Sudan: la più grande crisi umanitaria mai registrata

Così viene descritta la guerra civile in Sudan dall'International Rescue Committee

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  Anna Pasquetto
  03 giugno 2025
  6 minuti

All’origine del conflitto

Sono passati quasi due mesi dal secondo anniversario dell’inizio della guerra in Sudan, scoppiata il 15 aprile 2023 quando le tensioni tra le Forze Armate Sudanesi (SAF), guidate dal generale dell’esercito e de facto presidente del paese Abdel Fattah al-Burhan, e il gruppo paramilitare Forze di Supporto Rapido (RSF) guidato dal generale Mohamed Hamdan Dagalo, sono sfociate in una lotta al potere.

È da tenere a mente che entrambe le fazioni sono accusate di crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Prima dell’attuale conflitto, le RSF erano già state accusate di violazione di diritti umani, e Human Rights Watch ha raccolto in un rapporto le prove di genocidio e stupri commessi contro la comunità Massalit e altri gruppi etnici non arabi nel Darfur con il fine di effettuare una pulizia etnica.

I dati spaventosi della crisi umanitaria

Oggi 30,4 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria, un numero che ha trovato terreno fertile nella crisi umanitaria che il Sudan stava già affrontando con un dato che si aggirava sui 15,8 milioni di persone colpite.

Secondo l’ONU si tratta della più grande crisi di sfollamento a livello mondiale, per la quale un terzo della popolazione ha dovuto abbandonare la propria casa ed è costretta a vivere in campi privi di assistenza sanitaria e umanitaria. Nel tentativo di mettersi in salvo dai combattimenti, sempre più persone sono costrette a fuggire verso il Ciad e il Sud Sudan, due dei paesi più poveri al mondo e a loro volta a rischio di crisi politica, climatica e di malnutrizione.

Secondo l'organizzazione non profit Azione contro la Fame, quasi 26 milioni di sudanesi necessitano di aiuti alimentari, registrando un aumento della malnutrizione acuta grave e cronica. Impedire che gli aiuti alimentari raggiungano la popolazione non rappresenta solo una violazione della risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che vieta l’utilizzo della fame come arma di guerra, ma aumenta anche il rischio che questa diventi la più grave crisi alimentare del mondo. Molte zone si trovano sull’orlo della carestia, già confermata nel campo di Zamzam nel Darfur settentrionale, il più grande del Sudan, ma la situazione potrebbe colpire altri 8 milioni di persone nel giro di poco tempo.

In seguito agli attacchi e all’occupazione degli ospedali da parte delle forze armate, in tutto il Paese è attivo solo il 25% delle strutture sanitarie. Ad aggravare la situazione è la stagione delle piogge che ha favorito la diffusione delle epidemie di colera e malaria, considerate una catastrofe per la mancanza di medicinali, vaccini e servizi essenziali come l’acqua, soprattutto per i bambini. Gravi implicazioni si riscontrano anche sulla salute mentale delle persone in fuga o bloccate nel mezzo dei combattimenti: sviluppano traumi, assistono a violenze e ne subiscono, in particolare la violenza sessuale che l’ONU dichiara essere utilizzata nel conflitto civile come arma per la pulizia etnica.

Più di 12 milioni di donne in Sudan necessitano sostegno a seguito delle violenze di genere e sessuali di massa compiute dalle RSF, atrocità che vengono denunciate in un rapporto diffuso da Amnesty International e considerate crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Tale rapporto cita casi di stupro singoli e di gruppo nei confronti di donne e di ragazze di soli 15 anni, e non sono esclusi casi di schiavitù sessuale, pestaggi brutali, torture con liquidi bollenti, tagli causati da oggetti acuminati e uccisioni. Si riportano anche testimonianze di operatrici sanitarie stuprate come punizione per non aver salvato soldati feriti, e casi di violenza sui neonati.

Gli aiuti umanitari e le forniture nelle zone a rischio sono essenziali, ma i permessi per attraversare le linee del fronte sono stati ripetutamente negati e per il personale umanitario ottenere visti per entrare nel paese e permessi di viaggio per muoversi in Sudan risulta molto difficile.

Gli attacchi a el-Fasher attribuiti alle RFS si sono intensificati da quando le SAF hanno ripreso il controllo della città di Khartoum il 26 marzo, costringendo 400.000 persone ad evacuare il campo Zamzam. L'ultimo assalto ha causato 30 morti, meno di una settimana dopo un altro attacco compiuto dalle RSF e dalle milizie alleate contro el-Fasher e i vicini campi per sfollati interni di Zamzam e Abu Shouk: questo, durato due giorni, ha causato la morte di più di 400 persone .

Il resto del mondo

Se ci si chiede come sia possibile per due forze interne al paese portare avanti per anni una guerra così violenta, la risposta è che agiscono grazie a incastri di alleanze.

Il Sudan ha accusato gli Emirati Arabi Uniti di essere complici del genocidio per aver fornito alle RSF sostegno militare, politico ed economico, anche attraverso la spedizione di armi, droni e il reclutamento di mercenari.

Il caso è stato sottoposto alla Corte Internazionale di Giustizia con l’accusa di complicità nello sterminio di popolazione non araba Massalit del Darfur occidentale. Al momento Abu Dhabi ha respinto ogni coinvolgimento, chiedendo pertanto l’archiviazione del caso.
La nazione del Golfo avrebbe agito per mire geopolitiche sul Medio Oriente e l’Africa Orientale e per sfruttare le risorse del Sudan, con il quale ha sviluppato accordi sul contrabbando dell’oro.

Nonostante ciò, il paese ha donato 70 milioni di dollari all’ONU per aiuti umanitari ed è parte dell’ iniziativa ALPS, Aligned for Advancing Lifesaving and Peace in Sudan, sottoscritta anche da ONU, Arabia Saudita, Egitto, Svizzera, Stati Uniti e Unione Africana. L'accordo mira ad aprire canali lungo il Ciad per favorire il transito di aiuti umanitari, aree che, tuttavia, risultano essere anche snodi del traffico illecito di armi destinato a entrambe le fazioni. A sostenere maggiormente le RSF sono anche la Libia e il Ciad, mentre gli aiuti diplomatici alla SAF provengono dall’Arabia Saudita, l’Etiopia e l’Egitto e quelli militari dalla Turchia, l'Iran e la Russia, la quale sembrerebbe vendere armi indistintamente.


Cosa accadrà?

Il futuro di questo conflitto, come riporta il Financial Times, è nelle mani di attori esterni collocati in Medio Oriente e in Africa, alcuni dei quali sono anche i principali decisori che influenzeranno il futuro della Siria, mentre altri sono gli stati confinanti con il Sudan.
Tuttavia, è necessario ricordare che un conflitto di tale portata coinvolge tutti, in quanto le conseguenze umanitarie e pratiche non graveranno solo sul Sudan. Fondamentale ora è rispondere agli appelli lanciati dall'ONU e dalle ONG per favorire l’accesso degli aiuti umanitari, e ancora più cruciale è la mediazione diplomatica internazionale per proteggere la popolazione e garantire un futuro governo civile.

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L'Autore

Anna Pasquetto

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Diritti Umani

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Guerra in Sudan vittime guerra in sudan Crimini di guerra ONU