Accordo commerciale USA-UE: una questione politica, oltre che economica

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  Tiziano Sini
  03 agosto 2025
  2 minuti, 36 secondi

Dopo mesi di forti scontri ed incertezza economica causati dalla politica aggressiva dell’amministrazione Trump, caratterizzata dall'introduzione di dazi che hanno colpito sia nemici che alleati storici per rovesciare uno status quo ritenuto dannoso per l'economia americana, è stato finalmente raggiunto un accordo negoziale con l’UE.

Tuttavia, l'intesa ha suscitato critiche, essendo considerata iniqua e poco vantaggiosa sotto diversi aspetti, sia economici che politici. È forse questo secondo aspetto a rappresentare al meglio la situazione dell’Europa nell'ultimo periodo, segnata da difficoltà, divisioni, paure e incertezza, spingendo la Commissione ad accettare un accordo che, a detta della sua Presidente, era “il miglior approdo che si potesse raggiungere”.

La scelta ha un chiaro impatto economico, con l’imposizione di dazi al 15% sulla maggior parte dei prodotti europei esportati, mentre acciaio e alluminio rimangono al 50%. A ciò si aggiungono circa 600 miliardi di dollari di investimenti dell'UE negli Stati Uniti, 750 miliardi per l'acquisto di energia dagli USA e un impegno non ancora definito per l'acquisto di armamenti americani.[1]

La situazione, nonostante il disappunto iniziale, è piuttosto complessa a causa di un accordo che non è ancora chiaramente definito in molti suoi aspetti e che presenta diverse aree di incertezza. Questo è un aspetto cruciale, unito alla difficoltà di delineare scenari futuri.

È importante anche esaminare l'aspetto politico di una scelta unanimemente considerata difficile. Una delle chiavi di lettura è la situazione di disaccordo nei negoziati: la Francia, come suggerito da Macron, avrebbe preferito un approccio più rigido, incluso l'uso di misure ritorsive. In contrasto, Italia e Germania hanno spinto per un approccio più cauto e aperto ai negoziati. Proprio Meloni e Mertz hanno espresso approvazione per l'accordo, considerato tutto sommato positivo.

Si opponeva a questi due blocchi un terzo gruppo, composto dai Paesi dell'est, che per motivi di sicurezza e timore di un disimpegno militare statunitense, hanno sostenuto una soluzione di compromesso per evitare un'escalation in un momento di grande fragilità.[2]

Di fronte a questa incertezza interna, si aggiunge una condotta negoziale discutibile da parte dell'Unione Europea, che ha adottato un approccio sbagliato fin dall'inizio. L'idea di negoziare un accordo win-win, per creare un'area di libero scambio con tariffe a zero, era irrealistica, dato il chiaro posizionamento di Trump, che non avrebbe mai accettato una soluzione che non lo favorisse. Questa situazione iniziale ha portato a uno sbilanciamento che ha probabilmente condotto all'accettazione del peggiore degli scenari, oltre che il meno vantaggioso.

Questo errore è stato seguito da altri, tra cui la mancata comprensione della complessa realtà, specialmente perché l'accordo scozzese è solo preliminare e c’è ancora molto in gioco. È necessario, anche se in parte tardivo, invertire l’approccio nei negoziati, dimostrando almeno una reazione adeguata alle richieste della controparte americana.[3]


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Tiziano Sini

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