Armenia e Azerbaigian: come cambia il Caucaso sotto la mediazione di Trump

L’8 agosto la Casa Bianca ha ospitato i leader di Armenia e Azerbaigian, riuniti per firmare un accordo di pace mediato dagli Stati Uniti. L’intesa, volta a porre fine a un conflitto decennale, potrebbe ridefinire alleanze e influenze nella regione, ridimensionando il ruolo di Russia e Iran.

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  Cristel Vinciguerra
  22 agosto 2025
  6 minuti, 57 secondi

L'incontro tra il Primo ministro armeno Nikol Pashinyan e il presidente azero Ilham Aliyev a Washington ha portato alla firma di un accordo di pace che pone ufficialmente fine al conflitto in Nagorno-Karabakh, creando le premesse per una nuova fase di stabilità e cooperazione nella regione. L’accordo prevede la piena normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi, tramite la risoluzione delle questioni ancora aperte sui confini. L’intervento del Presidente Donald Trump come mediatore nelle discussioni ha portato anche al raggiungimento di un accordo sullo sviluppo del corridoio di Zangezur, fondamentale per collegare l’Azerbaigian con la propria exclave del Nakhchivan, passando attraverso l’Armenia e offrendo così un'alternative ai collegamenti attualmente in uso attraverso Georgia e Iran. Durante l’incontro tra i tre leader, è stato annunciato che gli Stati Uniti si occuperanno di sviluppare il corridoio, che verrà nominato “Trump Route for International Peace and Prosperity”(TRIPP), includendo nel progetto anche altri tipi di infrastrutture che porteranno in Armenia investimenti statunitensi senza precedenti, superando così le obiezioni da parte armena alla realizzazione del corridoio, percepito come una violazione della sovranità territoriale nazionale nelle regioni particolarmente delicate del Syunik e del Zangezur, storicamente reclamate dall’Azerbaigian e dalla Turchia.

La disputa territoriale ed etnica per il Nagorno-Karabakh, che per oltre trent’anni ha deteriorato le relazioni tra Yerevan e Baku, ha provocato lo scoppio di numerosi conflitti, l'ultimo dei quali iniziato nel settembre 2020 e concluso dopo 44 giorni di ostilità in seguito alla firma di un cessate il fuoco sottoscritto anche dal Presidente russo Vladimir Putin. La Russia ha svolto un ruolo chiave nella mediazione delle rivendicazioni territoriali tra le due ex repubbliche sovietiche, dispiegando le proprie truppe come forza di peacekeeping in conformità con l’accordo del 2020. Gli accordi raggiunti non sono stati però sufficienti a permettere la risoluzione definitiva del conflitto, portando a una nuova escalation nel settembre 2022, quando l’Azerbaigian ha lanciato la più imponente offensiva militare lungo i confini orientali dell’Armenia. All’attacco è seguito nel dicembre dello stesso anno il blocco del corridoio di Laçın, che ha causato una grave crisi umanitaria nella regione del Karabakh, mettendo a dura prova le autorità locali, le quali dopo dieci mesi di isolamento via terra e ripetute offensive militari, hanno firmato un accordo di pace che ha portato alla dissoluzione delle istituzioni autonome della regione a partire dal 2024, accompagnato dall’annuncio del ritiro delle truppe russe.

A partire dallo scoppio dell’offensiva contro l’Ucraina nel 2022, la Russia ha progressivamente ridotto la sua presenza militare e diplomatica nella regione, lasciando spazio all’intervento di altri attori regionali, come la Turchia, che ha invece aumentato il suo supporto militare e politico all’Azerbaigian. Anche la Turchia beneficerebbe molto dalla realizzazione del corridoio promosso da Trump, poiché questo progetto favorirebbe i collegamenti non solo con l’alleato azero, ma anche con gli altri Paesi turcofoni dell’Asia centrale, aprendo la strada ad una potenziale riduzione dell’influenza russa anche in quest’area.

