Framing Asia

Edizione I - Analisi della strategia di Pechino: dal veto ONU sullo Stretto di Hormuz all'incontro Xi-Cheng Li-wun.

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  Redazione
  13 aprile 2026
  4 minuti, 26 secondi

Framing the World è una rubrica di analisi che propone approfondimenti sulle principali dinamiche della politica internazionale. La rubrica è organizzata per aree geografiche — Asia, Americhe, Africa & MENA ed Europa — e ogni settimana offre un focus tematico composto da più contributi coordinati. L’obiettivo è fornire chiavi di lettura chiare e accessibili sui principali sviluppi globali, attraverso il lavoro collaborativo della redazione. Questo e molto altro nell’ultimo numero di FtW!

Cina-Taiwan: il significato politico dell’incontro tra Xi e Cheng Li-wun, leader dell'opposizione di Taiwan.

Il recente incontro a Pechino tra il presidente cinese Xi Jinping e Cheng Li-wun, presidente del Kuomintang (KMT), rappresenta uno sviluppo significativo nelle relazioni tra Cina e Taiwan, in un contesto segnato da tensioni crescenti e da una marcata polarizzazione politica. Si tratta del primo vertice tra Xi e un leader dell’opposizione taiwanese in carica nell’arco di quasi un decennio. Cheng si trova infatti in Cina nell’ambito di quella che ha definito una “missione di pace”, con l’obiettivo dichiarato di contribuire alla riduzione delle tensioni tra le due sponde dello Stretto, mentre Pechino continua parallelamente ad aumentare la pressione militare sull’isola, che considera parte integrante del proprio territorio. Durante il vertice, Xi ha ribadito la posizione di Pechino secondo cui la “riunificazione” tra Cina e Taiwan rappresenta un esito inevitabile, sottolineando al contempo la necessità di rafforzare i legami tra le due sponde dello Stretto. Dal canto suo, l’esponente dell’opposizione, tradizionalmente più favorevole a relazioni stabili con la Cina continentale, ha richiamato l’importanza del dialogo e della riduzione delle tensioni, in contrasto con l’attuale linea del governo taiwanese. L’incontro si inserisce in un contesto più ampio caratterizzato da una crescente pressione politica e militare su Taiwan, ma evidenzia anche una strategia complementare da parte di Pechino: accanto alla deterrenza, la Cina continua infatti a utilizzare strumenti politici e diplomatici per influenzare le dinamiche interne taiwanesi. Mentre continua a rifiutare l'impegno con il presidente di Taiwan Lai Ching-te, descrivendolo come un “separatista”, il dialogo con l’opposizione appare funzionale a rafforzare attori favorevoli a un approccio più conciliatorio, contribuendo a creare divisioni nel panorama politico dell’isola. Le implicazioni di questo sviluppo sono significative. L’incontro segnala la volontà di Pechino di mantenere aperti canali di comunicazione selettivi, aggirando il governo in carica a Taipei. Più in generale, questo episodio conferma come la competizione nello Stretto di Taiwan non si giochi esclusivamente sul piano militare, ma anche su quello politico e simbolico. In un contesto in cui il rischio di escalation resta elevato, la combinazione di pressione coercitiva e iniziative diplomatiche selettive potrebbe diventare uno strumento sempre più centrale nella strategia cinese verso Taiwan.

Beatrice Baroni

Il veto della Cina alla risoluzione ONU: il doppio binario di Pechino

La settimana appena conclusa ha offerto senza dubbio un ritratto vivido della strategia geopolitica della Cina, sospesa tra l'intransigenza nelle istituzioni internazionali e una diplomazia selettiva e simbolica sul fronte interno. Il 7 aprile 2026, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU è stato teatro di uno stallo significativo: Cina e Russia hanno posto il veto a una risoluzione, sostenuta da undici nazioni, che mirava a riaprire lo Stretto di Hormuz. Il corridoio, vitale per il commercio globale e gli aiuti umanitari, resta così in gran parte chiuso a causa del conflitto regionale.

Le motivazioni di Pechino, espresse dall'ambasciatore Fu Cong, non sono state solo procedurali. La Cina ha sostenuto che il testo non affrontasse le "cause profonde" della crisi, identificandole negli attacchi condotti da Stati Uniti e Israele contro l’Iran lo scorso 28 febbraio. Secondo Pechino, una condanna unilaterale di Teheran e l’autorizzazione all’uso di scorte armate avrebbero rischiato di alimentare un’escalation militare piuttosto che contenerla, citando il timore che tali mandati possano essere abusati per interventi più ampi, come avvenuto in passato in Libia.

Questo approccio appare paradossale se si considera che la Cina è il più grande importatore di energia al mondo e riceve circa il 40% del suo petrolio proprio dal Medio Oriente. Tuttavia, Pechino sembra preferire la diplomazia transazionale: appena un giorno dopo il veto, è stato annunciato un cessate il fuoco di 14 giorni tra USA e Iran, riferito come negoziato con l'aiuto cinese.

Parallelamente a questa postura globale, il 10 aprile Pechino ha giocato una carta politica cruciale sul fronte regionale. Il precedentemente menzionato incontro tra Xi Jinping e Cheng Li-wun, leader del Kuomintang (KMT), segna infatti il primo vertice con un capo dell'opposizione taiwanese in carica da quasi un decennio.

In definitiva, tra il veto del 7 aprile e l'incontro del 10, emerge una Cina che agisce su più tavoli: da un lato erode l'influenza statunitense nelle rotte marittime internazionali, dall'altro coltiva canali di comunicazione selettivi per influenzare le dinamiche interne di Taiwan, confermando che la competizione globale non è solo militare, ma profondamente simbolica e politica.

Valeria Picciolo

Framing The World è un progetto ideato e creato grazie alla collaborazione di un team di associati di Mondo Internazionale.

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