Il 9 novembre 1989 crollava il Muro di Berlino sotto i colpi della perestrojka, la politica riformatrice avviata da Michail Gorbaciov a metà degli anni ottanta che avrebbe dovuto garantire un nuovo ordine socio-politico ed economico all'Unione Sovietica.
Insieme all'ultimo simbolo materiale della frattura nel cuore dell’Europa, si sgretolava un'epoca ideologica: la “Guerra Fredda”, che per oltre quarant'anni segnò la contrapposizione Est-Ovest nel continente europeo – da Stettino sul Baltico a Trieste sull'Adriatico – e sullo scacchiere geopolitico mondiale.
Sulla scia dell’entusiasmo generato da quell’evento, l’Europa visse una stagione euforica: riunificazione della Germania, moneta unica europea, allargamento ai Paesi dell’ex Patto di Varsavia, ma soprattutto, consolidamento di un modello economico e sociale stabile che prometteva sicurezza e prosperità come in nessun’altra area del mondo. Il consenso universale sui principi della democrazia liberale e del capitalismo nel mondo occidentale fu addirittura interpretato come la fase stazionaria finale della storia umana, “la fine della storia”.
Dopo la caduta del Muro di Berlino, nuovi “muri” sono stati però eretti. Muri ai confini orientali dell’Europa per contenere i flussi migratori e proteggere la “Fortezza europea”; muri per dividere e discriminare chi si trova sul lato sbagliato, come quei berlinesi del settore orientale che nella notte tra il 9 e il 10 novembre 1989 presero a picconate quel serpente di cemento e filo spinato che spaccava l’Europa.
Muro è anche quello costruito dai coloni israeliani nei Territori palestinesi occupati, quasi ovunque più alto di quello di Berlino. Il mondo e l’Europa restano divisi, tra egoismi nazionalistici e interessi conflittuali, e gli ultimi tre decenni e mezzo sono stati tutt'altro che privi di avvenimenti epocali. Ma la mobilità degli uomini e delle loro idee non si può rinchiudere in eterno dentro una gabbia: ogni muro adempie alla sua funzione. A volte per molto, troppo tempo. Mai per sempre.
Dopo il 1989
Come la riconciliazione franco-tedesca dopo la seconda guerra mondiale aprì la via alla edificazione di istituzioni europee comuni (a partire dalla Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, la CECA nel 1951), così, dopo l'abbattimento della “Cortina di ferro”, l’obiettivo dei governi russo e americano era quello di agire di comune accordo per promuovere la pace e costruire un nuovo ordine globale.
La condizione preliminare per l’intesa russo-americana era la fiducia reciproca, che costituì la base per il progetto visionario di Gorbaciov di una Casa Comune Europea, che includesse l’Europa orientale e occidentale, l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti. Il progetto di Gorbaciov si basava su due concetti strategici: sicurezza reciproca e difesa non offensiva e portò all’avvio, nel 1994, dell’Alleanza per la Pace, un programma di cooperazione bilaterale tra NATO e Russia. L'intento condiviso non durò però a lungo e storiche rivalità esistenziali riemersero ben presto tra Occidente e Oriente.
L'espansione verso Est della NATO
L'allargamento a Est dell’Unione europea e l'ingresso nella NATO dei Paesi dell’ex blocco comunista, nei decenni seguenti alla caduta del Muro, hanno ridisegnato instabili equilibri e cambiato radicate sfere d'influenza.
A partire dall'implosione dell’URSS, l'adesione dei suoi ex Stati satellite al Trattato del Nord Atlantico rappresenta inevitabilmente una fonte di preoccupazione per il Cremlino, che ora, a differenza dei tempi della guerra fredda, confina direttamente con Paesi legati a un'alleanza militare nata proprio per contenere Mosca. Prima di Finlandia (2023) e Svezia (2024), i membri entrati dal 1990 a oggi nell'Alleanza Atlantica erano quasi tutti o parte dell'Unione Sovietica o legati difensivamente ad essa dal Patto di Varsavia. E per tutti, l'ingresso nella Nato ha preceduto quello nell'Unione Europea, come prerequisito di adesione.
