Dopo mesi di forti scontri ed incertezza economica, causata dalla politica aggressiva portata avanti dall’amministrazione Trump, in cui l’introduzione di dazi è stata l’arma con cui colpire nemici ed anche alleati storici, con la finalità di rovesciare uno status quo, che, a detta del Tycoon, stava flagellando l’economia americana; finalmente è stato trovato un accordo negoziale con l’Ue.
Un’intesa che ha fatto storcere il naso a molti, poiché considerata iniqua e poco vantaggiosa in qualsiasi suo aspetto, da quello economico a quello politico. Ed è forse il secondo dei due aspetti che meglio rappresenta la situazione che ha attraversato l’Europa nell’ultimo periodo, fra difficoltà e spaccature, fra paure e incertezza, tanto da far propendere la Commissione ad accettare un accordo che a detta della sua Presidente “era il miglior approdo che si potesse raggiungere “.
Il peso della scelta presa dal punto di vista economico pare piuttosto chiaro, con l’imposizione di dazi al 15%, sulla maggior parte dei prodotti europei esportati (acciaio e alluminio resteranno al 50%). A cui si dovrebbero aggiungere circa 600 miliardi di dollari di investimenti Ue negli Stati Uniti, 750 miliardi relativi all’acquisto di energia dagli USA ed un impegno non ancora definito di acquisto di armamenti americani[1].
La realtà, nonostante i malumori ed il disappunto iniziale, è però piuttosto complicata a partire proprio da un accordo che ancora non è assolutamente delineato in gran parte dei suoi aspetti e che continua a presentare diverse zone grigie. Un aspetto importante da considerare quest’ultimo e che si somma ad un altro non secondario che riguarda una certa incertezza nel delineare gli scenari futuri non facilmente delineabili.
Tuttavia, diventa interessante e necessario approfondire anche l’aspetto politico che ha accompagnato una scelta trasversalmente ritenuta difficile. Una delle chiavi interpretative a riguardo è proprio la situazione di disaccordo in cui si sono svolti i negoziati fin dalle prime battute: mentre la Francia, come più volte ha lasciato intendere lo stesso Macron, avrebbe preferito tenere un atteggiamento più duro, con l’utilizzo anche di strumenti ritorsivi, Italia Germania non erano della medesima intenzione, spingendo per negoziati più cauti e aperti. Proprio da Meloni e Mertz, sono venute, infatti, approvazioni al raggiungimento dell’accordo, ritenuto tutto sommato positivo.
A questi due blocchi se ne è poi contrapposto un terzo, composto dai Paesi dell’est, che per motivi securitari e per paura di un disimpegno militare statunitense nell’area, hanno spinto per una soluzione di compromesso, che non innescasse un’escalation, in un momento di grande fragilità [2].
Di fronte a questa condizione di incertezza interna poi si è sommata anche una condotta criticabile dal punto di vista negoziale, con l’Unione che ha tenuto un approccio sicuramente errato fin dal principio. L’idea di negoziare un accordo win-win, che avrebbe consentito la costituzione di un’area di libero scambio con tariffe a 0, era da ritenersi irrealizzabile, visto il chiaro posizionamento di Trump che non avrebbe mai accettato una soluzione che non lo avesse proiettato in una posizione di vantaggio. Da questa condizione iniziale si è di fatto creato uno sbilanciamento tale, da finire probabilmente ad accettare il peggiore degli scenari, oltre che il meno vantaggioso.
Un errore che è stato seguito probabilmente da un’altra serie di errori, fra i quali la mancata comprensione della complessa realtà delle cose, in particolare la non cristallizzazione della situazione dal punto di vista negoziale, visto che l’accordo scozzese è un semplice accordo preliminare e che in ballo c’è ancora molto. Motivo per il quale andrebbe invertita, per quanto sia in parte troppo tardi, l’atteggiamento nei negoziati, dimostrando una capacità minima di reazione davanti alle richieste dell’interlocutore americano[3].
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L'Autore
Tiziano Sini
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