tra gli individui maggiormente presi di mira dal governo tunisino, siano finiti anche alcuni rappresentanti delle organizzazioni non governative attive nel Paese. Saadia Mosbah, responsabile dell’organizzazione antirazzista Mnemty e Zied Rouin, coordinatore della stessa, sono stati arrestati sulla base di accuse ancora non chiare, ma certamente legate al loro attivismo nella lotta al razzismo in Tunisia. È proprio grazie a Mosbah che, nel 2018, è stata adottata una legge storica per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione.

Risalgono al giorno del suo arresto le dichiarazioni fatte dal presidente Saied, il quale ha lasciato intendere che i finanziamenti stranieri sarebbero stati usati da diverse organizzazioni per favorire l’insediamento illegale di migranti, definendo i capi di questi gruppi “traditori”. A riprova del brutale trattamento riservato ai nordafricani presenti in Tunisia, Saied ha confermato il tentativo persistente di espellere i migranti nelle zone di confine, anche grazie alla “continua cooperazione” con i Paesi vicini. Secondo Human Rights Watch si tratta di espulsioni collettive illegali, vietate dalla Carta africana dei diritti umani e dei popoli.

Le parole del presidente richiamano fortemente il suo discorso del febbraio dello scorso anno, in seguito al quale si è verificata un’impennata di attacchi e abusi non solo da parte delle forze armate, ma anche da parte dei cittadini tunisini stessi contro gli africani presenti nel Paese.

Tra gli altri avvenimenti, il 7 maggio un portavoce del tribunale ha dichiarato all'agenzia di stampa nazionale che il presidente e il vicepresidente di un gruppo della società civile erano stati arrestati quel giorno per sospetta appropriazione indebita e cattiva gestione finanziaria. Sebbene non siano stati nominati, Human Rights Watch ha confermato che queste affermazioni si riferivano al presidente e al vicepresidente del Consiglio tunisino per i rifugiati (Conseil Tunisien pour les Réfugiés, CTR).

Il CTR è stato costituito nel 2016 ed è stato un partner chiave dell'UNHCR (Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) in Tunisia, essendo il principale responsabile della raccolta e dello screening iniziale delle domande di asilo, che vengono successivamente elaborate dall'UNHCR.

Secondo il governo tunisino, una bozza di legge sulle associazioni è attualmente in fase di finalizzazione da parte del Ministero della Giustizia tunisino e, in merito a questa, Human Rigths Watch ha già apertamente manifestato la sua preoccupazione.

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Diritti Umani

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#migration autoritarismo violenze arresti