In molte città cinesi, la qualità dell’aria varia significativamente da un quartiere all’altro. Le aree più inquinate tendono a concentrarsi vicino a zone industriali, vie trafficate o in quartieri con scarsa presenza di aree verdi. Al contrario, i quartieri più ricchi, spesso situati in zone più elevate o con spazi verdi più numerosi, beneficiano di un’aria più pulita. Questa disuguaglianza è legata sia alla distribuzione delle fonti di inquinamento sia alla capacità economica dei residenti di scegliere dove vivere.
Un meccanismo simile si osserva anche in Europa, ma in un ambito diverso: quello dell’alimentazione sostenibile. I prodotti biologici e a basso impatto ambientale, pur essendo sempre più presenti nei supermercati, rimangono spesso fuori dalla portata economica della maggior parte dei consumatori. Anche in questo caso, l’accesso a scelte più salutari e sostenibili sembra essere una prerogativa delle fasce più abbienti della popolazione. Infatti, alle famiglie che fanno fatica ad arrivare a fine mese poco può importare di fare una scelta sostenibile. Mercati agricoli, cibo locale e prodotti a chilometro zero sono spesso disponibili solo in contesti urbani ricchi, dove la domanda e il potere d’acquisto giustificano questi canali. In altri quartieri, ci sono invece “deserti alimentari”, dove è difficile trovare cibo fresco e sano, e predominano fast food o supermercati low-cost con prodotti ultra-processati.
In molte città del Sud globale, la raccolta dei rifiuti nelle periferie o nelle zone più povere è spesso inefficiente o assente con conseguenze dirette sulla salute pubblica. I quartieri ricchi hanno invece servizi più regolari ed efficaci che contribuiscono ad un ambiente urbani più pulito e sicuro.
A questo punto, sorge spontanea una domanda: essere "green" è un privilegio per pochi? In altre parole, può davvero permettersi di vivere in modo sostenibile chi non è ricco? La questione è complessa e tocca sia la dimensione economica che quella culturale. Da un lato, le fasce di popolazione a basso reddito spesso non hanno le risorse economiche per acquistare cibo biologico, abitare in quartieri verdi o investire in soluzioni a basso impatto ambientale. Dall'altro lato, la consapevolezza ambientale può passare in secondo piano quando si è impegnati a soddisfare bisogni primari, come pagare l’affitto o mettere insieme i pasti per la famiglia.
In sostanza, le disuguaglianze sociali non solo limitano l’accesso a uno stile di vita più sano e sostenibile, ma rischiano anche di escludere intere fasce di popolazione dal dibattito ambientale, relegandolo a tema “di lusso”. Questo solleva interrogativi fondamentali su come costruire una transizione ecologica che sia davvero inclusiva, accessibile e giusta per tutti.
In particolare, ci sono delle barriere strutturali che operano su più livelli: esclusione tecnologica, le tecnologie green, le auto elettriche, i sistemi di efficienza energetica sono spesso inaccessibili per motivi economici o logistici. Le famiglie a basso reddito non hanno la possibilità di installare impianti fotovoltaici o acquistare mezzi di trasporto sostenibili.
Il cibo biologico, i prodotti ecologici o le abitazioni a basso impatto ambientale hanno prezzi più alti rispetto alle alternative convenzionali. Questo rafforza l’idea che la sostenibilità sia un lusso per pochi e alimenta un ciclo in cui la povertà limita la possibilità di contribuire (e beneficiare) della transizione verde.
Inoltre, le politiche ambientali vengono spesso decise senza consultare le comunità marginalizzate che sono le più colpite dai cambiamenti climatici e dall’inquinamento. A livello globale i paesi del Sud del mondo, pur contribuendo alle emissioni globali non sono i principali inquinatori ma sono coloro che ne subiscono le maggiori conseguenze. Stando a dati del 2019, il 10% più ricco della popolazione globale è responsabile di circa la metà di tutte le emissioni di gas serra. Un paradosso esemplare è quello delle compensazioni di carbonio, in sostanza questo sistema si basa sul pagare gli altri per ridurre le emissioni o assorbire CO2 per compensare le proprie emissioni. Olúfẹ́mi O. Táíwò definisce questo fenomeno come “il dominio di paesi e popoli meno potenti da parte di paesi più ricchi attraverso iniziative volte a rallentare il ritmo del degrado climatico”.
Quindi, il cambiamento climatico non colpisce tutti allo stesso modo, e nemmeno la transizione verso la sostenibilità è ugualmente accessibile a tutti. Chi vive in condizioni di povertà si trova spesso escluso non solo dalle soluzioni, ma anche dalle conversazioni sul futuro del pianeta. Il rischio è che l’ambientalismo si trasformi in un’agenda elitaria, disconnessa dai bisogni reali di una larga parte della popolazione mondiale.
Essere "green", oggi, richiede tempo, risorse, conoscenze, che spesso non sono disponibili alle fasce di popolazioni più povere. Il problema è che i cambiamenti ambientali colpiscono tutti, anche se in modo diverso, ma se la sostenibilità resta un lusso per pochi, sarà molto difficile trovare una soluzione duratura ed efficace.
È quindi necessario ripensare radicalmente il modello attuale di transizione ecologica, ponendo al centro l’equità sociale. E’ necessario rendere accessibili tecnologie pulite, cibo sano, trasporti sostenibili e spazi vivibili. Solo così si potrà costruire una società in cui la domanda “Too Poor to Be Green?” non abbia più ragione di esistere.
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L'Autore
Adele Mutti
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Ambiente e Sviluppo Eradicate poverty Clean and affordable energy Reduce inequalities Responsible consumption and production
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sostenibilità transizione ecologica too poor to be green povertà climatica accesso diseguale