The Odyssey e il paradosso dell'adattamento perfetto

  Articoli (Articles)
  Victoria Pancaldi
  22 July 2026
  6 minutes, 7 seconds

C’è qualcosa di curioso nel modo in cui The Odyssey di Christopher Nolan è arrivato nelle sale. Il film è stato accolto come un classico ancora prima di diventarlo davvero: non soltanto per il nome del regista o per la dimensione della produzione, ma per il peso dell’opera da cui prende origine. Prima ancora di confrontarsi con il pubblico, ogni grande adattamento deve affrontare un ostacolo invisibile: l’idea che gli spettatori hanno già costruito del testo originale. Nel caso dell’Odissea, questo confronto è ancora più complesso, perché non esiste una versione definitiva del mito, ma una lunga storia di riscritture, tradimenti e nuove interpretazioni.

Con Omero questo meccanismo raggiunge il suo massimo grado. L'Odissea è probabilmente uno dei racconti più adattati della storia occidentale. Lo è stata dalla tragedia greca alla pittura rinascimentale, da Dante a Joyce, dal cinema peplum ai fratelli Coen. Ogni epoca ha trovato il proprio Ulisse, e quasi mai è stato quello di Omero. Perché l'Odissea è uno di quei testi che sopravvivono proprio grazie alla loro capacità di essere continuamente traditi. 

Forse è questo il primo equivoco che accompagna il film di Nolan. Molte delle discussioni nate attorno alla produzione sembrano partire dall'idea che esista un'Odissea autentica, una versione definitiva da trasporre sullo schermo. Ma non è mai stato così. Il poema che leggiamo oggi è già il risultato di secoli di trascrizioni, traduzioni, interpretazioni. Rosa Calzecchi Onesti, Emily Wilson, Luciano De Crescenzo: ognuno ha scritto, in fondo, una propria Odissea. Nolan fa semplicemente quello che ogni traduttore ha sempre fatto: sceglie.

Non sorprende allora che una delle notizie che ha fatto più discutere riguardi il casting. Lupita Nyong'o interpreterà sia Elena di Troia sia Clitemnestra, sposa di Agamennone, due figure che nel poema non condividono la scena, ma che occupano un posto centrale nell'immaginario del ritorno da Troia. Sui social la scelta è stata letta come una scorciatoia produttiva, un vezzo autoriale o un tentativo di sorprendere il pubblico. Più interessante è stata invece la reazione di Emily Wilson, classicista e prima donna ad aver tradotto integralmente l'Odissea in inglese, che ha difeso apertamente la decisione.

Secondo Wilson, Elena, Clitemnestra e Penelope costituiscono una sorta di triangolo simbolico: tre modi diversi di rappresentare il matrimonio, il desiderio, il potere e il ritorno. Penelope aspetta. Clitemnestra uccide. Elena torna a Sparta dopo aver provocato una guerra. Affidare almeno due di queste figure alla stessa attrice non significa comprimere il testo, ma rendere visibile una relazione che nella poesia omerica è soprattutto concettuale. È un'operazione profondamente teatrale, quasi shakespeariana, prima ancora che cinematografica.

È curioso osservare come una scelta del genere abbia generato più dibattito dell'esistenza di un ciclope alto dieci metri o di una dea capace di trasformare gli uomini in animali. È uno dei paradossi della cultura contemporanea: siamo perfettamente disposti a sospendere l'incredulità davanti al fantastico, ma pretendiamo una precisione quasi notarile quando si parla di costumi, armature o genealogie mitologiche.

È successo anche con le prime immagini diffuse dal set. Alcuni appassionati hanno contestato l'accuratezza delle armature di Matt Damon, giudicate poco coerenti con l'età micenea. Altri hanno criticato il linguaggio dei trailer, accusato di suonare troppo contemporaneo. Come se il problema principale di un poema popolato da sirene, ninfe immortali e divinità litigiose fosse la forma dell'elmo o una frase troppo moderna.

