Con The Worst Person in the World (2021), Joachim Trier firma una delle rappresentazioni più sottili della condizione trentenne contemporanea. Il film racconta quattro anni nella vita di Julie, interpretata da Renate Reinsve, tra Oslo, relazioni amorose, cambi di percorso professionale e una domanda che resta sospesa: è possibile costruire una vita autentica quando tutte le opzioni sembrano aperte, ma nessuna offre una direzione stabile?
Il titolo è volutamente ironico. Julie non è affatto “la peggiore persona del mondo”, ma una donna che a volte agisce come se il proprio disagio fosse al centro dell’universo. È proprio questa ambiguità a rendere il personaggio credibile: Trier non la giudica, né la trasforma in un modello di emancipazione. La osserva con affetto, ironia e lucidità.
Una generazione senza copione
Julie ha quasi trent’anni e cambia continuamente strada: abbandona la medicina, prova la psicologia, si avvicina alla fotografia e lavora in una libreria. Non è semplicemente indecisa: vive in una cultura che le chiede di essere autonoma, realizzata, desiderabile e sicura di sé, senza però fornirle un modello condiviso di successo o felicità. Il film restituisce con precisione questa pressione. La libertà di scelta, presentata come conquista moderna, diventa anche una fonte di ansia: se tutto è possibile, ogni rinuncia sembra una sconfitta. Julie insegue lavori, uomini e desideri prima ancora di capire cosa voglia davvero; la sua crisi non è dunque solo personale, ma generazionale. Trier evita il tono del dramma sociale esplicito. Non ci sono manifesti, discorsi programmatici o spiegazioni sociologiche. La pressione emerge dai dettagli: le aspettative familiari, il confronto con i coetanei, la paura di restare indietro, la difficoltà di trasformare un’aspirazione in una pratica quotidiana. È un film sulla “giovane età adulta” più che sull’adolescenza: quel momento in cui si dovrebbe essere maturi, ma ci si sente ancora in attesa di iniziare.
L’amore come specchio
Il nucleo relazionale del film è costruito attorno a due figure maschili molto diverse, ma il regista evita la semplificazione del triangolo romantico. Non si tratta di scegliere tra l’uomo “giusto” e quello “sbagliato”, bensì di capire cosa Julie cerca — o fugge — in ciascuna relazione.
La sua storia sentimentale è insieme desiderio, entusiasmo, noia, colpa e bisogno di riconoscimento. Trier mostra quanto le relazioni possano diventare il luogo in cui proiettiamo le nostre insicurezze: l’altro viene idealizzato quando sembra promettere una vita diversa, e criticato quando rivela i nostri limiti. Il film non propone una morale facile. Julie può essere generosa e distruttiva, lucida e impulsiva, capace di empatia e insieme incline a mettere sé stessa al centro. Questa contraddizione è il cuore del personaggio: la crescita non coincide con una conversione morale improvvisa, ma con una maggiore consapevolezza del proprio peso sugli altri.
Il corpo, il tempo e la morte
The Worst Person in the World è anche un film sul tempo. La struttura in capitoli, prologo ed epilogo dà alla vicenda il ritmo di un romanzo di formazione contemporaneo, ma Trier ne spezza la linearità con sequenze oniriche, comiche e visionarie. Il risultato è un cinema che alterna leggerezza e malinconia senza mai risultare artificiale. Nella seconda parte, il film introduce un tema più cupo: la mortalità. Senza entrare nel dettaglio della trama, basta dire che Julie si confronta con qualcosa che non può essere controllato, rimandato o sostituito con una scelta diversa. La morte funziona da contrappeso alla sua tendenza a vivere la vita come un elenco di possibilità aperte.
È qui che il film trova la sua profondità. La crisi della trentina non è soltanto il problema di chi non sa cosa fare: è anche la scoperta che il tempo non è infinito e che alcune esperienze, una volta perse, non tornano. Trier trasforma questa consapevolezza in malinconia, ma non in disperazione.
Un film femminile senza retorica
Renate Reinsve è decisiva per l’equilibrio del film. La sua Julie è carismatica, fragile, ironica e sfuggente: un personaggio femminile complesso, che non deve essere perfetto per meritare attenzione. La performance le è valsa il premio per la migliore interpretazione femminile a Cannes nel 2021, consacrandola come una delle rivelazioni del cinema europeo recente. Trier evita sia la retorica dell’“eroina forte” sia quella della donna irrimediabilmente dispersa. Julie non è un esempio da imitare, ma una figura riconoscibile: qualcuno che cerca di vivere secondo proprie regole in una società che continua a misurare la valore delle persone attraverso lavoro, coppia e stabilità.
Perché parlarne oggi
A distanza di anni, The Worst Person in the World resta attuale perché non parla di una generazione in senso sociologico, ma di una condizione emotiva riconoscibile: la difficoltà di scegliere in un mondo che esalta la libertà individuale ma rende ogni scelta provvisoria e negoziabile Il film suggerisce che maturare non significhi trovare finalmente “la risposta”, né scegliere una volta per tutte chi essere. Significa invece accettare che la propria vita influisce su quella degli altri, che il desiderio non basta a giustificare ogni azione e che l’autorealizzazione, per essere umana, ha bisogno di responsabilità.
In questo senso, The Worst Person in the World è meno la storia di una donna che sbaglia e più il ritratto di una società che ha trasformato la possibilità in obbligo. Julie non trova una soluzione definitiva, ma impara a guardarsi con maggiore onestà. Ed è forse questo, più di qualsiasi lieto fine, il segno di una crescita autentica.