A cura del Dott. Pierpaolo Piras, studioso di Geopolitica e componente del Comitato per lo Sviluppo di Mondo Internazionale APS
Anche se l’ideologia di questo gruppo ispirato all’islamismo radicale persisterà, gli strumenti utilizzati per promuoverla possono essere efficacemente limitati attraverso provvedimenti capaci di trasformare tale grave minaccia in un fastidioso fattore ma di rilievo marginale. Dopo il letale attacco di Hamas contro Israele il 7 ottobre scorso e la devastante guerra che Israele ha lanciato in risposta, è opinione comune che Hamas non possa essere sradicato in alcun modo dato che nell’intera storia dell’umanità non si è mai verificato che la forza militare abbia avuto efficacia nell’estinzione di una qualsiasi ideologia (o religione) radicata in interi gruppi sociali.
A corollario, si sostiene persino che la forza militare, al contrario, ottenga facilmente l’effetto opposto come ad esempio la radicalizzazione di una nuova generazione di palestinesi, in particolare a Gaza, andando così ad ingrossare le fila di Hamas con sempre nuove reclute.
Posizioni e difetti
Corrisponde a verità storica che un'azione militare per quanto ardua e potente non possa eliminare completamente una qualsiasi ideologia, tuttavia può sicuramente privarla degli strumenti che essa adopera per essere efficace rendendola pertanto di importanza irrilevante. Da parte sua, l’argomentazione sulla radicalizzazione non tiene conto dell’azione umana, così come non tiene conto di molte analogie storiche nelle quali l’evento bellico ha costituito il primum movens di un processo storico divenuto successivamente più stabile e di pace.
Una delle tantissime frasi fatte dice che “i proiettili non possono sconfiggere le idee”. Tali slogan piacciono da subito a tutti solo per la loro presentazione “estetica”, riassumono in poche parole concetti di semplice comprensione e suonano come accattivanti. Se sono analizzati superficialmente sembrano persino autentici.
Purtroppo nella pratica non avviene allo stesso modo in quanto essi sono spesso pericolosamente nocivi e fuorvianti. Infatti, le ideologie raramente scompaiono se non nel lungo periodo.
Ci sono pochi casi, per non dire alcuno, nei quali un’ideologia è stata eliminata tramite lo strumento militare: il nazismo, al-Qaeda e lo Stato Islamico (ISIS) hanno tutti subito una schiacciante sconfitta militare e sono stati completamente screditati moralmente, ma nessuno di questi è stato eradicato. Ci sono e ci saranno sempre alcuni superstiti che continueranno a credere e professare ideologie totalitarie anche se così feroci e ripugnanti. Così come seguiranno a esserci circostanze tali da generare la loro rinascita.
Anche in caso di gruppi meno estremi, come quello (attualmente) dei “Fratelli Musulmani”, i successivi tentativi di sconfiggerli o in qualche caso di cooptare, non li hanno eliminati né hanno impedito il loro periodico e nefasto riaffiorare. Coloro che si oppongono alla guerra sulla base del fatto che essa non può eliminare definitivamente Hamas giudicano la realtà sulla base di valutazioni sì su un piano standard ma irraggiungibili sul piano della concretezza.
Dalla minaccia al fastidio
Tali ideologie e organizzazioni estreme (incluso Hamas) possono essere sconfitte in modo tale da trasformarle da minacce importanti a fattori fastidiosi di livello marginale, sebbene pur sempre pericolosi, che possono ugualmente manifestarsi in modi che richiedono tragici tributi umani. L’ elemento che rende efficace Hamas e le organizzazioni militanti simili non è tanto la loro ideologia, ma la loro capacità aggiunta di agire di conseguenza: per Hamas, la continua e caparbia volontà rivoluzionaria unita alla capacità di praticare atti violenti e sanguinosi è stata fondamentale per aiutarla a creare quel poco di potere politico che tuttora detiene con fermezza.
Negli anni '90 la popolarità di Hamas raggiungeva il suo punto più basso, poiché la maggior parte dei palestinesi credeva che la liberazione potesse essere raggiunta con l’utilizzo di mezzi pacifici e diplomatici. L’uso sistematico della violenza ha fatto deragliare questo concetto e progetto facendo sì che Hamas si stabilisse persino come una alternativa politica nel frammentato mondo palestinese.
