Sulla via dei Balcani

Bosnia-Herzegovina: a Tuzla la solidarietà di attivistə e cittadinə sfida la violenza dei confini e le nuove politiche anti migratorie dell'Ue

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  Giuliana Băruș
  29 June 2026
  7 minutes

Tuzla, Bosnia orientale

I buried my dreams here recita un poster in bianco e nero appeso alla parete. Di fianco, foto di ragazzi. Sorridono nelle immagini che li ritraggono per l'ultima volta vivi. L'ultima testimonianza che di loro resta prima di tentare di attraversare la Drina o la Sava, i due blue borders naturali che separano la Bosnia a est dalla Serbia e a nord dalla Croazia. Un confine sottile e arbitrario tra vita e morte.

Refugees Welcome: forme di resistenza
Da inizio maggio a oggi, undici persone sono morte nei fiumi ai confini con Croazia e Serbia”, dice Nihad, attivista di Tuzla e fondatore di Djeluj.ba, mentre ci accoglie nella sede della sua associazione.

Undici persone scomparse in poco più di un mese sui confini mortiferi della “fortezza Europa”. Hanno lasciato i loro corpi qui, spesso senza neppure un nome. “N.N.”, No Name, inciso su lapidi di legno o di marmo è l'unica traccia che resta delle loro vite e dei loro sogni. La mancata identificazione consente una procedura accelerata: senza nome, non c'è nessuna famiglia da contattare o a cui restituire i resti. 

Hanno sepolto i loro sogni qui, mentre cercavano di raggiungere l'Europa. Quella fortezza crudele che si erige come casa dei diritti, terra di civiltà, ma che più spesso spezza schiene e futuri. L'Europa è carte dei diritti e convenzioni umanitarie, che si abbattono però con violenza sui corpi migranti ai suoi confini. Una violenza spesso istituzionale e istituzionalizzata, di un sistema che crea irregolarità ed è intrinsecamente violento: sui lavoratori, sulla natura, sull'ecosistema. E sulle persone in movimento.

Nihad Suljić è l'attivista che, insieme a una rete di volontari locali e internazionali, tra cui quelli di Lungo la rotta balcanica, da anni si occupa di accoglienza per le persone in movimento che attraversano queste terre. Nel 2025 ha fondato Djeluj.ba, un associazione con sede a Tuzla (https://djeluj.ba/).

“Vogliamo trasformare le esperienze di guerra, perdita e povertà nella forza dell'unità e della solidarietà”, spiega Nihad. “Per questo connettiamo ciò che apparentemente non è connettibile: lavoriamo in ospedali, cimiteri, ma anche in università, campi profughi e parchi. Il nostro obiettivo è dimostrare che la solidarietà non conosce confini”.

La via dei Balcani 

Nel 2018, Tuzla diventa uno dei primi luoghi di accoglienza e principale snodo delle rotte balcaniche per le persone che, dopo un viaggio lungo e pericoloso, arrivano in Bosnia e Herzegovina, a un passo dai confini dell'Unione europea. Sono 24.067 gli ingressi totali di migranti e rifugiati registrati ufficialmente nel paese nel corso dell'intero anno. Un incremento radicale rispetto ai soli 755 ingressi contati in tutto il 2017.

“Le persone arrivavano e dormivano in strada. Non avevamo idea di cosa fossero le migrazioni e cosa fare”, ricorda Nihad. “C'era da aiutare e abbiamo cominciato a cucinare per loro e a distribuire il cibo”. La solidarietà iniziale lascia però presto spazio alla propaganda antimigratoria. “Ogni giorno arrivavano decine, a volte centinaia di persone stanche, infreddolite ed esauste dopo migliaia di chilometri percorsi a piedi. In quel periodo continua Nihad quasi non esisteva una risposta istituzionale. L'aiuto arrivava soprattutto dalla popolazione locale e dalle cittadine e cittadini di Tuzla”.

Quella balcanica non è l’unica via diretta in Europa. Per mare o per terra sono decine di migliaia le persone che in questi anni hanno attraversato, o tentato di farlo, le frontiere dell'Unione europea. A prezzi altissimi, spesso a costo della vita.

“Uno dei nostri compiti più importanti è la ricerca delle persone in movimento scomparse ai confini della Bosnia e Erzegovina”. Nel 2025, Djeluj.ba ha avviato il processo ufficiale di identificazione delle vittime rifugiate e migranti in collaborazione con la International Commission on Missing Persons. “In questo modo  spiega Nihad –, preserviamo la dignità di ogni individuo e ricordiamo alla società l'importanza della vita umana, della solidarietà e della responsabilità”. I primi 36 campioni di DNA sono stati inviati al laboratorio de L'Aja: si tratta della prima identificazione organizzata su larga scala di rifugiati e migranti sul territorio europeo.

