Geografie di resistenza: il cinema e i diritti dei popoli al centro del Human Rights Film Fest

Dalla Palestina all'Amazzonia, passando per Sudan, Afghanistan e Myanmar: il bilancio della rassegna cinematografica e culturale organizzata da Ars Mundi al Parco del Torrione Prenestino a Roma

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  Giuliana Băruș
  01 ottobre 2026
  5 minuti, 39 secondi

Cosa significa, oggi, difendere i diritti umani attraverso la cultura, l’inchiesta e il cinema? A questa domanda risponde il Human Rights Film Fest, la rassegna cinematografica e di dibattito pubblico organizzata da Ars Mundi – a cui quest’anno ha collaborato anche Mondo Internazionale – e ospitata, dal 9 al 13 settembre, nella cornice del Parco del Torrione Prenestino a Roma.

Un festival che nasce, come racconta Iuliia Vdovina, Project Manager di Ars Mundi APS “dalla necessità di creare a Roma uno spazio di dialogo e confronto sui diritti umani, un luogo in cui poter parlare di questi temi attraverso il cinema, ma anche incontrarsi, ascoltare testimonianze e confrontarsi con persone che vivono direttamente determinate realtà”. Per le organizzatrici, Iuliia Vdovina e Anni Tso, i diritti umani non sono un argomento che riguarda “qualcun altro”, bensì una questione collettiva: “Vorremmo che il Festival non fosse soltanto una rassegna cinematografica, ma diventasse uno spazio di educazione e sensibilizzazione, rivolto anche alle scuole e alle istituzioni pubbliche, per stimolare il pensiero critico delle nuove generazioni”.

Attraverso un percorso in cinque serate dedicate ad altrettanti fronti caldi del nostro presente – Palestina, Sudan, Afghanistan, Myanmar e i popoli indigeni dell’Amazzonia – la kermesse ha offerto al pubblico uno spazio di riflessione e dialogo, smontando le narrazioni stereotipate e il silenzio mediatico imposti dall’informazione mainstream.

 

La scelta dei temi: accendere i riflettori sulle crisi dimenticate 

Ma come nasce la mappa di queste geografie di conflitto? La selezione delle cinque serate tematiche di quest’anno risponde a un criterio di urgenza etica e politica. Come spiega Vdovina: “La scelta nasce innanzitutto dalle emergenze che vediamo nel mondo. Ci sono troppi conflitti e troppe situazioni di crisi e non possiamo affrontarle tutte, ma sentivamo la necessità di accendere dei riflettori su alcune realtà che rischiano di essere dimenticate”.

È il caso di contesti come il Sudan o il Myanmar, che spesso scompaiono completamente dal dibattito pubblico e dai media. Da qui l’esigenza di un format che unisce il linguaggio visivo al confronto diretto: “ll cinema apre una porta, ma poi vogliamo che ci sia la possibilità di incontrare le persone, ascoltarle e fare domande. Per noi è importante non limitarsi a raccontare questi Paesi dall’esterno, ma sostenere le voci delle comunità, dando loro la possibilità di parlare direttamente al pubblico”. 


Una mappatura delle lotte globali

In questa cornice corale, ogni serata ha rappresentato il tassello di un mosaico più ampio, svelando come le ingiustizie locali siano figlie di dinamiche globali interconnesse:

• La Palestina oggi e la voce della resistenza: La rassegna ha acceso i riflettori sulla tragedia storica e quotidiana del popolo palestinese, portando sul grande schermo e nel dibattito pubblico la resistenza all’occupazione e alla frammentazione territoriale.

• Il Sudan e le crisi dimenticate: Un focus necessario sulle dinamiche di una crisi complessa, fatta di violenze e sfollamenti di massa, ma anche della coraggiosa mobilitazione della società civile per la transizione democratica.

