Myanmar, maltrattamenti contro i detenuti politici

  Articoli (Articles)
  Aurora Mazzola
  02 ottobre 2026
  3 minuti, 52 secondi

"Nessuno sa che sei qui, quindi abbiamo il permesso di ucciderti quando vogliamo" sono le parole pronunciate dalle guardie a Phyu Phyu (nome di fantasia per ragioni di sicurezza), prigioniera politica di 36 anni, nei centri di interrogatorio di Yangon, in Myanmar, e riportate in una sua testimonianza a Human Rights Watch (https://www.hrw.org/news/2026/09/22/myanmar-women-political-prisoners-tortured-ill-treated).

La tortura, i maltrattamenti, le violenze sessuali, la negligenza medica e le condizioni di vita degradanti sono stati e sono tuttora la realtà quotidiana dei numerosi prigionieri politici in Myanmar, dal colpo di Stato del febbraio 2021 che ha dato inizio alla guerra civile attualmente in corso. Dei 30.000 prigionieri politici, 640 sono bambini e 6.600 sono donne; operatrici sanitarie e umanitarie, attiviste e giornaliste che, come riportato da Bryony Lau, “subiscono molteplici ingiustizie, dall'arresto arbitrario alla tortura e ai maltrattamenti in detenzione, fino alla paura e al trauma incessanti che persistono dopo il rilascio”.

Gli arresti dei dissidenti politici in Myanmar sono giustificati dal governo militare utilizzando la sezione 505A del Codice penale, introdotta il 14 febbraio 2021 dalla giunta militare, pochi giorni dopo il colpo di Stato, e la sezione 505(a), anch’essa modificata nello stesso periodo.

Entrambe le disposizioni minano il diritto alla libertà d’espressione e sono strumentali alla repressione del dissenso. La sezione 505A criminalizza la diffusione di commenti falsi, notizie che incutono timore e incitazioni alla commissione di un reato contro un dipendente governativo. La sezione 505(a) invece colpisce tutti coloro che incoraggiano i dipendenti pubblici ad aderire al Movimento di Disobbedienza Civile (CDM).

Attraverso le testimonianze raccolte da Human Rights Watch è evidente come nelle carceri del Myanmar ai prigionieri politici venga riservato un trattamento peggiore rispetto agli altri detenuti: spesso identificati come i colpevoli dei disordini, i dissidenti politici sono vittime di tortura e abusi. Inoltre, i prigionieri che provano a denunciare queste condizioni sono immediatamente puniti con l’isolamento o la riduzione del cibo e dell'assistenza medica.

Il carcere di Thayawaddy è il carcere più rinomato per la violenza applicata contro i prigionieri politici: nel 2023, 300 prigionieri politici sono stati trasferiti lì perché “disobbedienti nell’altro carcere”.

La violenza sessuale e la negligenza medica (in particolare contro donne incinte) sono tra le violazioni più gravi subite dalle prigioniere politiche. La violenza sessuale include perquisizioni corporali umilianti, come raccontato da Khine Zar, 27 anni: "Ci infilano le dita addosso solo per assicurarsi che non stiamo consegnando lettere all'esterno. È la procedura standard. Le donne durante il ciclo mestruale devono staccare l'assorbente dalle mutandine per la perquisizione".

In seguito al colpo di Stato, molti operatori sanitari sono stati arrestati per aver aderito al Movimento di Disobbedienza Civile (CDM): per questo motivo il personale medico è ridotto, fino ad arrivare alla presenza di 1 medico per oltre 1.000 detenuti. In alcune carceri gli operatori sanitari detenuti devono sostituire i medici, il trasferimento per malattie gravi in ospedali esterni è fortemente ostacolato e l’assistenza medica notturna è assente. Inoltre, l’assistenza sanitaria viene utilizzata come ricatto in cambio di informazioni durante gli interrogatori. Le donne non hanno accesso a prodotti per l’igiene mestruale e personale.

Sono circa 125 le donne detenute con figli o durante una gravidanza. Le donne incinte non sono escluse da torture e maltrattamenti, e non ricevono un'adeguata assistenza ginecologica e ostetrica né durante la gravidanza né durante il parto. L’assistenza prenatale è completamente assente e le donne si trovano immediatamente a dover decidere se crescere il proprio figlio in prigione oppure se affidarlo ai familiari senza la possibilità di vederlo.

Le condizioni degradanti in cui i prigionieri politici vivono durante la detenzione hanno numerosi danni collaterali anche dopo il rilascio. Molti sono stati rilasciati secondo una grazia condizionale (Articolo 401 del Codice penale del Myanmar) che permette il riarresto senza mandato in caso le condizioni della grazia non siano rispettate. Inoltre, lo Stato ha implementato nuove misure rendendo quasi impossibile la fuga dal paese. Gli ex detenuti, oltre ai traumi fisici e mentali causati dalla detenzione, vivono nella costante paura di essere riarrestati in modo arbitrario.

Tutte queste misure evidenziano una durissima repressione del dissenso e della libertà di espressione da parte del governo militare che, dal colpo di Stato, è responsabile di numerose violazioni dei diritti umani e dei diritti dei detenuti, in particolare i diritti alla vita, alla salute e alla dignità umana.

Mondo Internazionale APS - Riproduzione Riservata ® 2026

Condividi il post

L'Autore

Aurora Mazzola

Categorie

Diritti Umani

Tag

myanmar diritti dei detenuti Violenze sessuali diritto alla vita diritto alla salute