Arabia Saudita e Qatar saldano il debito siriano con la Banca Mondiale: verso una svolta nella ricostruzione e nelle relazioni internazionali

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  Federica Luise
  13 maggio 2025
  5 minuti, 25 secondi

Verso la fine di aprile, Arabia Saudita e Qatar hanno annunciato, tramite la Saudi Press Agency, che copriranno il debito arretrato della Siria nei confronti della Banca Mondiale, pari a circa 15 milioni di dollari. Il gesto si colloca in un più ampio tentativo di promuovere la stabilità nel Medio Oriente e arriva dopo mesi di intensificati contatti diplomatici con la nuova leadership siriana, guidata da Ahmad al-Shara’, salito al potere in seguito alla destituzione di Bashar al-Assad lo scorso dicembre.

L’annuncio è arrivato a margine delle riunioni primaverili del Fondo Monetario Internazionale (FMI) e della Banca Mondiale a Washington DC, che hanno segnato la prima partecipazione ufficiale della Siria in oltre vent’anni. In quell’occasione, Ron van Rooden è stato nominato nuovo capo missione del FMI per la Siria, ruolo rimasto vacante per oltre quattordici anni.

Secondo il FMI, la Siria non ha avuto rapporti finanziari attivi con l’istituzione negli ultimi quarant’anni. L’ultima missione tecnica risale al 2009, un anno prima delle proteste popolari che avrebbero innescato la guerra civile. Per la direttrice generale del Fondo, Kristalina Georgieva, il primo passo verso una reale ripresa economica comporta la disponibilità di dati statistici affidabili, nell’ottica di poter pianificare politiche efficaci per generare nuovo reddito nel Paese. Georgieva ha inoltre sottolineato la necessità di considerare una serie di fattori critici, tra cui le sanzioni internazionali in vigore, gli ostacoli strutturali esistenti e il ruolo della cooperazione multilaterale, in un contesto regionale segnato da fragilità comuni che coinvolgono anche Yemen, Sudan, Libano e Palestina.

Il saldo dei debiti con la Banca Mondiale rappresenta una condizione preliminare necessaria per riattivare il supporto finanziario e tecnico dell’istituzione. Ciò potrebbe sbloccare fondi essenziali per settori chiave come infrastrutture, sanità, istruzione e sistema bancario. Secondo quanto riferito a Reuters da un alto funzionario del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP), l’agenzia prevede di destinare circa 1,3 miliardi di dollari in aiuti alla Siria nei prossimi tre anni.


Economia siriana post-Assad: due facce della stessa moneta

La transizione politica seguita alla caduta di Assad ha aperto scenari inediti sul fronte economico. Secondo la Banca Mondiale, la cattiva gestione del precedente regime, aggravata da sanzioni e guerra civile, ha spinto l’economia siriana al collasso, con la maggior parte della popolazione nelle aree governative ridotta in povertà e un’economia parzialmente sostenuta dal traffico illegale di captagon, un farmaco degli anni ’60 considerato ad oggi come droga stimolante molto diffusa in Medio Oriente.

L’ascesa di HTS ha spostato l’asse economico verso Idlib, dove nuove imprese prosperano grazie a regole più flessibili, moneta stabile (lira turca e dollaro) e infrastrutture più moderne. Tuttavia, questo "miracolo economico" crea nuove tensioni: gli imprenditori delle ex aree governative denunciano favoritismi e competizione sleale.

Da una parte, imprenditori come Mohammad al-Badawi, attivo nell’import di beni turchi, hanno tratto vantaggio dall’apertura dei mercati. Dall’altra, figure come Haytham Joud, cresciute nel contesto protezionista dell’ex regime, faticano ad adattarsi al nuovo corso liberista promosso dal governo ad interim guidato da Hayat Tahrir al-Sham (HTS).

Nonostante ad Idlib vi siano nuove merci importate a prezzi bassi grazie all’abbassamento dei dazi doganali, ed il commercio al valico di Bab al-Hawa è aumentato del 42% nel primo trimestre del 2025, la produzione industriale è crollata del 90% rispetto ai livelli prebellici. L’aumento promesso dei salari non è stato abbastanza per poter colmare il potere d'acquisto, che resta bassissimo a Damasco, dove si registrano lunghe code ai bancomat e blackout frequenti. A peggiorare il quadro, circa 600 milioni di dollari sono scomparsi dai conti statali dopo la caduta di Assad. Abdallah Dardari dell'UNDP avverte che lo Stato deve sviluppare politiche commerciali per proteggere l'industria siriana, altrimenti il mercato libero non sarà sufficiente a risolvere i problemi economici.

Il nodo delle sanzioni: possibile apertura o illusione?

Un altro elemento chiave per la ripresa economica è la questione delle sanzioni occidentali, imposte durante i 14 anni di guerra civile da Stati Uniti, Gran Bretagna ed Europa come misure punitive contro l’ex Presidente Bashar al-Assad. Gli Stati Uniti, che non riconoscono formalmente l’attuale governo siriano, hanno presentato un elenco di otto condizioni per avviare la revoca parziale delle sanzioni. Tra queste, la distruzione delle scorte di armi chimiche, il rispetto dei diritti umani e la cooperazione in materia di antiterrorismo.

La Siria ha risposto per iscritto, affermando di aver soddisfatto la maggior parte delle richieste, ma chiedendo una "intesa reciproca" su alcuni punti controversi, come la presenza militare straniera sul proprio territorio. Nel documento, Damasco si impegna a creare un ufficio per la ricerca del giornalista americano scomparso Austin Tice e a rivedere la posizione dei combattenti stranieri nei ranghi delle forze armate.

Un portavoce del Dipartimento di Stato ha confermato di aver ricevuto la comunicazione siriana, ma ha precisato che "non sono stati ancora presi provvedimenti" e che la posizione americana dipenderà dalle azioni concrete del governo ad interim. A gennaio era stata concessa una parziale esenzione per sei mesi, ma il suo impatto è stato marginale.

Nonostante gli sforzi diplomatici e i tentativi di ripresa economica, la Siria continua a essere teatro di operazioni militari da parte di Israele. Negli ultimi mesi, gli attacchi aerei israeliani si sono intensificati, colpendo infrastrutture militari e depositi di armi, spesso in prossimità di Damasco e lungo il confine con il Libano. Secondo Tel Aviv, le operazioni mirano a contrastare il consolidamento della presenza iraniana in Siria e il trasferimento di armi a Hezbollah. Le autorità siriane denunciano invece violazioni della sovranità nazionale e la destabilizzazione di un Paese già in profonda crisi. L’inasprimento degli scontri con Israele rappresenta un ulteriore ostacolo alla normalizzazione politica e alla ricostruzione, alimentando l’instabilità regionale proprio mentre si cerca di attrarre investimenti e rilanciare la cooperazione internazionale.

L’intervento di Arabia Saudita e Qatar per saldare il debito siriano appare come un gesto potenzialmente determinante, ma ancora sospeso: potrebbe rappresentare il primo tassello di una nuova fase di ricostruzione, che sarà possibile solo attraverso la stabilizzazione dell’intera regione levantina e una normalizzazione dei rapporti con gli Stati Uniti.

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Federica Luise

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