STRETTA SUI MIGRANTI: IL PARLAMENTO EUROPEO APPROVA IL NUOVO REGOLAMENTO SUI RIMPATRI

Il regolamento sui rimpatri passa al parlamento grazie ad una colazione di centrodestra. Le nuove norme prevedono un forte inasprimento della gestione dei migranti.

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  Guido Guarino
  25 June 2026
  6 minutes, 53 seconds

Il 17 giugno a Strasburgo il Parlamento europeo ha approvato, con 418 voti favorevoli, 218 contrari e con un’insolita rapidità, la nuova legge sui rimpatri.

Fondamentale la convergenza a destra del Partito Popolare Europeo (PPE), a sostegno dalle forze di destra ed estrema destra (i Conservatori di ECR, i Patrioti e i Sovranisti), e supportati anche da una parte dei liberali di Renew.

La riforma si è rivelata fin da subito fonte di forti divisioni. Il dibattito sui rimpatri mette in luce una tensione sempre più ampia all’interno dell’UE, con la questione dell’immigrazione che ormai rappresenta una spaccatura ideologica all'interno del dibattito politico.

Secondo i dati della Commissione europea, attualmente solo circa il 28% dei migranti a cui è stato ordinato di lasciare l’UE viene rimpatriato nei propri paesi d’origine. Le nuove norme proposte dalla commissione Von Der Leyen nel 2025 mirano a migliorare tale percentuale e a sostituire la vecchia direttiva risalente al 2008, ormai bollata come inefficace.

La riforma è stata avviata in risposta alle pressioni politiche volte a frenare l’immigrazione, che ha alimentato l’ascesa elettorale dell’estrema destra in tutto il continente. Allo stesso tempo però, gli arrivi di migranti sono diminuiti. Per esempio, in Germania, nel maggio 2026 le domande di asilo sono scese al livello più basso mai registrato in quel mese dal 2012, escludendo l’anno della pandemia, il 2020

Il regolamento Rimpatri apporta diverse novità ed ha come obiettivo rendere più rapide e coordinate le procedure di espulsione delle persone migranti presenti irregolarmente in Europa.

Le nuove norme prevedono diverse altre misure che riguardano i migranti. Il regolamento renderà Il ricorso alla detenzione più agevole per gli Stati, soprattutto in caso di rischio per la sicurezza, qualora siano necessari controlli d’identità o se sussista il rischio di fuga. La durata massima consentita della detenzione è stata estesa a 24 mesi, con una possibile proroga di sei mesi in casi particolari. I divieti di ingresso saranno applicati in modo più sistematico. Per coloro ai quali è stato ordinato di lasciare il territorio, il sostegno sociale potrebbe essere ridotto o sospeso e i documenti di viaggio potrebbero essere confiscati.

Sebbene i minori non accompagnati non vengano generalmente espulsi, le famiglie con bambini potrebbero essere soggette a detenzione in base alle nuove norme.

Tra le innovazioni c'è l'introduzione dell’Ordine europeo di rimpatrio, il quale prevede che una decisione di espulsione adottata da uno Stato membro potrà essere riconosciuta ed eseguita direttamente anche negli altri Paesi dell’Unione. Questo significa, ad esempio, che una domanda di asilo respinta in Germania potrà produrre effetti in tutto il territorio europeo, senza che ogni Stato debba avviare una nuova procedura.

Inoltre, in base alle nuove norme, le autorità sarebbero anche autorizzate a perquisire i cittadini di paesi terzi, le loro abitazioni o altri “locali pertinenti” e a sequestrare effetti personali, nell’ambito delle misure volte a garantire il rimpatrio dei migranti irregolari.

Uno degli aspetti più controversi riguarda la possibilità per gli Stati membri di sottoscrivere accordi con Paesi terzi per la creazione di “hub di ritorno”. Ciò segue il controverso modello intrapreso dall'Italia con la costruzione di uno di questi centri in Albania.

Questi hub di rimpatrio sono strutture situate in paesi extra-UE verso cui possono essere trasferite persone la cui domanda di asilo è stata respinta, qualora non sia possibile espellere verso il loro paese d’origine. Ciò può verificarsi se il paese d’origine si rifiuta di riaccoglierle, se lo Stato Membro che intende espellere non intrattiene relazioni diplomatiche con il paese d’origine o se non è possibile verificare la loro identità.

