Il sei febbraio scorso la capitale del Pakistan è stata scossa da un attentato che ha colpito una Moschea sciita durante la preghiera congregazionale del venerdì: l’attentatore, morto nell’attacco, ha innescato un’esplosione che ha causato trenta vittime, ferendo circa 170 fedeli. L’attentato è stato reclamato dallo Stato Islamico delle Province Pakistane (ISPP) che, a partire dalla sua formazione nel maggio del 2019, ha portato avanti numerosi attacchi mortali di natura settaria nei confronti della comunità sciita nel Paese. Tali aggressioni hanno raggiunto un picco di violenza e mortalità senza precedenti nell’ultimo decennio all’interno della capitale Islamabad. Quest'ultimo attentato, in particolare, si colloca in un momento di alta allerta delle autorità di polizia dovuto alla visita ufficiale del Presidente dell’Uzbekistan, rivelando così i limiti delle strategie di anti-terrorismo e sicurezza all’interno del Paese. Oltretutto, questo attacco è avvenuto a pochi mesi di distanza da un altro attentato, risalente allo scorso undici novembre, che ha causato dodici vittime e ha colpito la corte distrettuale della capitale. L'attacco è stato rivendicato però dal Therik-e-Taliban Pakistan, con motivazioni diverse da quelle di natura religiosa che hanno motivato l’attacco di febbraio.
L’aumento degli attentati portati avanti con successo e con esiti di così alto profilo, in quanto avvenuti all’interno della capitale stessa, ha portato le autorità pakistane ad accusare la complicità del governo talebano dell’Afghanistan e dell’India nel supportare le azioni dei diversi gruppi ostili al Governo centrale pakistano. Questa tesi viene ulteriormente rafforzata in seguito alla scoperta degli stretti legami dell’attentatore del sei febbraio con l’Afghanistan. I Talebani, lo Stato Islamico e l’armata di liberazione del Belucistan sono i maggiori gruppi responsabili di violenze, insurrezioni e attentati terroristici all’interno del Paese, ma oltre a loro sono più di dieci i gruppi armati riconosciuti come terroristi in Pakistan, responsabili, nel solo 2025, di circa 699 attacchi portati avanti con successo. Nonostante le agende e le rivendicazioni dei diversi gruppi siano distinte tra loro, la frequente collaborazione e convergenza di intenti permette agli attentatori di beneficiare di supporto da più parti, sfruttando anche il carattere transnazionale di alcuni gruppi e rendendo meno efficaci gli interventi dell’intelligence pakistana nel contrastare la proliferazione delle violenze. Tutto ciò nel 2024 ha portato il Pakistan al secondo posto nella classifica mondiale dei Paesi più colpiti dal terrorismo. L’escalation delle tensioni in province come quelle del Belucistan o del Khyber Pakhtunkhwa hanno aperto più fronti per il governo di Islamabad: quello interno, contro i militanti e le insurrezioni nelle province, e quello esterno, contro il governo afghano e indiano, Paesi con cui il Pakistan condivide i confini più estesi (e più irrequieti), accusati di essere responsabili del deterioramento della sicurezza del Pakistan tramite la sponsorizzazione degli attentati terroristici.
Nel solo 2025, l’intera regione è stata scossa da due crisi transnazionali scatenate proprio dalle tensioni legate ai gruppi terroristici etno-nazionalisti che operano sui confini del Pakistan: la prima è avvenuta a maggio, con il lancio di missili sul Pakistan da parte dell’India (Operazione Sindoor), avviata per colpire i covi di militanti accusati dal governo di Nuova Delhi di aver pianificato un attacco terrorista nel Kashmir; la seconda nel mese di ottobre, quando il Pakistan ha avviato l’Operazione Khyber Storm contro i gruppi talebani pakistani rifugiati in Afghanistan, lanciano attacchi aerei contro la capitale Kabul e altre città. La risposta afghana non è tardata a farsi sentire, con bombardamenti di diverse basi militari pakistane sul confine con l’Afghanistan.