L'integrazione europea, dopo il crollo dell'Unione Sovietica (1989-1991), è proseguita quindi a Est: su pressioni di Berlino per la necessità di dare agli Stati dell’Europa centro-orientale una stabile collocazione europea, i satelliti dell’URSS diventano membri dell’Unione Europea.
Il 2004 segna così la più vasta adesione all'UE con dieci nuovi Paesi membri: Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia, Cechia, Slovenia, Ungheria, Malta e Cipro. Seguito nel 2007 dall'ingresso di Romania e Bulgaria, e della Croazia nel 2013. Ora Moldova e Ucraina attendono il proprio turno, oltre ai Balcani occidentali in perenne lista d'attesa.
A Est del Muro
Una nuova “cortina di ferro” attraversa oggi l'Europa, ma, al contrario della sua versione novecentesca, non produce stabilità. Alimenta anzi narrazioni divisive, riesuma fantasmi bellici e corse agli armamenti.
L’Europa si scopre così debole e frammentata, impreparata di fronte alle drammatiche emergenze degli ultimi anni. Dal 2022 la guerra in Ucraina su larga scala ha cambiato molti scenari europei: dall'allargamento della Nato ai Paesi scandinavi alla cesura dei legami economici e culturali con la Russia. Una nuova “cortina di ferro” si profila ad est, marcando una frattura insanabile e una confrontazione permanente: un instabile equilibrio della paura.
La retorica dell’Europa forte e compatta, che apre le porte a nuovi Stati membri e sostiene con armi e aiuti finanziari la resistenza di Kyiv deve misurarsi con le devastanti conseguenze del conflitto: crisi economica ed energetica, divisioni politiche crescenti all’interno dei singoli Paesi, costo economico della ricostruzione di cui l’Europa dovrà in parte farsi carico; ma anche ricaduta sociale di nuovi flussi migratori, dipendenza energetica da Paesi mediorientali e rallentamento nella transizione ecologica che ha comportato, tra l’altro, la riapertura di centrali a carbone.
Fra Kyiv che non può perdere e Mosca che non può vincere si delinea uno scenario di status quo armato. L’invasione russa dell’Ucraina sembra aver riportato indietro l’orologio della Storia lasciando il mondo in balia di un nuovo (dis)ordine mondiale. E l'Europa a ventisette stati questa volta è incapace ad uscire dall'impasse della sua fragilità geopolitica.
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L'Autore
Giuliana Băruș
Studi in Giurisprudenza e Diritto Internazionale a Trieste.
Oltre che di Diritto (e di diritti), appassionata di geopolitica, giornalismo – quello lento, narrativo, che racconta storie ed esplora mondi – fotoreportage, musica underground e cinema indipendente.
Da sempre “permanently dislocated – un voyageur sur la terre” – abita i confini, fisici e metaforici, quelle patrie elettive di chi si sente a casa solo nell'intersezionalità di sovrapposizioni identitarie: la realtà in divenire si vede meglio agli estremi che dal centro. Viaggiare per scrivere – soprattutto di migrazioni, conflitti e diritti – e scrivere per viaggiare, alla ricerca di geografie interiori per esplorarne l’ambiguità e i punti d’ombra creati dalla luce.
Nel 2023, ha viaggiato e vissuto in quattro paesi diversi: Romania, sua terra d'origine, Albania, Georgia e Turchia.
Affascinata, quindi, dallo spazio post-sovietico dell'Europa centro-orientale; dalla cultura millenaria del Mediterraneo; e dalle sfaccettate complessità del Medio Oriente.
In Mondo Internazionale Post è autrice per la sezione “Organizzazioni Internazionali”.
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