Rimpatri più rapidi, detenzione più lunga 
Il 12 giugno 2026, quando incontriamo Nihad a Tuzla, è anche il giorno in cui entra in vigore il nuovo Patto sulla migrazione e l'asilo. Secondo ECRE (European Council on Refugees and Exiles), l’implementazione della normativa europea sta procedendo in modo disomogeneo e con un forte sbilanciamento verso misure restrittive, a discapito delle garanzie per i richiedenti asilo.

Il Patto è un insieme di dieci norme vincolanti che ridefiniscono il modo in cui l’Unione europea gestisce le proprie frontiere, esamina le domande di asilo e disciplina la ripartizione delle responsabilità fra gli Stati membri. Tra le principali criticità segnalate ci sono la procedura di “screening alle frontiere”, spesso affidata a polizia e guardie doganali non adeguatamente preparate a individuare situazioni di vulnerabilità, e la carenza di personale formato per applicare le nuove procedure e le relative tutele.

Preoccupano anche le incertezze sul nuovo sistema di consulenza legale, le persistenti carenze nei sistemi di accoglienza e le limitazioni al diritto di ricorso effettivo, che potrebbero aumentare il rischio di rimpatri ingiustificati.

D’ora in poi, inoltre, gli Stati membri potranno stringere accordi con “paesi terzi sicuri” al di fuori dell’Unione. Questo significa che uno Stato Ue potrà negare l'esame di una domanda di asilo e trasferire invece il richiedente in un paese extraeuropeo, dove potrebbe non avere alcun legame culturale, familiare o sociale, e dove le sue prospettive di sostegno e integrazione potrebbero essere incerte.

I cambiamenti introdotti non intervengono però sulle relazioni disfunzionali tra gli Stati membri dell’Unione: restano in vigore norme che attribuiscono in misura sproporzionata la responsabilità dei richiedenti asilo a paesi situati alle frontiere esterne. Il nuovo “meccanismo di solidarietà”, avverte Human Rights Watch, “consentirà agli Stati di negare il diritto d'asilo e di finanziare invece l’uso di recinzioni di confine, filo spinato e sistemi di sorveglianza”.

ECRE denuncia anche “i ritardi nell’istituzione dei meccanismi indipendenti di monitoraggio, previsti dal Patto, e l’esclusione delle organizzazioni della società civile dai processi di controllo”. L’attuazione delle nuove regole rischia di tradursi in una riduzione delle garanzie per le persone in cerca di protezione internazionale.

Si delinea così un sistema normativo che contribuisce più a eludere le responsabilità statali che a garantire una tutela efficace per le persone che transitano e rischiano di venire respinte, imprigionate o lasciate morire. “Morte perché avevano un'identità sbagliata. Ieri, nella guerra e nel genocidio dei bosniaci musulmani, come oggi: le persone muoiono perché hanno l'identità sbagliata o il passaporto sbagliato per attraversare i confini”, conclude Nihad. E ammonisce: “Domani quando non ci sarà più la loro carne da torturare, toccherà a noi”.



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Foto nella sede di Djeluj.ba: Nihad Suljić a Bjieljina commemora vittime della Drina

“MIGRANTI E RIFUGIATI SONO SEPOLTI QUI”. Cimitero di Bijeljina (BiH), giugno 2026

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L'Autore

Giuliana Băruș

Studi in Giurisprudenza e Diritto Internazionale a Trieste.
Oltre che di Diritto (e di diritti), appassionata di geopolitica, giornalismo – quello lento, narrativo, che racconta storie ed esplora mondi fotoreportage, musica underground e cinema indipendente.

Da sempre “permanently dislocated un voyageur sur la terreabita i confini, fisici e metaforici, quelle patrie elettive di chi si sente a casa solo nell'intersezionalità di sovrapposizioni identitarie: la realtà in divenire si vede meglio agli estremi che dal centro. Viaggiare per scrivere soprattutto di migrazioni, conflitti e diritti e scrivere per viaggiare, alla ricerca di geografie interiori per esplorarne l’ambiguità e i punti d’ombra creati dalla luce.

Nel 2023, ha viaggiato e vissuto in quattro paesi diversi: Romania, sua terra d'origine, Albania, Georgia e Turchia.
Affascinata, quindi, dallo spazio post-sovietico dell'Europa centro-orientale; dalla cultura millenaria del Mediterraneo; e dalle sfaccettate complessità del Medio Oriente.

In Mondo Internazionale Post è autrice per la sezione Organizzazioni Internazionali”.

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