All’alba di lunedì 27 maggio, il quartiere di Tal al Sultan, a Rafah, nella Striscia di Gaza, è un ammasso di tende bruciate. Sotto di esse corpi senza vita di donne, bambini e anziani che non sono riusciti a scappare. Qualche ora prima, una serie di bombardamenti messi in atto da Israele hanno colpito il quartiere, scatenando incendi all’interno delle tende, uccidendo almeno 40 palestinesi e ferendone altre decine. I bombardamenti hanno colpito, senza nessun avvertimento per l’evacuazione dei civili, un accampamento di sfollati, a nord-ovest di Rafah, una zona lontana da quelle al centro delle operazioni militari israeliane. “Era come se il metallo stesse per crollarci addosso” ha dichiarato una madre palestinese. Uno dei residenti arrivati all’ospedale kuwaitiano di Rafah ha dichiarato che “gli attacchi aerei hanno bruciato tende, le tende si stanno sciogliendo e con loro i corpi delle persone".
L’esercito israeliano aveva qualificato la zona come “area umanitaria", dove i civili palestinesi erano stati spinti a ripararsi in vista di una possibile escalation dell’invasione di Rafah. Israele aveva più volte dichiarato la propria intenzione di procedere con un’operazione di terra a Rafah, area in cui ritiene che la leadership di Hamas sia accampata insieme a una serie di battaglioni di combattenti e ostaggi israeliani.
Secondo quanto dichiarato dall’esercito israeliano, i bombardamenti, avvenuti tramite l’utilizzo di armi di precisione, avevano come obiettivo un complesso usato dai miliziani di Hamas. Sono infatti rimasti uccisi due leader di Hamas: Yassin Rabia e Khaled Nagar, rispettivamente il comandante della leadership di Hamas in Cisgiordania e un alto esponente della fazione sempre in Cisgiordania. I missili di Israele sono partiti dalla zona di Rafah. Poco prima dei bombardamenti, Hamas aveva lanciato dei razzi verso Tel Aviv, i primi dall’inizio di gennaio, azione che non ha causato né vittime né danni rilevanti. In una dichiarazione sul suo canale Telegram, l’ala militare di Hamas ha dichiarato che i razzi erano stati lanciati in risposta ai massacri sionisti contro i civili palestinesi, che hanno causato la morte di cinque persone in seguito ad attacchi aerei a Rafah domenica scorsa.
Lo scorso venerdi la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) aveva ordinato a Israele di fermare gli attacchi verso Rafah, al centro di un’offensiva israeliana cominciata all’inizio del mese di maggio. La stessa Corte aveva definito la situazione nella zona come “disastrosa” in quanto le condizioni di vita della popolazione che vi vive sono “ulteriormente peggiorate” a causa del prolungarsi della mancanza di cibo. Israele ritiene che l’ordine dato dalla ICJ lasci però spazio ad un’azione militare. Il consigliere per la sicurezza nazionale del Primo Ministro Netanyahu, Tzachi Hanegbi, ha dichiarato che Israele non ha commesso e non commetterà genocidio a Rafah ma che, secondo il diritto internazionale, ha il diritto di difendersi, azione che, secondo lui, la Corte sta impedendo.
Le potenze internazionali così come le agenzie internazionali hanno condannato l’attacco israeliano, dall’Arabia Saudita agli Emirati Arabi Uniti, dall’Egitto alla Francia. Alcuni paesi tra cui il Qatar si sono mostrati preoccupati che questo attacco possa complicare gli sforzi di mediazione che da mesi lottano per un cessate il fuoco permanente nella Striscia di Gaza. In una dichiarazione, il coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente, Tor Wennesland, condanna gli attacchi israeliani su Rafah, ritenendosi seriamente preoccupato per la morte delle donne e dei bambini. Per questo motivo, egli richiede alle autorità israeliane di portare avanti un’inchiesta trasparente per trovare i responsabili di eventuali illeciti e per poter adottare immediate misure al fine di proteggere meglio i civili.
Secondo il Washington Post, dallo scorso 7 ottobre, giorno dell’attacco di Hamas contro Israele, 36,050 palestinesi sono stati uccisi e 81,026 sono stati feriti, solo a Gaza. A quasi nove mesi dall’inizio del conflitto, Rafah, che si trova al confine con l’Egitto, è l’unica parte della Striscia di Gaza a non essere ancora stata teatro di combattimenti di terra. L’attacco di domenica sera si è svolto in un luogo che doveva dare sicurezza in un conflitto che non risparmia niente e nessuno. Nonostante ciò, come ha sottolineato la pagina X di Doctors without Borders, questo attacco “dimostra ancora una volta che nessun posto è sicuro”.
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L'Autore
Chiara Giovannoni
Chiara Giovannoni, classe 2000, è laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche all’Università di Bologna. Attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Strategie Culturali per la Cooperazione e lo sviluppo presso l’Università Roma3.
Interessata alle relazioni internazionali, in particolare alla dimensione dei diritti umani e alla cooperazione.
E’ volontaria presso un’organizzazione no profit che si occupa dei diritti dei minori in varie aree del mondo.
In Mondo Internazionale ricopre la carica di autrice per l’area tematica Diritti Umani.
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