Gli indumenti “incompatibili con il principio dell’istruzione laica” sono ora proibiti in tutte le scuole dell’Azerbaijan. Le nuove norme governative sull’abbigliamento, modificate il 21 settembre 2026 ed emanate il successivo 6 ottobre, sono state accolte con numerose proteste dal popolo azerbaijano, di cui il 96% è musulmano.
La nuova legge non vieta esplicitamente l’uso dell’hijab (il velo che copre capelli e collo, ma non il viso) nelle scuole ma, dall’entrata in vigore il 12 ottobre, è stato negato l’ingresso a scuola a molte ragazze e insegnanti che indossavano il velo .
Il governo azerbaijano ha risposto alle proteste, diffuse in tutto il paese, con numerosi arresti di massa: solo nella capitale Baku sono state arrestate più di 200 persone, mentre nel vicino villaggio di Nardaran ci sono stati 88 arresti. La repressione non si limita alle piazze: le autorità hanno arrestato anche coloro che hanno criticato le restrizioni sull’abbigliamento sui social.
Human Rights Watch ha denunciato le restrizioni imposte dal governo dell’Azerbaijan in quanto violazione del diritto all’istruzione e del diritto alla libertà di religione e di credo; la preoccupazione è che il principio di laicità dell’istruzione sia usato dallo Stato per coprire una forma di discriminazione.
Il divieto di indossare il velo integrale, come il niqab o il burqa, nelle scuole è sempre più diffuso nei paesi Europei. In Francia, fin dal XIX secolo, il tema della laicità dello Stato è stato molto rilevante: negli ultimi anni l’attenzione dell’opinione pubblica si è però spostata dai simboli cattolici ai simboli islamici, in particolare riguardo l’abbigliamento.
Dal 2004, in Francia il divieto riguarda qualsiasi evidente manifestazione di appartenenza religiosa tramite il vestiario (non limitato dunque alla religione islamica). Nel 2011, questo divieto è stato integrato con una norma che vieta il niqab e il burqa nei luoghi pubblici. Nello stesso anno anche il Belgio ha introdotto una misura simile.
In Italia il tema è tornato al centro dell’opinione pubblica quando, a settembre 2026, Meloni ha annunciato l’intenzione di imporre un tetto massimo sul numero di stranieri che non parlano italiano nelle classi, insieme al divieto di indossare burqa e niqab nelle scuole. La misura proposta è stata giustificata dal governo come una garanzia di sicurezza e riconoscimento: in Italia è vietato qualsiasi atto che ostacoli il riconoscimento della persona ma la magistratura solitamente tende a identificare la fede come motivo valido di inosservanza della norma.
Parte dell’opinione pubblica ha criticato la proposta, considerata non necessaria, visto il numero ridotto delle studentesse che indossano il velo integrale nelle scuole, e perché distoglie l'attenzione dalle numerose problematiche della scuola italiana, che il governo trascura e per le quali gli studenti stanno scendendo in piazza. Inoltre, nei singoli casi le scuole sono riuscite a adattarsi; lo dimostra il caso di un istituto di Monfalcone (Gorizia) dove, per garantire la frequenza scolastica a cinque ragazze che indossano il niqab, è stato introdotto un metodo di identificazione privato: ogni mattina una collaboratrice scolastica verifica in privato l’identità delle ragazze prima dell’ingresso in aula.
In Europa e in Italia il dibattito pubblico sul divieto del velo integrale nelle scuole e nei luoghi pubblici è acceso. Da una parte, questa misura è considerata necessaria per la sicurezza pubblica, per l’identificazione, per difendere la laicità dello Stato, e favorire l’integrazione e l’emancipazione della donna di religione islamica (dal momento che il velo in questi casi viene percepito come simbolo di sottomissione della donna all’uomo, e non come simbolo religioso). Dall’altra parte, il divieto di indossare il velo è interpretato come una forma di discriminazione e di violazione del diritto alla libertà di religione e di espressione, come indicato nell’Articolo 10 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea: “Ogni persona ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione. Tale diritto include la libertà di cambiare religione o convinzione, così come la libertà di manifestare la propria religione o la propria convinzione individualmente o collettivamente, in pubblico o in privato, mediante il culto, l'insegnamento, le pratiche e l'osservanza dei riti”.
Mentre in Europa il dibattito si concentra sul divieto di burqa e niqab per questioni legate alla sicurezza, la misura adottata dall’Azerbaijan è più radicale ed esplicitamente creata per preservare la laicità dello Stato, includendo anche il divieto di indossare l’hijab nelle scuole.
In che modo sicurezza, laicità dello Stato e libertà di culto possono convivere? Può una limitazione della libertà di manifestare la propria religione in pubblico essere giustificata in nome dei primi due principi?
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L'Autore
Aurora Mazzola
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Azerbaijan Francia Italia Sicurezza Libertà religiosa Libertà d'espressione