Da allora, l'uso della forza e della violenza è stato parte integrante della strategia di Hamas. L’uso di incentivi politici o economici non è riuscito ripetutamente a trasformare, moderare o emarginare Hamas per la semplice ragione che la sua capacità di usare la violenza si è rivelata un modo efficace per raggiungere i suoi obiettivi, sia in termini di far naufragare finora il processo di pace che di presa violenta del controllo politico e territoriale della “striscia” di Gaza nel 2007.
In effetti, la lezione appresa il 7 ottobre scorso è che, mentre Hamas manterrà le sue capacità militari e violente, rimarrà comunque sia in grado di plasmare almeno parzialmente la realtà e la politica interna in quel territorio. Per essere sconfitto, ad Hamas bisognerebbe negare la sua esistenza: obiettivo che può essere conseguito solo attraverso l’uso della forza.
Costo politico elevato
Non c'è dubbio che la guerra comporta sempre un costo politico elevato, specie se risulta sanguinosa come è la guerra di Israele a Gaza. L’uso eccessivo della forza e la limitazione posta all’accesso degli aiuti umanitari lasceranno un segno indelebile. Negli anni a venire, indipendentemente dalle giustificazioni, Israele sarà incolpato dai palestinesi che l’hanno vissuto sulle proprie famiglie, dai palestinesi i cui compatrioti ne hanno sofferto, e pure dagli arabi che hanno potuto solo osservare la devastazione inflitta ai loro averi e parenti.
Per i palestinesi – sia di Gaza che quelli viventi altrove – e per gli arabi, anche le ragionevoli argomentazioni israeliane relative alla complessità della guerra urbana contro un nemico come Hamas che non protegge strategicamente il proprio popolo non giustificano l’obiettivo israeliano di garantire che Hamas non ripeta mai più la stessa cosa, come ad esempio il tipo e numero delle atrocità perpetrate dai gruppi armati di Hamas il 7 ottobre. Qualsiasi illusione che le società palestinese e israeliana possano ora fidarsi l’una dell’altra o addirittura sviluppare un livello di coesistenza in tempi brevi dovrebbe essere messa a tacere.
Se mai potrà essere raggiunto, un tale risultato sarà, nella migliore delle ipotesi, uno sforzo di durata generazionale. Ciò non significa che in alcun modo in futuro non sarà possibile raggiungere una soluzione a due Stati, ma che questa soluzione sarà saldamente radicata nella separazione tra i due protagonisti e non nella loro cooperazione. Eppure è anche vero che, qualunque cosa i palestinesi e gli arabi possano pensare nei confronti di Israele, nessuno vorrebbe che questa tragedia si ripetesse.
Hamas ha scatenato la guerra e insiste pervicacemente sul fatto che rifarebbe tutto se ne avesse la possibilità, quindi sarà difficile ottenere un seguito dai palestinesi di Gaza che hanno sofferto così orribilmente per la sua decisione. La profondità del loro trauma finirà per definire un’intera generazione. Si sostiene spesso che l’azione militare non può produrre risultati permanenti o sostenibili: questa verità poteva essere ovvia ma solo dopo la fine della II Guerra Mondiale. Con il passare del tempo, invece, il trauma dovuto all’attuale guerra di Gaza diventerà un ricordo a dir poco astratto, e le lezioni apprese da coloro che l’hanno vissuta verranno disimparate da coloro che le hanno lette solo nei libri di storia.
Guadagnare tempo per ricostruire
La mancanza di continuità non è una caratteristica esclusiva delle conseguenze dell’azione militare. Ci sono poche cose che sono permanenti. Se le politiche fossero giudicate in base alla loro permanenza, quasi nessuna resisterebbe alla prova inesorabile del tempo che passa. Ciò che una sconfitta militare di Hamas può far guadagnare è il tempo. Non è elemento di scarsa importanza: il tempo è un bene prezioso senza il quale non è possibile attuare alcuna politica economica e/o sociale.
La questione pertanto non è se siano necessarie consistenti forze militari per sconfiggere Hamas, ma piuttosto cosa fare con il tempo guadagnato grazie a tali strumenti.
Qui la storia si biforca presentando due modelli fondamentali.
Uno: che si sente spesso in questi giorni, prende in considerazione esempi bellici come è avvenuto in quest’epoca in Iraq e i vari capitoli dell’aspro conflitto israelo-palestinese, concludendo che la guerra armata porta solo alla radicalizzazione nella lotta. Tuttavia, esiste un secondo modello nel quale le nazioni vanno oltre la guerra e ricostruiscono un proprio futuro più stabile e di successo. Gli esempi includono Germania, Giappone, Corea del Sud, Vietnam, Ruanda ed altri.