I migranti non devono necessariamente avere alcun legame con il Paese in cui si trova il centro di rimpatrio. L’unico requisito è che esista un accordo tra uno Stato membro dell’UE e quel Paese terzo. Questi centri potrebbero fungere da punti di transito temporanei prima dell’espulsione o da luoghi di soggiorno a più lungo termine per le persone oggetto di rimpatrio.

La situazione giuridica non è del tutto chiara. Secondo un parere legale emesso dalla Corte di giustizia europea ad aprile, i centri offshore come quelli italiani in Albania potrebbero non violare il diritto dell’Unione europea, ma solo se vengono soddisfatte determinate condizioni. Le persone ospitate in questi centri devono poter accedere a un avvocato, ricevere assistenza linguistica, poter contattare i propri familiari e rivolgersi alle autorità competenti.

Il nuovo regolamento renderebbe legali i centri di rimpatrio, consentendo esplicitamente agli Stati membri di istituirli tramite accordi con paesi terzi. Tali accordi devono però garantire il rispetto delle norme internazionali in materia di diritti umani, sebbene Amnesty International e altre organizzazioni abbiano dichiarato che i centri di rimpatrio nei paesi terzi potrebbero esporre le persone a una protezione inadeguata.

Le principali organizzazioni per i diritti umani si sono opposte fermamente all’accordo. Marta Welander, dell’International Rescue Committee, ha avvertito che l’accordo conferirà ai governi poteri molto più ampi in materia di detenzione e espulsione delle persone. Ha affermato che l’accordo sembra destinato a normalizzare le retate contro gli immigrati, ad ampliare il ricorso alla detenzione in strutture simili a carceri al di fuori del territorio dell’UE e ad aumentare il rischio che le persone vengano espulse verso paesi terzi in cui potrebbero subire persecuzioni, torture o peggio.

Caritas ha affermato che l’UE sta esternalizzando le proprie responsabilità mentre la Chiesa e altre organizzazioni umanitarie parlano di criminalizzazione della migrazione.

Alessandro Zan, del gruppo di centro-sinistra S&D, ha definito la riforma «un capitolo oscuro per l’Europa».

“Essa apre la strada a espulsioni forzate, a controlli sempre più invasivi in stile ICE dell’era Trump e alla normalizzazione della detenzione anche per persone che non hanno commesso alcun reato”, ha affermato, riferendosi alle pratiche repressive adottate dalla Immigration and Customs Enforcement (ICE) negli Stati Uniti sotto la presidenza di Donald Trump.

In risposta alle critiche, l’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (FRA) ha rassicurato che “i centri di rimpatrio non saranno una zona priva di diritti” e che gli Stati membri e/o Frontex rimangono responsabili delle violazioni dei diritti che si verificano nei centri per l’intera durata della permanenza, non solo durante i trasferimenti. Ciò include le violazioni relative alle condizioni di detenzione, all’accesso all’assistenza sanitaria, al trattamento delle persone vulnerabili e alle condizioni di vita.

Tuttavia, non è chiaro se tali tutele si applicherebbero a paesi lontani che non sono candidati all’adesione all’UE, come il Ruanda, la Libia o l’Etiopia, che hanno legami istituzionali più deboli con l’UE. L’applicabilità rimane incerta laddove l’accesso ai tribunali dell’UE è fortemente limitato, creando il rischio che le tutele dei diritti fondamentali esistono solo sulla carta ma non siano applicabili nella pratica

Ma l’efficacia del regolamento rimane ancora vaga. I sostenitori ritengono che potrebbe aumentare in modo significativo i tassi di espulsione e scoraggiare la migrazione irregolare. Tuttavia, alcuni diplomatici dell’UE si chiedono se avrà davvero un impatto su un numero significativo di persone. Un diplomatico, che ha parlato in forma anonima, ha affermato che nulla è chiaro per quanto riguarda il suo effettivo funzionamento.

I critici ne mettono in dubbio l’efficacia, sottolineando gli ostacoli incontrati da progetti simili, e li paragonano a buchi neri giuridici che potrebbero lasciare i migranti in una situazione di stallo, senza alcun controllo.

Affinché la legge entri in vigore, è ora necessario il via libera formale da parte degli Stati membri, che l’hanno già approvata in via provvisoria. La maggior parte delle nuove misure entrerà in vigore immediatamente dopo tale approvazione, mentre alcune disposizioni tecniche entreranno in vigore dopo 12 mesi.

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Guido Guarino

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