Con o senza ONU? Clima, potere e nuove geometrie della governance globale

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  Elisa Parisi
  05 maggio 2026
  6 minuti, 33 secondi

Energia, economia e sicurezza non sono più domini separati. Sono diventati un'unica infrastruttura di potere. E la politica climatica - un tempo confinata alla cooperazione multilaterale - è oggi uno degli spazi più evidenti di questa trasformazione.

Il 17° Dialogo di Petersberg e i Dialoghi di Santa Marta, tenutisi a pochi giorni di distanza nell'aprile 2026, non sono semplicemente due eventi preparatori alla COP31. Sono, piuttosto, due modelli concorrenti di governance climatica: uno ancora radicato nel multilateralismo ONU, l'altro esplicitamente costruito al di fuori di esso.

Capire cosa è emerso da questi incontri significa leggere, in controluce, la ridefinizione degli equilibri globali.

Petersberg: coordinare il consenso in un sistema che si frammenta

Il Dialogo di Petersberg nasce nel 2010 come spazio informale per facilitare il compromesso tra Stati prima dei negoziati ufficiali. Nel tempo, si è trasformato in una piattaforma di “pre-diplomazia climatica”, dove si testano posizioni politiche e si costruiscono coalizioni.

Nel 2026, però, il contesto è radicalmente diverso.

Il fallimento della COP30 ha messo in discussione la capacità del sistema ONU di produrre risultati concreti. Parallelamente, la crisi energetica globale, aggravata da tensioni geopolitiche persistenti, ha ridefinito le priorità degli Stati: sicurezza degli approvvigionamenti, stabilità dei prezzi, autonomia strategica.

Non sorprende quindi, che a Berlino il ministro tedesco Carsten Schneider abbia esplicitamente collegato la transizione energetica alla sicurezza nazionale. L'argomento non è più solo ambientale: è sistemico.

Allo stesso modo, il commissario europeo Wopke Hoekstra ha inserito la politica climatica in una logica di competitività economica. Il dato sui 22 miliardi di euro spesi in poche settimane per la produzione di combustibili fossili non è solo un indicatore economico: è un argomento politico per accelerare l'elettrificazione e ridurre la dipendenza esterna.

Questo passaggio è cruciale. L'Unione Europea non parla più solo di “transizione verde”, ma di transizione come strumento di potere economico .

Tuttavia, Petersberg evidenzia anche una tensione irrisolta. Il formato resta inclusivo, ma proprio questa inclusività ne limita l'efficacia operativa. Le discussioni avanzano, ma l'implementazione resta vincolata a un sistema, quello delle COP, che richiede consenso unanime.

In altre parole: Petersberg continua a costruire convergenza, ma in un sistema che fatica sempre più a trasformarla in decisione.

Santa Marta: la diplomazia senza consenso

Se Petersberg rappresenta il tentativo di salvare il multilateralismo climatico, i Dialoghi di Santa Marta raccontano invece qualcosa di diverso: il suo superamento, o quantomeno la sua trasformazione.

Co-organizzata da Colombia e Paesi Bassi, la conferenza ha riunito circa 60 Paesi attorno a un'idea semplice ma radicale: discutere la transizione energetica al di fuori delle regole dell'ONU.

La critica si concentra su un punto preciso: la regola del consenso. Come osserva Jean Lemire, in un sistema dove tutti devono essere d'accordo, basta un singolo veto per bloccare l'intero processo.

Santa Marta ribalta questo paradigma. Non cerca l'universalità, ma l'efficacia. Non punta a decisioni vincolanti, ma a impegni volontari tra Paesi che condividono un obiettivo: accelerare l'uscita dai combustibili fossili.

Qui emerge una logica tipica delle relazioni internazionali contemporanee: il passaggio da istituzioni universali a coalizioni selettive .

La ministra colombiana Irene Vélez Torres ha parlato di una nuova “democrazia ambientale”. Ma il concetto è ambiguo, infatti più che una democratizzazione, si tratta di una segmentazione della governance , dove solo alcuni attori, i “volenterosi”, sono nell'agenda.

