La Repubblica Democratica del Congo sta attraversando una fase molto delicata della sua storia. Nonostante le grandi potenzialità economiche date dalle vaste risorse naturali, l’est del paese è oggi invaso da numerosi conflitti che coinvolgono decine di gruppi armati. Le istituzioni centrali, guidate dal presidente Félix Tshisekedi, faticano a mantenere il controllo statale nelle province oggetto di scontri. In particolare, le province di Nord Kivu e Ituri risultano le più colpite con attacchi sferrati da gruppi come le Forze Democratiche Alleate (ADF) e il Movimento M23.
È in questo contesto che si inseriscono i recenti attacchi avvenuti nei mesi di luglio e agosto. Nella notte tra il 26 e il 27 luglio, nella circoscrizione del North Kivu, a Bapere – nell’est della Repubblica Democratica del Congo -, almeno 40 persone sono rimaste uccise in una serie di attacchi attribuiti al gruppo ADF. Secondo quanto riportato da Human Rights Watch, l’organizzazione ha ricevuto i nomi di 39 persone uccise, 9 ferite e 9 bambini tra i 7 e i 14 anni rapiti. La violenza è stata inferta durante un raduno notturno in una chiesa. I fedeli, riunitisi per alcune celebrazioni all’interno della struttura il 26 luglio, hanno deciso di trascorrervi la notte fino all’entrata degli uomini armati intorno all’ 1 del mattino successivo. Secondo i testimoni e i sopravvissuti, i combattenti hanno prima fatto sedere tutti i presenti per poi colpirli alla testa con armi da fuoco e machete. Nel frattempo, in città, lo stesso gruppo ha ucciso altre 5 persone oltre a incendiare case e veicoli.
Più recentemente, tra il 9 e il 16 agosto l’ADF ha preso di mira diverse località di Beni e Lubero, nella provincia orientale di Nord-Kivu. Questi attacchi, secondo quanto dichiarato dalla missione ONU Monusco, sono costati la vita a 52 persone tra cui 8 donne e due bambini. Ad esser presi di mira parti della comunità già gravemente provate da crisi umanitarie e da una diffusa instabilità. I combattenti hanno seminato il panico tramite saccheggi, rapimenti, incendi di case e veicoli.
L’ ADF risulta oggi uno dei maggiori fautori dei massacri recenti nella Repubblica Democratica del Congo. Si tratta di un’organizzazione nata in Uganda negli anni Novanta, con l’accusa al governo di perseguitare la comunità musulmana. Nonostante attualmente non risultino chiari i legami tra i due gruppi, nel 2019 l’ADF ha giurato fedeltà all’ISIS divenendo parte della provincia centroafricana dello Stato Islamico. Il gruppo era originariamente formato da ex ribelli ugandesi e, per questo motivo, nel novembre 2021 è stata avviata l’operazione Shujaa, una missione militare congiunta tra le forze armate della Repubblica Democratica del Congo (FARDC) e l’Uganda People’s Defence Force (UPDF). L’obiettivo di questa alleanza era quello di neutralizzare l’organizzazione a causa dei numerosi massacri, violenze e rapimenti che stava portando avanti.
Nella repressione di questi attacchi e nella protezione della popolazione civile, ha giocato e continua a giocare un ruolo importante Monusco, la missione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per la stabilizzazione nella Repubblica Democratica del Congo. Istituita nel 2010, è una missione di peacekeeping nata in sostituzione della precedente MONUC che ha come mandato quello di proteggere i civili e sostenere l’attuazione del processo di pace aiutando il governo congolese a ristabilire l’autorità statale.
Questi attacchi nei confronti dei civili, secondo la Vice Rappresentante Speciale del Segretario Generale dell’ONU per la Protezione e le Operazioni all’interno di Monusco, Vivian van de Perre, non violano soltanto i diritti umani ma anche il diritto umanitario internazionale. Negli ultimi anni, l’operazione è stata molto criticata dalla popolazione locale in quanto ritenuta inefficace nel proteggere i civili dalle violenze dei ribelli.
L’ADF complica la stabilità nazionale anche sotto l’aspetto del cessate il fuoco. Infatti, mentre il governo congolese e i gruppi come l’M23 tentano di negoziare accordi di pace e cessate il fuoco, gli attacchi dell’ADF incrementano l’instabilità nella regione, rendendo vani gli sforzi diplomatici fatti tra le parti in questione. La violenza indiscriminata portata avanti dal gruppo incrementa, inoltre, un clima di sfiducia nei confronti dello stato e delle missioni internazionali, aggravando ulteriormente la loro possibilità di stabilizzare l’area.
In uno scenario così complesso, la popolazione civile continua a pagare il prezzo più alto, divenendo vittima di massacri, perdendo mezzi di sussistenza e sperando in una protezione che tarda ad arrivare. Gli attacchi dell’ADF e la presenza di altri gruppi continuano a mettere a dura prova la sicurezza della popolazione. Nonostante gli sforzi, la protezione dei civili risulta insufficiente e la crisi si aggrava giorno dopo giorno con l’aumento di bersagli appartenenti alla popolazione civile.
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L'Autore
Chiara Giovannoni
Chiara Giovannoni, classe 2000, è laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche all’Università di Bologna. Attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Strategie Culturali per la Cooperazione e lo sviluppo presso l’Università Roma3.
Interessata alle relazioni internazionali, in particolare alla dimensione dei diritti umani e alla cooperazione.
E’ volontaria presso un’organizzazione no profit che si occupa dei diritti dei minori in varie aree del mondo.
In Mondo Internazionale ricopre la carica di autrice per l’area tematica Diritti Umani.
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