A poche settimane dalla COP31, il vertice ONU sul clima che a novembre riunirà i delegati di tutto il mondo ad Adalia, sulla costa turca, il tema ambientale è tornato a occupare le strade del cuore politico d’Europa: domenica un lungo corteo ha attraversato Bruxelles fino al quartiere delle istituzioni comunitarie, con una partecipazione che la polizia stima in circa 45.000 persone e che gli organizzatori fanno salire a 60.000, in quello che è soltanto l’ultimo di una serie di cortei andati in scena nella capitale belga.
A dare slancio alla mobilitazione è stato soprattutto il ricordo di un’estate segnata da ondate di calore da record, che anche in Belgio hanno provocato un aumento dei decessi senza precedenti rispetto alla norma e che hanno riacceso la paura per gli effetti del riscaldamento globale sul continente. Aimen Horch, alla guida dei Verdi di Fiandre e Bruxelles, ha raccontato di persone che non riuscivano a dormire nelle proprie case roventi, degli incendi che hanno devastato le Hautes Fagnes, una delle aree naturali più preziose del Paese, e di un governo percepito come assente. Ha inoltre sottolineato che le richieste dei movimenti restano le stesse di sempre, ma che il senso di urgenza non è mai stato così forte.
L’iniziativa è stata promossa da Climate Coalition insieme ad altre realtà, tra cui il partito fiammingo Groen, e ruota attorno a cinque obiettivi: la fine graduale dei sussidi ai combustibili fossili accompagnata da una tassazione del settore, la crescita degli spazi verdi, una transizione equa che non lasci indietro nessuno, un sostegno più forte a cittadini e imprese che vogliono abbandonare le fonti fossili e un rafforzamento della cooperazione internazionale. Tra i partecipanti, l’economista Etienne de Callatay ha spiegato che la preoccupazione non riguarda soltanto chi sfila in piazza e che, dopo un’estate simile, i politici non dovrebbero temere punizioni alle urne per scelte coraggiose. Aurore Schreiber, invece, che lavora in una ONG di cooperazione allo sviluppo, è scesa in strada con la famiglia per chiedere che i politici ascoltino i giovani e le persone vulnerabili e che si costruiscano filiere più verdi e più giuste, attente ai salari e alle condizioni dei lavoratori.
Eppure, mentre i manifestanti chiedono più ambizione, l’orizzonte di Adalia appare tutt’altro che incoraggiante: gli Stati Uniti di Donald Trump si sono sfilati dai negoziati, indebolendo l’intero processo. La delusione per il mancato accordo ambizioso durante il vertice dello scorso anno in Brasile pesa ancora sulle spalle degli europei e l’impennata dei prezzi dell’energia ha dato nuova forza ai grandi produttori di petrolio e gas, ancora meno propensi a discutere di un addio alle fonti fossili. In questo quadro, l’Unione europea, che continua a presentarsi come la prima forza mondiale nella lotta al cambiamento climatico e come il principale donatore internazionale del settore, si avvicina al vertice in una posizione scomoda. Nel tentativo di restare competitiva rispetto a Cina e Stati Uniti, l’UE ha ammorbidito alcune delle proprie regole ambientali, privilegiando un approccio più favorevole alle imprese. L’esempio più recente è la proposta avanzata a settembre dalla Commissione di rinviare di un anno, dal 2027 al 2028, l’entrata in vigore della legge sul metano, un gas serra estremamente dannoso per il clima.
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L'Autore
Cecilia De Marco
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Clima bruxelles Unione Europea COP31