Questo approccio ha vantaggi evidenti: maggiore rapidità, maggiore flessibilità, maggiore possibilità di sperimentazione, ma comporta anche rischi sistemici.

Il primo è la legittimità: senza universalità, quanto sono rappresentative queste iniziative? Il secondo invece è l'efficacia globale: può una transizione energetica funzionare senza il coinvolgimento dei principali emettitori?

Non a caso, alcune assenze pesano: gli Stati Uniti, sotto la leadership di Donald Trump, non hanno partecipato. Una scelta coerente con il disimpegno americano dall'Accordo di Parigi, ma che solleva dubbi sull'efficacia di un'azione che non coinvolga il Paese.

Finanza e transizione: il vero vincolo strutturale

Al di là delle differenze istituzionali, Petersberg e Santa Marta convergono su un elemento chiave: la transizione energetica incontra ostacoli soprattutto sul piano finanziario.

Le tecnologie rinnovabili sono sempre più competitive. Il problema riguarda piuttosto le condizioni di accesso al capitale.

Nei Paesi in via di sviluppo, i costi di finanziamento restano elevati, spesso di gran lunga superiori rispetto alle economie avanzate. Questo squilibrio altera gli incentivi: nel breve periodo, investire in combustibili fossili può risultare più accessibile, anche quando meno efficiente nel lungo termine.

Si crea così una dinamica circolare. I proventi derivanti da petrolio e gas servono a sostenere bilanci pubblici già sotto pressione, limitando lo spazio per investimenti alternativi. La cosiddetta “trappola del debito e dei combustibili fossili” si inserisce esattamente in questo meccanismo.

Il punto, quindi, non riguarda solo la politica climatica, ma l'architettura finanziaria globale: costo del debito, ruolo delle istituzioni internazionali, accesso al credito, riforma dei sussidi.

Senza interventi su questi livelli, anche le strategie più ambiziose rischiano di restare circoscritte.

L'Unione Europea tra capacità normativa e vincoli operativi

In questo scenario, l'Unione Europea continua a proporsi come attore guida, soprattutto sul piano normativo. Definisce standard, promuove obiettivi ambiziosi, costruisce strumenti di proiezione esterna come il Global Gateway.

Tuttavia, questa leadership si confronta con limiti concreti.

Il coordinamento tra i 27 Stati membri rimane complesso, in particolare su questioni energetiche. Sul piano internazionale, la competizione con altri grandi attori riduce i margini di manovra. Infine, la capacità di incidere sulle dinamiche finanziarie globali resta parziale.

Ne deriva una posizione ambivalente: forte nella definizione delle regole, meno incisiva nella loro implementazione su scala globale.

Tra livelli e limiti: il nodo della governance climatica

Dai Dialoghi di Petersberg e di Santa Marta emerge un'evoluzione ormai difficilmente reversibile: la governance climatica si sta articolando su più livelli.

Il sistema ONU resta un punto di riferimento imprescindibile per legittimità e inclusività. Accanto ad esso, però, si stanno consolidando formati intermedi e coalizioni ristrette, capacità di movimento con maggiore rapidità e flessibilità. Questo assetto multilivello amplia le possibilità di azione, ma introduce anche una criticità evidente: senza coordinamento, il rischio è quello di una frammentazione crescente, fatta di iniziative parallele che non producono effetti sistemici.

È qui che si colloca il vero cambiamento rispetto al passato. Per anni, il problema principale è stato individuato nella mancanza di ambizione politica. Oggi, ambizione, tecnologie e strumenti esistono già. La difficoltà riguarda piuttosto la capacità di organizzarli in un'architettura coerente.

In questo senso, Petersberg e Santa Marta offrono due risposte parziali. Il primo preserva un approccio inclusivo, ma resta legato a dinamiche decisionali lente e spesso inconcludenti. Il secondo accelera i tempi e favorisce la cooperazione operativa, ma riduce la portata universale dell'azione.

La sfida, per l'Unione Europea e più in generale per il sistema internazionale, non consiste nello scegliere tra questi modelli, bensì nel renderli compatibili. Costruire connessioni tra diversi livelli di governance diventa quindi il passaggio decisivo.

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Elisa Parisi

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