Se le dispute territoriali con l’India rendevano già complicata la situazione del Pakistan nella regione, il ritorno dei Talebani al potere in Afghanistan nel 2021 ha ulteriormente isolato Islamabad nelle dinamiche regionali, consentendo ai gruppi militanti talebani in Pakistan di trovare rifugio e supporto sorpassando il confine verso l’Afghanistan, riducendo inoltre il margine di mediazione diplomatica nella risoluzione delle dispute sui confini e portando ad un aumento l’uso della forza militare per la risoluzione delle dispute tra i tre Paesi. Neanche l’Iran, con cui il Pakistan condivide un confine di circa 900km, è esente da questa dinamica di tensioni: il confine divide infatti la Regione del Belucistan, al centro di un’insurrezione che ne rivendica il separatismo e che ha mantenuto particolarmente tese le tensioni tra i due Paesi nel corso degli anni, portando alla più recente escalation nel gennaio del 2024, quando sono stati lanciati missili iraniani sulla provincia pakistana del Belucistan per colpire il quartier generale di un gruppo armato promotore dell’indipendenza del Belucistan iraniano.
La Cina rimane l’alleato fondamentale del Pakistan nella regione: per Pechino l’alleanza con Islamabad significa non solo un rafforzamento del fronte contro l’India, ma anche penetrazione nell’Asia del Sud e accesso al Mar Arabico tramite le coste pakistane, in cui la Cina ha investito già dal 2013 tramite il lancio del corridoio economico con il Pakistan, con investimenti complessivi da 60 miliardi di dollari (2025), e tramite la zona economica speciale nel porto di Gwadar. Trattasi di un’area di libero scambio dal valore di due miliardi di dollari in mano alla gestione cinese che potrebbe ridisegnare le dinamiche commerciali marittime del Pakistan. La Cina è inoltre il maggior investitore estero in Pakistan, responsabile per quasi il 50% degli investimenti stranieri nel Paese, e Islamabad è finanziariamente dipendente dai prestiti con la Cina, il maggior creditore del Paese. Tuttavia, l’assenza di sicurezza interna e le tensioni con altri attori regionali hanno messo in discussione anche il futuro dei rapporti economici tra Pechino e Islamabad. Infatti, l’aumento crescente degli attentati rivolti a personale ed infrastrutture cinesi in Pakistan, portati avanti soprattutto dall’Armata di Liberazione del Belucistan, hanno portato a un raffreddamento delle relazioni economiche del Paese con la Cina, dovute alle incertezze economiche e all’alto rischio di investimento in aree non sotto pieno controllo del Governo centrale. La risposta cinese agli attacchi è stata quella di sospendere temporaneamente diversi progetti di sviluppo legati alla Belt and Road Initative in Pakistan, facendo inoltre richiami espliciti al Governo del Paese riguardo la sicurezza interna. Nel 2026 il Governo Pakistano ha reso operativa una nuova unità di sicurezza speciale deputata esclusivamente alla protezione dei cittadini cinesi in territorio pakistano, nel tentativo di dimostrare l’interesse nel proteggere e supportare le relazioni con la Cina.
La crisi della sicurezza che attraversa il Pakistan non è un fenomeno di ordine pubblico confinato a singoli attentati ma è il sintomo di una più profonda crisi di legittimità statale e di governance che mina la capacità di Islamabad di fornire sicurezza, giustizia e prospettive di sviluppo per tutti i cittadini. Se da un lato le operazioni militari possono temporaneamente interrompere focolai di violenza, esse non affrontano le narrazioni di insoddisfazione, marginalizzazione e ostilità che gruppi armati trasformano in strumenti di reclutamento e opposizione al Governo centrale. Se Islamabad non riuscirà a spezzare il circolo vizioso di violenza, narrazioni anti-statali e debolezza istituzionale, il Pakistan rischia una doppia erosione di legittimità e capacità produttiva: da un lato, un governo sempre più contestato internamente; dall’altro, un contesto economico meno attraente per investitori stranieri, con ricadute dirette sulla crescita e sulle opportunità di sviluppo.
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