Appare senza via d'uscita la spirale di violenza che ha travolto il Paese dell’Africa occidentale a partire dallo scorso 25 aprile. Un attacco coordinato su larga scala, perpetrato da milizie islamiste e colonne separatiste del popolo dei tuareg, ha colpito la giunta militare al potere come mai prima d’ora, lasciando dietro di sé una lunga scia di vittime civili. La feroce offensiva, che ha interessato simultaneamente i più importanti centri del Paese, attraversandolo da Timbuktu (nel nord) fino alla capitale Bamako (nel sud-ovest), ha logorato la resistenza dell’esercito regolare e inferto un duro colpo al cuore del regime con l’uccisione del ministro della Difesa, Sadio Camara. Un assassinio di matrice terroristica immediatamente rivendicato dal Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad (MNLA), interamente costituito da ribelli tuareg che puntano all’autodeterminazione dell’intera regione sahariana del Paese, a cui ha fatto seguito la comunicazione, da parte dell'organizzazione armata, di aver “totalmente occupato” la città di Kidal, fulcro del Mali settentrionale.
Nelle settimane successive, la guerriglia ha continuato a espandersi, coinvolgendo nuove località come Gao, Mopti e Sévaré, e costringendo le forze armate maliane a evacuare il generale Assimi Goïta, a capo della giunta militare, dal quartier generale di Kati, situato a pochi chilometri dalla capitale, per trasferirlo in un’area segreta. In seguito agli attacchi, il presidente non ha rilasciato alcuna dichiarazione, al contrario di quanto fatto dal fronte offensivo che, unendo le voci ribelli del MNLA a quelle jihadiste del Gruppo di Sostegno all’Islam e ai Musulmani (GSIM), ha espresso il comune intento di favorire una “transizione pacifica e inclusiva” finalizzata all’instaurazione della legge coranica in tutto il Paese.
I vertici militari, saliti al potere a seguito di ben due colpi di Stato messi in atto tra il settembre del 2020 e il maggio del 2021, hanno assistito anche al ritiro delle truppe russe, costituite da ex membri del Gruppo Wagner riunitisi sotto il nome di Africa Corps, dalle aree strategiche del Mali settentrionale, occupate da Mosca sin dal 2023 a supporto del governo di Goïta. La smobilitazione russa è avvenuta senza colpo ferire ed è stata seguita da una nuova nota del MNLA, che ha sottolineato l’avvio di relazioni con il Cremlino per l’ottenimento di una “legittimazione internazionale” da ricalcare sul modello siriano e afghano. La scelta russa non è passata inosservata, alimentando stupore tra gli analisti nonché seri dubbi sull’efficacia degli Africa Corps come partner in materia di sicurezza.
Mentre l’escalation di violenza prosegue e la tenuta delle istituzioni, già fortemente destabilizzate dai colpi di Stato precedenti, si avvicina al tracollo, ad aggravarsi è soprattutto la crisi umanitaria. Nell’agosto del 2021 l’ONU, attraverso le parole del suo esperto indipendente sulla situazione dei diritti umani in Mali, ha evidenziato come il deterioramento della situazione abbia raggiunto la “soglia critica”, aggiungendo che la rapida diffusione della violenza pone in serio pericolo la "sopravvivenza dello Stato”. Oggi ampie aree del Paese sono a rischio carestia a causa dei blocchi imposti dagli estremisti per indebolire il potere governativo. A Bamako, da settimane, i jihadisti impediscono l’afflusso di beni di prima necessità in molteplici zone della capitale, così come nel villaggio di Diafarabé e nella città di Mopti. Secondo il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR), in tutte le principali località del Paese le strutture mediche sono al collasso e riescono a far fronte alle esigenze più stringenti solo grazie alla fornitura di aiuti d’emergenza da parte della stessa organizzazione. L’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) ha dichiarato che quest’anno più di 5 milioni di persone necessitano di beni essenziali per sopravvivere, in una nazione che conta centinaia di migliaia di sfollati e il cui futuro s’intreccia a doppio filo con quello dell’intera regione del Sahel.
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L'Autore
Francesco Oppio
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