In realtà queste polemiche raccontano più il nostro rapporto con i classici che il film di Nolan. Da alcuni anni viviamo in una stagione culturale ossessionata dalla fedeltà. Chiediamo ai remake di replicare gli originali, alle serie tratte dai romanzi di non cambiare una virgola, ai biopic di ricostruire ogni dettaglio storico. È una concezione quasi museale delle opere, come se il loro valore dipendesse dalla conservazione e non dalla capacità di essere reinterpretate.

L'Odissea, però, ha sempre funzionato al contrario. Basterebbe pensare a O Brother, Where Art Thou? dei fratelli Coen, che trasformava Ulisse in un detenuto in fuga nel Mississippi degli anni Trenta senza perdere nulla della struttura narrativa del poema. Oppure al recente Itaca - Il ritorno di Uberto Pasolini, che sceglieva di raccontare soltanto l'ultimo tratto del viaggio, trasformando il mito in un dramma intimo. Joyce, con il suo Ulisse, aveva già dimostrato un secolo fa che il modo migliore per essere fedeli a Omero era allontanarsene.

Christopher Nolan sembra muoversi lungo una strada diversa. Non contemporaneizza il mito, come avevano fatto i Coen, né lo riduce all'intimità psicologica. Fa qualcosa che appartiene molto al suo cinema: trasforma un racconto antico in un'esperienza spettacolare. L'uso integrale delle cineprese IMAX, le riprese tra Grecia, Sicilia, Islanda e Marocco, il ricorso a un cast spettacolare raccontano un'idea di cinema quasi fuori dal tempo. In un'epoca dominata dagli schermi domestici e dagli algoritmi delle piattaforme, Nolan continua a difendere la sala cinematografica come luogo dell'evento collettivo.

È significativo che abbia scelto proprio l'Odissea per questa battaglia. In fondo il poema di Omero nasceva anch'esso come esperienza condivisa. Non era un libro da leggere in silenzio, ma un racconto ascoltato insieme. Il cinema, almeno nella sua forma più classica, funziona allo stesso modo. Raduna sconosciuti nella stessa stanza per assistere alla medesima storia. Nolan sembra voler ricordare che il blockbuster, prima di diventare un genere, era soprattutto un rito.

Forse è anche per questo che il suo Ulisse appare coerente con la galleria di protagonisti che popolano tutta la sua filmografia. Leonard di Memento, Cobb di Inception, Cooper di Interstellar, Oppenheimer: sono tutti uomini che cercano una strada in un labirinto. Ulisse è il primo grande personaggio della letteratura occidentale a vivere questa esperienza. Attraversa il mondo, ma soprattutto attraversa sé stesso. Ogni incontro modifica il modo in cui racconta sè stesso.

E qui emerge un'altra affinità tra Nolan e Omero. Entrambi sembrano meno interessati all'azione che al racconto dell'azione. Nell'Odissea gli episodi più celebri come Polifemo, Circe, le Sirene vengono narrati da Ulisse molti anni dopo essere accaduti. Non assistiamo semplicemente alle avventure: ascoltiamo qualcuno che le ricostruisce, le seleziona, e forse, le altera. È un dispositivo narrativo sorprendentemente moderno, quasi cinematografico, che Nolan ha esplorato fin dagli esordi.

Per questo The Odyssey è già un caso culturale prima ancora che cinematografico. Non perché prometta il blockbuster dell'anno o perché riunisca alcune delle più grandi star di Hollywood, ma perché riporta al centro una domanda antica: cosa significa adattare un classico? La risposta, probabilmente, non consiste nel riprodurre fedelmente ogni dettaglio del testo, bensì nel dimostrare che quel testo è ancora abbastanza vivo da poter essere raccontato in modo diverso.

Se il film riuscirà o meno nell'impresa lo scopriremo soltanto in sala. Il fatto, però, che un poema composto quasi tremila anni fa riesca ancora a dividere il pubblico su un casting, una traduzione o un'armatura dice forse più dell'Odissea che di Christopher Nolan. Alcune storie continuano a essere contemporanee non perché rimangono immutate, ma perché obbligano ogni generazione a riscriverle. E, inevitabilmente, a cambiarle.

Share the post

L'Autore

Victoria Pancaldi

Categories

Cultura Società

Tag

Cinema Cultura #Society