Gli attacchi coordinati che hanno colpito il Mali il 25 aprile hanno riportato il paese al centro della crisi del Sahel. Le esplosioni nell’area di Bamako e di Kati, sede del principale del quartier generale militare e luogo simbolico del potere della giunta, insieme agli scontri segnalati in altre città strategiche del Paese, non rappresentano soltanto un nuovo episodio di instabilità. Al contrario, mostrano quanto la promessa di restaurare la sicurezza, su cui i militari avevano fondato la propria legittimazione dopo i colpi di Stato del 2020 e del 2021, appaia oggi sempre più fragile. Inoltre, nelle ore successive, il governo ha confermato la morte del ministro della Difesa, Sadio Camara, ucciso nell’assalto alla sua residenza a Kati.
Il dato più rilevante, però, non è solo la violenza dell’attacco, ma ciò che esso rivela sul deterioramento del quadro di sicurezza maliano. Da mesi ormai, il Paese appariva logorato dalla strategia di JNIM, il gruppo affiliato ad al Qaeda attivo nel Sahel, che aveva intensificato attacchi e blocchi delle vie di rifornimento verso Bamako, cercando di indebolire l’esercito più per esaurimento che attraverso una conquista diretta e immediata della capitale. Gli eventi di aprile sembrano confermare che quella pressione non fosse solo episodica, ma facesse parte di una dinamica più ampia di erosione del controllo statale. Gli attacchi del 25 aprile hanno mostrato anche una collaborazione tra militanti legati a JNIM e separatisti tuareg, una convergenza tattica che indebolisce ulteriormente la posizione della giunta.
Questa evoluzione pesa ancora di più se collegata alla traiettoria politica seguita dal Mali negli ultimi anni. Quando Assimi Goïta prese il potere, la giunta giustificò la propria ascesa con la necessità di ristabilire ordine e sicurezza in un paese già segnato da una lunga crisi nel Nord e dalla diffusione di gruppi jihadisti. In nome di questa promessa, Bamako ha progressivamente dissolto i legami con la Francia e con la presenza militare internazionale che per anni aveva sostenuto il contrasto ai gruppi armati, espellendo sia le truppe francesi sia la missione ONU. In seguito, il governo si è rivolto ai russi, prima attraverso Wagner e poi attraverso l’Africa Corps, nel tentativo di ridefinire le proprie alleanze e di riaffermare la propria sovranità. Ma i risultati, almeno sul piano della sicurezza, appaiono sempre più limitati. Il governo, arrivato al potere con la promessa di riportare stabilità, continua a faticare nel contenere l’insurrezione.
Il problema, infatti, non è soltanto militare. Il Mali è diventato uno spazio in cui si sovrappongono almeno tre livelli di conflitto. Il primo è quello tra lo Stato e i gruppi jihadisti, in particolare JNIM, che mira a erodere progressivamente l’autorità centrale e ad ampliare la propria influenza ben oltre il territorio maliano. Il secondo è il conflitto tra Bamako e i movimenti armati del nord, soprattutto nell’Azawad, dove la questione tuareg e le rivendicazioni autonomiste o indipendentiste non sono mai state davvero risolte. Il terzo livello è quello geopolitico: il Sahel è diventato un terreno di riposizionamento strategico, segnato dal ridimensionamento dell’influenza francese, dall’avanzata russa e dal generale indebolimento dei meccanismi regionali di sicurezza. Per questo motivo, gli attacchi di aprile non possono essere letti come un semplice fatto interno, ma riflettono la crisi di un intero assetto regionale.
Uno degli aspetti più significativi è il fatto che l’offensiva abbia colpito non solo il Nord storicamente instabile, ma anche l’area attorno alla capitale. Questo spostamento geografico ha un forte valore simbolico e politico. Se negli anni precedenti l’insicurezza poteva essere percepita come periferica o confinata a zone lontane dal cuore del potere, gli attacchi vicino a Bamako mostrano, invece, che la crisi si è avvicinata al centro dello Stato. È questo che rende la situazione particolarmente allarmante: non tanto l’idea di un crollo imminente del governo, quanto la dimostrazione che la giunta non è riuscita a trasformare il proprio potere militare in controllo effettivo del territorio e in stabilizzazione duratura.
Le implicazioni vanno oltre il Mali. Il deterioramento della sicurezza nel paese si inserisce in una tendenza più ampia del Sahel, dove i gruppi jihadisti hanno rafforzato la loro capacità offensiva e, in alcuni casi, la loro presenza territoriale. Il rafforzamento delle organizzazioni estremiste nella regione, unito al crollo del sostegno internazionale al controterrorismo e all’indebolimento della leadership regionale, ha contribuito a creare un vuoto entro cui la violenza può espandersi. In questo senso, la crisi maliana non riguarda soltanto la tenuta della giunta, ma la possibilità che l’intera regione diventi ancora più permeabile a gruppi armati, traffici illeciti e nuove forme di competizione tra attori esterni.
In aggiunta a ciò, subentra un ulteriore elemento che rende il caso maliano particolarmente importante dal punto di vista della sicurezza internazionale. Il Mali mostra i limiti di una risposta fondata quasi esclusivamente sulla forza e sulla ridefinizione degli sponsor esterni. La sostituzione dell’appoggio occidentale con quello russo non ha prodotto la svolta promessa; al contrario, il quadro resta segnato da violenza diffusa, insicurezza persistente e crescente pressione sulle istituzioni centrali. In questo senso, la crisi del Mali non è soltanto la storia di uno Stato sotto attacco, ma anche quella del fallimento di una strategia che ha ridotto la sicurezza a un problema di alleanze militari e repressione, senza riuscire a stabilizzare davvero il terreno politico e sociale su cui l’insurrezione prospera.
Per questo gli attacchi di aprile segnano qualcosa di più di una nuova escalation. Essi mostrano che il Mali resta uno dei punti più vulnerabili del Sahel e che la sua crisi continua ad avere un significato regionale e internazionale. La giunta mantiene ancora il potere e non si può parlare automaticamente di collasso imminente, ma il fatto che gruppi jihadisti e attori armati del Nord siano riusciti a colpire simultaneamente aree chiave del paese, incluso il cuore militare del regime, costituisce un segnale politico fortissimo. Più che annunciare una caduta immediata di Bamako, questi eventi indicano che il conflitto maliano è entrato in una fase in cui la sopravvivenza del potere centrale non coincide più con la capacità di governare davvero la sicurezza del paese.
In definitiva, il Mali non è soltanto uno dei tanti teatri di crisi del continente africano. È uno dei luoghi in cui si vede con maggiore chiarezza come la crisi del Sahel stia cambiando natura: meno periferica di quanto sia stata raccontata in passato, più vicina ai centri del potere statale, più intrecciata con le rivalità internazionali e più difficile da affrontare con sole risposte militari.
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L'Autore
Federica Placidi
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