La morte è sempre una tragedia. La morte per un grande carnivoro non è socialmente accettata. È quello che ci ricorda che noi siamo deboli. A chi succede questo, non chiediamo di accettarlo. Però è la realtà dei fatti. Come specie umana dovremo decidere se vogliamo una natura “alla Walt Disney” o se vogliamo dei boschi dove esiste veramente una vita che non è sotto il nostro controllo.
Queste parole vengono dal documentario “Pericolosamente vicini”, film del 2024 del regista Andreas Pichler, che affronta la delicata questione della presenza degli orsi in Trentino e della loro gestione a partire dal 1996, quando ebbe inizio il Progetto Life Ursus volto a reintrodurre l’orso bruno nell’area del Parco Naturale Adamello Brenta, da cui stava sparendo. Il progetto ha previsto il rilascio di 10 orsi sloveni tra il 1999 e il 2002, perché ricreassero in 20-40 anni una popolazione di una cinquantina di individui.
Al tempo, il progetto era stato accolto con sorprendente consenso pubblico. Negli anni però, a seguito di alcuni incidenti e aggressioni dovute agli incontri tra orsi e uomini, ma anche orsi e mandrie, l’attitudine dei locali – e poi quella nazionale – è mutata. Aveva colpito gli abitanti abruzzesi l’uccisione dell’orsa Amarena, simbolo del Parco Nazionale d’Abruzzo e alla cui presenza si era in qualche modo abituati, perché commessa con un fucile da un commerciante in provincia dell’Aquila mentre l’animale non stava avendo comportamenti pericolosi (ci fu infatti una sentenza che contestò al responsabile “l'uccisione di animali aggravata dalla crudeltà e dagli spari pericolosi”).
La data dell’uccisione di Amarena, agosto del 2023, non è indifferente ma dice qualcosa del clima emotivo di quei mesi. Il documentario di Pichler parte proprio dall’aprile del 2023 e dalla morte del giovanissimo runner trentino Andrea Papi, aggredito e ucciso dall’orsa JJ4, che portò con forza il tema nel dibattito pubblico: nessuna aggressione in Italia aveva mai avuto esito mortale prima.
Recentemente, si è tornato a parlare di orsi e della loro pericolosità per l’uomo, alle volte letale, a seguito della morte di un italiano per l’aggressione di un’orsa, nei Carpazi della Romania. La vittima si chiamava Omar Farang Zin, era appassionato di viaggi naturalistici e a inizio luglio stava visitando la regione rumena, famosa per le sue strade immerse nei boschi ma, notoriamente, abitata da molti orsi.
Secondo uno studio condotto tra il 2000 e il 2015 la Romania è il paese che, su scala mondiale, ha registrato il maggior numero di aggressioni da orsi, ma occorre sottolineare che qui l’animale viene cacciato. L’aggressione a Farang Zin è avvenuta proprio in una riserva di caccia, e la Direzione Forestale del distretto di Arges, che la gestisce, vi ha installato molti cartelli di avvertimento, tradotti anche in inglese, in corrispondenza dei punti identificati come più a rischio; inoltre, questa primavera una valutazione ufficiale aveva contato una popolazione di 112 orsi nella zona, contro i 25 esemplari considerati il numero ottimale per una corretta gestione.
Come testimonia l’attività sui social dello stesso, Omar (e come lui altri automobilisti fuori dalle loro auto) stava riprendendo e fotografando l’orsa, incautamente avvicinandosi molto a lei, fin troppo. L’orsa aveva con sé i propri cuccioli, e questa è la situazione più pericolosa in cui ritrovarsi a contatto con un orso: di tutte le aggressioni registrate a livello globale tra il 2000 e il 2015, la maggior parte sono proprio dovute alla reazione difensiva delle orse-madri; talvolta sono dovute alla presenza di cani liberi (48 casi), mentre rarissimi sono gli attacchi propriamente predatori (15 in 15 anni, in Russia e nord America).
L’orsa responsabile è stata presto identificata e le autorità rumene hanno deciso di abbatterla, riuscendo nell’operazione qualche giorno dopo. Ora si stanno cercando i tre cuccioli, per non lasciarli in libertà. Come era successo per JJ4, l’abbattimento ha scatenato il disaccordo di parte dell’opinione pubblica, di esperti e attivisti.
Chi si oppone all’abbattimento degli orsi come “soluzione” del problema ritiene che si debba cambiare prospettiva, comprendendo che il problema è nel comportamento umano: “l’uomo ha convissuto con l’orso per millenni. Può esistere un’accettazione però ci vogliono delle regole ben precise di gestione […] La convivenza con l’orso non si risolve nelle aule dei tribunali ma si risolve nelle nostre valli” tramite regole e politiche, afferma una delle voci del documentario di Pichler.
Il Presidente di OIPA Italia (Organizzazione Internazionale Protezione Animali) ha commentato così l’accaduto: “La tragedia avvenuta in Romania in questi giorni riaccende i riflettori sulla “questione orsi” e sulla necessità di svincolarsi da una gestione esclusivamente repressiva della fauna selvatica. Sopprimere un’orsa che probabilmente stava semplicemente difendendo i propri piccoli è una risposta sbrigativa, cruenta e inefficace al problema della convivenza tra essere umano e grandi carnivori. Questa vicenda dimostra, come nel caso del Trentino, il bisogno di una maggiore regolamentazione dell’accesso in determinate zone in certi periodi dell’anno, e di una maggiore informazione agli escursionisti sulle zone dove vi è la probabilità d’imbattersi in grandi carnivori”.
L’educazione all’orso è un tema di fondamentale importanza per chi frequenta i boschi, e il documentario di Pichler si sofferma a lungo sulle colpe delle politiche locali e delle loro mancanze: nell’ultimo ventennio, si dice, l’impatto in Trentino della reintroduzione degli orsi dovuta a Life Ursus è stato fortemente sottovalutato, e non sono state organizzate le campagne di comunicazione, educazione e formazione necessarie ad insegnare un vero e proprio approccio nuovo e soprattutto consapevole alla montagna e ai suoi nuovi, ma originari, abitanti, che il progetto invece richiedeva. E, in realtà, prevedeva: il Parco Adamello aveva progettato delle Linee Guida che includevano “una appropriata e corretta divulgazione del progetto di ripopolamento dell’orso bruno”, affinché si informasse l’opinione pubblica, si promuovesse l’accettazione e si portasse i turisti alla comprensione dell’operazione.
In quest’ottica, vogliamo consigliare la visione di “Pericolosamente vicini” e in generale di interessarsi a questo tema che, oltre ad essere fondamentale per la propria sicurezza, è emblematico del rapporto uomo-natura. Modelli virtuosi di convivenza con l’orso sono possibili (il podcast “L’orso” del giornalista Valerio Nicolosi li racconta da altri paesi e, per esempio, dall’Abruzzo): il filo rosso è sempre l’educazione delle persone agli spazi e alle attitudini degli animali, e al rispetto della natura inteso come consapevolezza dell’esistenza di altri esseri viventi nei luoghi su cui, come specie, pretendiamo di avere comunque la meglio.
Il documentario di Pichler si conclude con le parole di uno dei veterinari voce del film: “Il problema non è la presenza di pericoli, ma accettare che ci sono dei pericoli” e, quindi, educarci al meglio alla loro gestione, come siamo soliti fare per ogni altra cosa, nei limiti – imprescindibili – di ciò che possiamo e non possiamo controllare.
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