Lunedì 13 luglio i ministri degli Esteri UE si sono incontrati a Bruxelles per discutere sulla possibile imposizione di sanzioni verso Israele ed in particolare riguardo alle sue colonie in Cisgiordania.
Negli ultimi mesi, l’atteggiamento degli Stati membri verso Israele si è inasprito a causa della sua inadempienza nel cessare le ostilità in corso da quasi 3 anni in Palestina.
Almeno 10 Stati membri dell’Unione europea, tra cui Belgio, Paesi Bassi e Spagna, sostengono che l’UE abbia l’obbligo di interrompere gli scambi commerciali con i territori occupati, a seguito di una sentenza della Corte internazionale di giustizia del 2024 che ha invitato Israele a porre fine alla sua occupazione dei territori palestinesi “il più rapidamente possibile”. La sentenza ha riscontrato numerose violazioni del diritto internazionale da parte di Israele, comprese attività che costituivano una forma di apartheid.
Pressioni che si sono concretizzate nelle dichiarazioni di Kaja Kallas, l’alta rappresentante dell'Unione per gli affari esteri, la quale ha dichiarato poco prima dell’inizio della riunione che: “Tutti i 27 Stati membri concordano sul fatto che gli insediamenti israeliani siano illegali secondo il diritto internazionale. Le attuali politiche dell’UE non hanno contribuito in modo significativo a limitare gli scambi commerciali con gli insediamenti”.
Un documento diffuso dalla Commissione europea prima dell'incontro propone tre possibili misure da adottare, volte a inasprire le restrizioni sulle importazioni di beni prodotti negli insediamenti israeliani, che sono già esclusi dal regime tariffario preferenziale dell’UE.
L’UE attua già una politica di “differenziazione” per quanto riguarda i beni prodotti negli insediamenti, il che significa che tali beni sono esenti dalle tariffe preferenziali concesse ai prodotti fabbricati in Israele e non rientrano nell’ambito di applicazione dell’accordo commerciale e di cooperazione UE-Israele, noto come Accordo di associazione.
Le misure proposte nell'incontro di lunedì comprendono: l’imposizione di maggiori controlli sui beni importati nell’UE dagli insediamenti, l’applicazione di dazi molto alti nei confronti delle stesse merci e, infine, il bando sulla totalità delle importazioni dagli insediamenti illegali.
Ma l’esito dell'incontro non è stato positivo. Sempre la Kallas ha dichiarato che la proposta del divieto al commercio con le colonie aveva “ottenuto il sostegno” da parte dei membri. Tuttavia, non vi era una chiara maggioranza a favore di una singola opzione. L’alta rappresentante ha, inoltre, lamentato l'impossibilità di prendere una decisione immediata a causa della posizione della Commissione.
A tal proposito, la Commissione von der Leyen ha resistito ai vari tentativi di imporre nuove barriere commerciali ad Israele e non ha presentato ai paesi dell’UE misure formali su cui votare durante la riunione di lunedì.
La Commissione è stata accusata dai critici di ostacolare la decisione sul divieto del commercio dei prodotti provenienti dagli insediamenti, sostenendo che tale divieto richieda il sostegno unanime degli Stati membri e non una maggioranza qualificata, ovvero il voto favorevole del 55% degli Stati che rappresentano il 65% della popolazione UE.
Gli Stati si trovano ancora una volta divisi sulla questione. Paesi come Spagna, Belgio e Irlanda sono a favore del blocco totale delle relazioni economiche verso Israele. Olanda e Francia, con più cautela, chiedono la sospensione degli accordi commerciali soltanto per i beni provenienti dai territori occupati. Altri Stati invece, tra cui l’Italia e la Germania, sono contrari al blocco degli accordi commerciali comunitari, preferendo la via del dialogo diplomatico.
Attualmente, i rapporti economici tra Unione europea ed Israele sono regolati dall’Accordo di associazione UE-Israele, entrato in vigore nel 2000. Con oltre il 34% delle importazioni israeliane provenienti dall’UE e il 28,8% delle esportazioni israeliane destinate all’UE, l’Europa è il primo partner commerciale di Israele. Nel 2024 il volume totale degli scambi di merci tra l’UE e Israele è ammontato a 42,6 miliardi di euro.
Invece, secondo le stime dei media, le esportazioni dei coloni verso l’UE ammontano a una cifra compresa tra 150 e 250 milioni di euro all’anno, ma la Commissione europea non dispone di dati precisi. Il divieto di esportazione rappresenterebbe un colpo finanziario per circa 45 singole aziende gestite da coloni israeliani.
La portata delle sanzioni risulterebbe perlopiù simbolica, ma comunque non andrebbe sottovalutata la sua importanza. Questa rappresenterebbe la prima presa di posizione sostanziale da parte dell’UE nei confronti di Israele.
Ma il risultato ottenuto lunedì 13 luglio dimostra come l'Unione rimanga ideologicamente frammentata, nonostante gli sforzi compiuti dai vari membri per intervenire sulla questione.
Alcuni Stati hanno, di propria iniziativa, già adottato delle restrizioni al commercio con le colonie. Ma i divieti nazionali hanno tuttavia un’efficacia limitata a causa della libera circolazione delle merci all’interno dell’UE.
Essa adotta da tempo misure di politica commerciale il cui obiettivo primario non è di natura economica, bensì è piuttosto finalizzato a contribuire alla tutela dei diritti umani. L’UE ha sospeso le preferenze commerciali nei confronti di paesi come la Cambogia o lo Sri Lanka a causa di violazioni dei diritti umani o dei diritti dei lavoratori e ha posto sotto stretta sorveglianza altri paesi, quali il Myanmar o il Kirghizistan. Non si tratta di misure di politica estera, ma semplicemente di una rigorosa applicazione della politica commerciale dell’UE stessa.
Come sostenuto da diversi specialisti del settore, questa mossa costituirebbe una misura volta a garantire la coerenza della politica commerciale dell’UE con il diritto internazionale, come previsto dai trattati istitutivi dell’UE.
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L'Autore
Guido Guarino
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