Talebani e censura digitale: l’Afghanistan al buio

  Articoli (Articles)
  Blerina Ymeri
  18 October 2025
  4 minutes, 5 seconds

Nel cuore dell’Asia, l’Afghanistan è sprofondato nel silenzio. Tra la fine di settembre e i primi giorni di ottobre 2025, le autorità talebane hanno interrotto le telecomunicazioni: telefoni, reti mobili e fibra ottica si sono spenti all’unisono, lasciando il Paese completamente isolato. Il blackout totale, durato 48 ore, ha tagliato ogni forma di contatto tra cittadini, famiglie e organizzazioni umanitarie. Quando le linee sono state riattivate, la connessione è tornata solo parzialmente, con severe limitazioni che hanno reso inaccessibili i principali social network come Facebook, Instagram e Snapchat.

Il risultato è stato un isolamento quasi assoluto: un Paese disconnesso dal mondo esterno e da sé stesso. Le autorità hanno giustificato la misura sostenendo di voler limitare gli “atti impuri” e preservare la moralità pubblica, ma dietro questa retorica si nasconde un obiettivo chiaro — controllare l’informazione e ridurre al silenzio ogni forma di dissenso. Secondo Human Rights Watch, l’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani (OHCHR) e altre organizzazioni internazionali, si tratta di un atto deliberato di censura che viola i diritti fondamentali di milioni di persone.

Il blocco delle telecomunicazioni e le giustificazioni del regime

Tra il 29 e il 30 settembre 2025, l’Afghanistan si è ritrovato isolato come non accadeva dai primi anni della presa talebana. I server nazionali sono stati disattivati, gli operatori di rete obbligati a sospendere i servizi e i media locali ridotti al silenzio. Le autorità di Kabul hanno presentato la decisione come una misura “necessaria per la sicurezza” e contro la “diffusione di contenuti immorali”, ma la comunità internazionale non ha dubbi: è l’ennesimo passo verso la repressione tecnologica.
Gli esperti ONU hanno denunciato come la chiusura delle reti “violi non solo la libertà di espressione, ma anche i diritti economici, sociali e culturali”, colpendo in modo sproporzionato le donne e le minoranze. “Spegnere la rete, afferma il relatore speciale ONU Richard Bennett, significa spegnere la società civile”, impedendo di documentare violenze, diffondere informazioni o semplicemente chiedere aiuto.

Il blocco, infatti, non è un episodio isolato: è parte di una strategia più ampia di sorveglianza e controllo. Da quando i Talebani sono tornati al potere nel 2021, il regime ha progressivamente chiuso giornali, televisioni e radio indipendenti; il blackout digitale è solo l’ultimo strumento per consolidare il monopolio dell’informazione.

Le conseguenze sulla popolazione

Le ripercussioni del blocco delle telecomunicazioni sono state immediate e profonde. Nelle province del Nord, come Balkh, Kunduz e Takhar, piccole imprese femminili e cooperative digitali sono state le prime a crollare. Secondo un’inchiesta di  Reuters, molte donne avevano trovato in internet un modo per lavorare da casa: gestivano negozi virtuali, corsi di lingua, laboratori di cucito e microimprese di artigianato. Con il blackout, questi progetti si sono fermati all’improvviso: ordini cancellati, pagamenti bloccati, clienti persi. Le connessioni mobili rimaste attive sono lente e costose, e il prezzo della banda larga è triplicato, rendendo impossibile sostenere le attività.

Anche l’istruzione è stata colpita duramente. Dopo la chiusura delle scuole femminili nel 2022, l’online era rimasto l’unico spazio educativo accessibile per molte ragazze. Ora, con la rete bloccata, le lezioni digitali sono state interrotte, privando un’intera generazione di qualsiasi opportunità di studio. Oltre al fatto che internet e i social erano l'unica finestra sul mondo per molte studentesse.

Sul piano umano, le famiglie sono state separate dal silenzio: impossibile comunicare tra province, ricevere notizie dai parenti emigrati o contattare chi vive all’estero. Anche le organizzazioni umanitarie segnalano gravi difficoltà: la mancanza di rete ostacola il coordinamento degli aiuti e l’accesso alle zone più remote, aggravando una crisi già drammatica.

Secondo l’ONU, la situazione configura una violazione sistematica dei diritti umani: alla libertà di parola e informazione si aggiungono il diritto all’istruzione, al lavoro e alla partecipazione alla vita pubblica. La censura digitale diventa così un’arma invisibile che amplifica le disuguaglianze e rafforza il controllo politico.

Eppure, in questo quadro di oscurità, non tutto è perduto. Esistono realtà che continuano a resistere e a costruire ponti di solidarietà. Tra queste, la Fondazione Pangea ETS, attiva da oltre vent’anni in Afghanistan, prosegue i suoi programmi di microcredito e formazione per donne e madri. Il suo Progetto Jamila, a Kabul, sostiene centinaia di donne con percorsi di istruzione, lavoro e supporto psicologico, offrendo una concreta possibilità di indipendenza.

Mentre il governo talebano spegne la rete, Pangea e le organizzazioni locali mantengono accesa un’altra connessione, quella umana. È la prova che, anche nel buio digitale imposto dalla censura, la solidarietà e la dignità possono ancora trovare un modo per comunicare.

Mondo Internazionale APS - Riproduzione Riservata ®2025

Share the post

L'Autore

Blerina Ymeri

Tag

Afghanistan donneafghane blackout censura