Sebbene nessuna analogia possa essere perfetta, e sebbene nessuno di questi esempi sia esente da difetti, esiste una fondamentale comunanza all’interno di ciascun modello. In Iraq, la fine della guerra ha portato con sé politiche sbagliate, che hanno causato ulteriore miseria nella popolazione e marcate disfunzioni amministrative statali. Con l’instabilità politica, la corruzione diffusa e il vuoto di governance che hanno avuto seguito all’invasione americana, non sorprende che la radicalizzazione ideologica dei militanti abbia preso piede e che alcuni iracheni, in particolare i giovani che non conoscevano la vita sotto Saddam, ora bramano un passato del tutto illusorio.
Nel secondo modello, viene creata un’alternativa piena di speranza e la rabbia lascia il posto alla speranza. Con le energie nazionali concentrate sulla costruzione del futuro, le lamentele del passato passano in secondo piano. Le vecchie ideologie e le vecchie lamentele non scompaiono, ma non definiscono più nemmeno il futuro. Nel caso palestinese, esisteranno sempre coloro che sosterranno il gruppo radicale di Hamas oppure qualcosa di ideologicamente affine. Bisogna accettare il fatto e farsene una ragione che gli islamisti sono una componente - per quanto minoritaria - della religione islamica. E’ sufficiente chiederlo a tutti i paesi arabi i quali hanno trascorso loro malgrado l’ultimo secolo cercando di sradicare senza successo i “Fratelli Musulmani”. Eppure gli estremisti violenti esistono in ogni società. Vuol dire che ciò continuerà a richiedere costanti controlli di sicurezza sociale e nel territorio, accurata attività d’intelligence e (in casi estremi) un’azione militare limitata ad hoc.
La domanda da un milione di dollari
Già, è possibile eliminare completamente Hamas? La risposta è un sonoro no. Tuttavia costituisce un obiettivo raggiungibile quello di trasformare questo gruppo terroristico in un fenomeno marginale capace solo di infliggere qualche violenza occasionale ma non di destabilizzare il panorama politico e l’assetto di sicurezza di quel teatro conflittuale.
Solo perché un simile obiettivo è realizzabile, tuttavia, non significa che sia facile da completare. Esso richiede la creazione di un’alternativa credibile e convincente con l’esistenza concreta di almeno tre componenti interconnesse.
Primo: è necessaria una costante sorveglianza di sicurezza, anche dopo l’evento bellico, per garantire che Hamas non possa ricostituirsi. Non è necessario che Hamas ritorni alla sua forza prebellica. Occorre solo ricostruire una capacità sufficiente a vanificare gli sforzi del dopoguerra.
Secondo: dopo la guerra gli sforzi per la ripresa e la ricostruzione devono essere rapidi e significativi. Il dolore e la rabbia non scompariranno, ma un cambiamento credibile e tangibile riscontrabile nella realtà da un chiaro messaggio alla popolazione di Gaza che può iniziare a rimettere insieme i pezzi della propria vita e guardare il proprio futuro con un po’ di ottimismo.
Terzo: l’Autorità Palestinese - organo politico operante in Cisgiordania, più moderato e maggiormente rappresentativo dei palestinesi - deve essere rivitalizzata. Finché la maggior parte dei palestinesi lo riterrà illegittimo, Hamas potrà presentarsi come una valida alternativa. Rivitalizzare l’Autorità Palestinese significa anche affrontare la corruzione e la cattiva governance. Anche se i palestinesi vedono diffusamente i loro leader come ladri inefficaci, non otterranno solo per questo la credibilità necessaria per contrastare sostanzialmente Hamas. Pertanto, è di misura importante riabilitare e potenziare la premessa di base dell’Autorità Palestinese affinché lo strumento diplomatico possa produrre i migliori risultati a favore dei i palestinesi. Raggiungere la costituzione di uno Stato palestinese non è attualmente realistico, ma l’Autorità Palestinese deve incominciare a dimostrare di avere le capacità di indirizzare il proprio popolo sulla strada dell’indipendenza.
L’attuazione dell’insieme di misure politiche, diplomatiche, di governance ed economiche necessarie per sconfiggere Hamas è un’impresa complessa che richiederà grandi decisioni e azioni sinergiche da parte dell’Autorità Palestinese, di Israele, degli stati arabi e della comunità internazionale. Questo non è del tutto scoraggiante. E’ sicuramente un compito complesso con qualche probabilità di fallimento. Ma se Hamas non viene prima e in qualche modo neutralizzato, nulla di tutto ciò può essere nemmeno contemplato.
Riproduzione Riservata ®