Il 28 febbraio 2026, primo giorno degli attacchi israeliano-statunitensi contro l'Iran, un raid ha colpito la scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh a Minab, in provincia di Hormozgan, nel sud dell’Iran.
L’attacco missilistico ha colpito la scuola sabato mattina, mentre i bambini erano presenti (in Iran il sabato è il primo giorno della settimana). L’UNICEF ha annunciato che il bilancio delle vittime al 6 marzo ammonta a 168, delle quali la maggior parte aveva “età compresa tra i 7 e i 12 anni”.
L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR), Volker Türk, ha immediatamente richiesto un’indagine “tempestiva, imparziale e approfondita” sulla natura e i responsabili del raid. È possibile che l’attacco alla scuola sia dovuto a un errore: a circa 600 metri si trova una base delle Forze navali del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), possibile obiettivo dei raid israeliano-statunitensi.
Confermando questa ipotesi, l’11 marzo il New York Times, sulla base dell’esito delle indagini preliminari, scrive che l’attacco alla scuola di Minab del 28 febbraio sarebbe dovuto a un errore di mira dell’esercito statunitense, a causa di dati di puntamento obsoleti forniti dalla Defence Intelligence Agency, che identificavano ancora l’edificio come parte della base militare adiacente. Il Pentagono e il comando centrale statunitense non hanno confermato nulla, essendo l’indagine ancora in corso.
Purtroppo, l’attacco alla scuola elementare femminile a Minab non è un evento isolato: dall’inizio della guerra altri 12 bambini sono stati uccisi a scuola in 5 luoghi diversi del Paese. Secondo i dati riportati dall’UNICEF, almeno 20 scuole e 10 ospedali hanno subito gravi danni in Iran a causa degli attacchi.
Inoltre, in Libano, dalla ripresa dei bombardamenti di Israele contro le basi di Hezbollah il 1° marzo e dalla successiva operazione via terra iniziata nel sud del Paese, almeno 83 bambini sono stati uccisi e 254 sono rimasti feriti. A causa dei nuovi attacchi aerei e dell’ordine di evacuazione da parte dell’esercito israeliano in quella zona, l’UNICEF riporta che 700.000 persone, di cui 200.000 bambini, sono state costrette a lasciare le proprie case e sono attualmente sfollate.
Cosa afferma il diritto internazionale umanitario sull'attacco alla scuola di Minab?
Queste aggressioni rappresentano due delle “Sei gravi violazioni” contro l’infanzia identificate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel 1999, durante la prima risoluzione sui bambini e sui conflitti armati (Risoluzione 1261 del Consiglio di Sicurezza): uccisione e mutilazione di bambini e attacchi contro scuole e ospedali.
L’attacco alla scuola femminile di Minab, come tutte le aggressioni a tali strutture, rappresenta una violazione del Diritto Internazionale Umanitario (DIU). Scuole e ospedali, considerati “beni civili protetti”, beneficiano di due principi fondamentali del DIU stabiliti nel Protocollo Aggiuntivo I del 1977 alle Convenzioni di Ginevra del 1949: il principio di distinzione e il principio di proporzionalità.
Secondo il principio di distinzione, è necessario distinguere tra combattenti e civili, e tra obiettivi militari e civili. Il principio di proporzionalità, invece, stabilisce che anche quando un attacco è rivolto a un obiettivo militare, non deve provocare vittime civili o danni collaterali eccessivi rispetto al guadagno militare atteso.
Human Rights Watch chiede che le indagini valutino se l’attacco alla scuola di Minab sia stato condotto con intenzionalità criminale, cioè deliberatamente o in modo sconsiderato, ignorando l’elevato rischio legato alla vicinanza dell’obiettivo a una scuola durante la mattinata scolastica. Se l’intenzionalità venisse confermata, l'attacco sarebbe classificato come crimine di guerra.
Crescere in zone di conflitto
Secondo il rapporto “Stop the war on children: Security for Whom?” pubblicato da Save the Children a novembre 2025, un bambino su cinque al mondo vive in guerra. Nel 2024, 520 milioni di bambini e adolescenti si trovavano in zone di conflitto attivo, con un aumento del 30% rispetto al 2023 delle gravi violazioni contro i minori nei conflitti (Nel 2024 le violazioni sono state 41.763). La maggior parte di esse si è verificata in Territorio Palestinese occupato, Repubblica Democratica del Congo, Nigeria e Somalia.
Crescere durante una guerra non significa solo rischiare la vita ogni giorno: i 520 milioni di bambini che vivono in zone di conflitto non hanno più accesso sicuro al cibo, all’assistenza sanitaria e all’istruzione. Molti sono costretti a scappare dalla propria casa o rimangono orfani. I minori in conflitti armati sono spesso vittime di violenza, abusi sessuali, sfruttamento e reclutamento, come nel caso dei “bambini soldato”. Questi includono tutti i bambini costretti a combattere o a servire in altri ruoli (come cuochi, messaggeri, ecc.) per qualsiasi gruppo armato. In questa categoria rientrano anche le bambine arruolate per fini sessuali.
L'impatto a lungo termine della guerra
Crescere in una zona di guerra ha un impatto profondo sulla mente dei bambini, con ripercussioni psicologiche a lungo termine. La professoressa Theresa Betancourt, nel suo libro Shadow into Light, afferma che: “[il trauma può influenzare] lo sviluppo dell'architettura cerebrale nei bambini piccoli, con conseguenze permanenti sull'apprendimento, sul comportamento e sulla salute fisica e mentale”.
Le conseguenze variano da problemi di salute mentale, come il DPTS (disturbo post-traumatico da stress) o il lutto, a danni alla salute fisica a lungo termine (come malattie autoimmuni o cardiache) causati dallo “stress tossico” dovuto all'eccessiva produzione di ormoni come l'adrenalina.
Le sofferenze e i traumi della guerra colpiscono tutti, dai bambini agli adulti. Molto spesso, in situazioni di conflitto, i bambini non ricevono il supporto e la protezione necessari per superare tali traumi, perché gli adulti intorno a loro stanno vivendo le stesse sofferenze.
La guerra disumanizza i bambini: li priva di tutto ciò che li rende tali. Michael Pluess, professore di psicologia presso l’Università del Surrey e autore di numerose ricerche a lungo termine sui bambini rifugiati siriani, afferma: “Non sono solo vittime di problemi di salute mentale: sono bambini con interessi, e per questo hanno bisogno di andare a scuola, di opportunità per giocare insieme; questo potrebbe essere importante quanto affrontare i problemi di salute mentale che stanno vivendo".
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L'Autore
Aurora Mazzola
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