È un Donald Trump senza alcun freno quello salito sul palco delle Nazioni Unite nel giorno dell’ottantesimo anniversario dell’Organizzazione mondiale. Durante la ricorrenza, tenutasi nella giornata del 22 settembre, quello del Presidente americano era senza dubbio l’intervento più atteso. In un discorso che ha sfiorato l’ora di durata (ben quattro volte superiore al tempo a lui assegnato) Trump ha proceduto di digressione in digressione, partendo dalle crisi migratorie e giungendo sino ai principali teatri di conflitto odierni, in una sequela di critiche e accuse il cui unico filo conduttore è parso essere l’inadeguatezza dell’impianto ONU e degli alleati di Washington.
Muovendo dall’emergenza migratoria, l’inquilino della Casa Bianca ha sferrato il primo attacco all’Assemblea Generale, accusandola di star finanziando un “programma migratorio globale” capace di destabilizzare interi paesi fino a ridurli in “rovina”. “E’ ora di porre fine al fallito esperimento delle frontiere aperte”, ha proseguito Trump, consigliando ai leaders in ascolto di prendere spunto dalle repressive politiche statunitensi per evitare che le proprie nazioni vadano “all’inferno”.
Chiuso questo capitolo, il Presidente americano si è lanciato in una lunga invettiva contro il cambiamento climatico, definendolo come “la più grande truffa mai perpetrata al mondo” e delegittimando una lunga sequela di evidenze scientifiche. In particolare, il tycoon ha dedicato ampio spazio del suo intervento alla critica delle energie rinnovabili, il cui costo elevato starebbe “distruggendo gran parte del nostro pianeta”, e alla conseguente celebrazione dell’uscita di Washington dall’accordo di Parigi sulla riduzione delle emissioni fossili (un recesso risalente ormai al gennaio scorso).
Sulla questione mediorientale, Trump non ha lesinato commenti di disapprovazione verso il crescente ufficiale riconoscimento dello Stato palestinese, avanzato innanzi alla medesima assemblea da Francia, Regno Unito, Australia, Portogallo e Canada nelle ore e nei giorni immediatamente precedenti. Sul punto, il Presidente americano si è espresso negli stessi termini utilizzati dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, definendo questo provvedimento una “ricompensa per Hamas” e promettendo di avversare qualsivoglia proposta fosse avanzata sul tema all’interno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, opponendole il veto americano. Peraltro, a seguito dei riconoscimenti pronunciati nell’ultima conferenza, è salito a 156 il numero di Stati che identificano la Palestina come una nazione autonoma, su un totale di 193 membri dell’ONU, isolando gli Stati Uniti come unica grande potenza all’interno del Consiglio delle Nazioni Unite a non aver fatto lo stesso.
Sullo scenario ucraino, un incontro a margine dell’Assemblea col presidente Volodymyr Zelensky ha ribaltato il pensiero di Trump che, per la prima volta, ha espresso la possibilità che Kiev vinca la guerra contro la Russia e riconquisti il suo territorio “nella sua forma originaria”. Parole che hanno sorpreso lo stesso Presidente ucraino, inducendolo a parlare di “game changer”, un evento capace di modificare le sorti del conflitto. Anche se non è chiaro se le frasi del Presidente americano saranno accompagnate da azioni concrete e al momento l’Ucraina si trova in una posizione di difesa lungo tutto il fronte.
Il pronunciarsi sui principali teatri di guerra e violenza ha permesso a Trump di decantare la centralità del suo ruolo nella stipula di diversi accordi di pace e cessate il fuoco, rilanciando apertamente la sua candidatura al premio Nobel per la pace. “Tutti dicono che dovrei vincerlo”, ha dichiarato il Presidente a stelle e strisce, aggiungendo di aver chiuso “sette guerre in sette mesi”. In realtà, nessuno dei conflitti a cui Trump fa riferimento è giunto ad una pace conclusiva, ad eccezione di Serbia e Kosovo, il cui trattato di pace è stato però firmato nel 1999, e nel 2020 la presenza USA si è limitata a facilitare il raggiungimento di un accordo economico, non di natura politica né tantomeno militare. Nella maggior parte dei casi (Israele-Iran; India-Pakistan; Cambogia-Thailandia) si è ottenuta una “fragile tregua”, in alcune circostanze, come quelle tra Rwanda e Repubblica Democratica del Congo, non sopravvissuta alle prime 48 ore. Tra Egitto ed Etiopia, invece, le tensioni accese dalla costruzione di una diga etiope sul Nilo ha prodotto una guerra latente per il controllo delle acque. Nel corso del suo primo mandato, Trump venne accusato dal governo di Addis Abeba di “aggravare le tensioni” dopo aver ipotizzato un attacco alla struttura. Ad oggi le trattative sembrano essersi arenate.
“È triste che io abbia dovuto fare tutte queste cose al posto delle Nazioni Unite”, ha proseguito il tycoon, avviandosi ad una conclusione intrisa di stilettate dirette all’Assemblea, accusata di pronunciarsi solo con “lettere forti” e “parole vuote”. Un intervento carico di tensione che, allo scoccare del 56esimo minuto, è stato accolto da tenue reazioni ed un cortese applauso.
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L'Autore
Francesco Oppio
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