Tuttavia, il presidente Vladimir Putin ha accolto il ruolo di mediazione assunto da Donald Trump nel conflitto, accettando gli esiti degli accordi di pace. Da un lato, la concentrazione delle risorse militari russe sul fronte ucraino ha relegato la questione del Nagorno-Karabakh a un tema secondario nell’agenda politica del Cremlino; dall’altro, sono stati gli stessi governi di Armenia e Azerbaigian ad allontanarsi progressivamente da Mosca. Per il Primo ministro Pashinyan, il mancato intervento delle forze di peacekeeping russe durante gli attacchi al Karabakh nel 2023 ha segnato un momento di rottura con l’alleato storico, portando l’Armenia a valutare l’uscita dall’Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva (CSTO), alleanza militare a guida russa. Pashinyan ha inoltre definito apertamente la dipendenza militare ed economica dell’Armenia da Mosca un grave errore, annunciando l’intenzione di riequilibrare le alleanze alla ricerca di nuovi partner globali, tra cui gli Stati Uniti. Anche il presidente azero Alyiev ha raffreddato i rapporti con Putin. Uno dei motivi di maggiore risonanza pubblica è stato l’abbattimento, nel dicembre 2024, di un aereo passeggeri azero da parte di un missile russo, che ha causato diversi morti, e per il quale Mosca si è rifiutata di riconoscere responsabilità. La morte di due persone di etnia azera per mano della polizia russa durante un raid di arresti nella città di Yekaterinburg è stato un ulteriore fattore di inasprimento delle tensioni diplomatiche tra i due Paesi, episodio che ha spinto il governo di Baku a sospendere gli incontri con ogni rappresentante di Mosca, favorendo un ulteriore avvicinamento politico e strategico alla Turchia.

Gli interessi russi non sono stati gli unici ad essere colpiti dagli accordi raggiunti a Washington. Per anni la Georgia ha rappresentato un corridoio strategico, sia come via alternativa per i traffici tra Azerbaigian e Turchia, sia come sbocco per l’Armenia verso i commerci e gli scambi internazionali durante il lungo embargo imposto sul confine turco-armeno. Anche la Georgia potrebbe beneficiare degli investimenti stranieri nella regione, oltre che del rinnovato impulso al commercio tra i suoi vicini; ma la sua esclusione dalle negoziazioni, dovuta all’eccessiva vicinanza dell’attuale governo di Tbilisi alla Russia, potrebbe segnare la marginalizzazione del Paese, con il rischio di rendere il ruolo delle connessioni attraverso la Georgia sempre meno rilevanti per gli scambi regionali, a causa della competitività del corridoio TRIPP.

Anche l’Iran sarebbe fortemente interessato dalla realizzazione del progetto di Trump, che avverrebbe nella regione armena del Syunik, confinante con l’area settentrionale dell’Iran. Il governo di Teheran si è sempre opposto alla realizzazione del corridoio, in quanto percepito come una strategia della NATO per accerchiare Russia ed Iran, riducendo inoltre gli scambi tra Iran ed Armenia. Le conseguenze sarebbero anche di natura economica, poiché l’Iran cesserebbe di essere un corridoio di transito per i commerci tra Turchia e Asia centrale. L’opposizione iraniana al progetto è stata ulteriormente rafforzata dalla presenza degli Stati Uniti nelle trattative: la costruzione del TRIPP comporterebbe la presenza di forze statunitensi sul confine iraniano, uno scenario che ha portato le autorità di Teheran ad affermare di voler bloccare l’esecuzione del progetto, giudicato un rischio serio per la stabilità regionale.

Gli accordi bilaterali recentemente firmati tra Trump con gli omologhi armeno ed azero per rafforzare le relazioni economiche con i Paesi del Caucaso sanciscono però la determinazione da parte degli Stati Uniti nel voler diventare un attore più influente e radicato nella regione, come ribadito dalla clausola inserita negli accordi del TRIPP, che assegna a Washington l’esclusiva sulla gestione del corridoio per i prossimi 99 anni.

L’accordo raggiunto a Washington potrebbe determinare l’inizio di una stagione di cooperazione tra i Paesi coinvolti, favorendo al tempo stesso l’emergere dell’influenza di nuovi attori regionali. La complessità del conflitto e delle sue implicazioni etniche e storiche, il sovrapporsi di interessi e le possibili influenze da parte di Russia ed Iran potrebbero costituire un ostacolo alla realizzazione del progetto, con conseguenze soprattutto nel lungo termine, come già dimostrato dall’instabilità seguita agli accordi raggiunti in passato. Se mantenuto, il trattato di pace potrebbe inaugurare una nuova stagione nel Caucaso: da teatro di guerre congelate a ponte di cooperazione; ma senza una convergenza reale di interessi, il rischio è che l’ennesima tregua lasci il posto a nuove fratture, con conseguenze destinate a ridisegnare non solo la regione, ma l’intera architettura di potere tra Russia, Iran e Stati Uniti.

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L'Autore

Cristel Vinciguerra

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