• L’Afghanistan che non vediamo, quello oltre il conflitto, teatro di una coraggiosa resistenza clandestina al femminile. A dare voce a questa complessità sono intervenute relatrici d'eccezione: Simona Lanzoni (vicepresidente di Fondazione Pangea), che ha raccontato il lavoro sul campo per non abbandonare le donne afghane; Alka Sadat (regista, produttrice e direttrice della fotografia afghana), testimone del valore civile e culturale dell'immagine; Francesca Patrizi (del CISDA), che ha rimarcato l’importanza del sostegno a movimenti storici e laici come RAWA; e Rahel Saya (giornalista e attivista afghana), la cui testimonianza ha ribadito che la voce dell’Afghanistan non può essere messa a tacere. L’incontro è stato introdotto e moderato da Giuliana Băruș per Mondo Internazionale APS.

• Il Myanmar e la resistenza democratica: Con lo sguardo rivolto al Sud-Est asiatico, il Festival ha esplorato la lotta del popolo birmano contro la giunta militare, evidenziando il ruolo cruciale dei movimenti di disobbedienza civile e delle minoranze etniche.

• I popoli indigeni dell’Amazzonia e la difesa della terra: Un focus fondamentale sul saccheggio delle risorse naturali, sul land grabbing e sulla lotta dei popoli indigeni, custodi di una biodiversità e di un sapere ancestrale messi a rischio da un modello di sviluppo predatorio.

 

Il cinema come presidio di libertà

In un’epoca in cui i confini tornano a erigersi – che siano barriere fisiche lungo le rotte migratorie, muri invisibili imposti dai fondamentalismi o frontiere calpestate dallo sfruttamento ambientale – manifestazioni come il Human Rights Film Fest, promosse da Ars Mundi con la collaborazione di Mondo Internazionale, rappresentano un presidio irrinunciabile.

Tra le novità di quest’anno, c’è stata la prima edizione di Shorts for Rights, il concorso internazionale di cortometraggi dedicato alle storie incentrate sui diritti umani, che ha assegnato tre riconoscimenti:

• Best Short Film a Feel It From My Words di John RG Lacey, Nuova Zelanda, 2025;

• Jury Prize a Between Sky and Sea di Ismail Abu Hatab, Palestina, 2025;

• Special Mention a Melatonin di Hannaneh Daliri, Iran, 2026.

Come ricorda lo spirito stesso del Festival, l’obiettivo ultimo è molto semplice e al tempo stesso radicale: non lasciare che alcune storie vengano dimenticate, creando spazi vivi in cui la comunità possa ascoltare, riflettere e agire. Perché raccontare le lotte della Palestina, del Sudan, dell’Afghanistan, del Myanmar e dell’Amazzonia significa, in fondo, ricordarci che la difesa della dignità e della libertà altrove è la difesa della nostra stessa umanità. Perché “la nostra vita comincia a finire il giorno in cui rimaniamo in silenzio sulle cose che contano”.


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L'Autore

Giuliana Băruș

Studi in Giurisprudenza e Diritto Internazionale a Trieste.
Oltre che di Diritto (e di diritti), appassionata di geopolitica, giornalismo – quello lento, narrativo, che racconta storie ed esplora mondi – fotoreportage, musica underground e cinema indipendente.

Da sempre “permanently dislocated – un voyageur sur la terre” – abita i confini, fisici e metaforici, quelle patrie elettive di chi si sente a casa solo nell'intersezionalità di sovrapposizioni identitarie: la realtà in divenire si vede meglio agli estremi che dal centro. Viaggiare per scrivere – soprattutto di migrazioni, conflitti e diritti – e scrivere per viaggiare, alla ricerca di geografie interiori per esplorarne l’ambiguità e i punti d’ombra creati dalla luce.

Nel 2023, ha viaggiato e vissuto in quattro paesi diversi: Romania, sua terra d'origine, Albania, Georgia e Turchia.
Affascinata, quindi, dallo spazio post-sovietico dell'Europa centro-orientale; dalla cultura millenaria del Mediterraneo; e dalle sfaccettate complessità del Medio Oriente.

In Mondo Internazionale Post è autrice per la sezione “Organizzazioni Internazionali”.

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