Gli Stati Uniti di Trump e il clima: una nuova battuta d’arresto globale?
Le elezioni presidenziali del 5 novembre 2024 hanno segnato il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, sollevando interrogativi sul futuro della lotta globale contro il cambiamento climatico. La sua vittoria, con 306 voti elettorali contro i 232 della vicepresidente Kamala Harris, potrebbe rappresentare un punto di svolta non solo per gli Stati Uniti, ma per l'intero pianeta. In un contesto internazionale dominato dalla COP29 a Baku, la direzione delle politiche climatiche americane resta cruciale per determinare il successo o il fallimento degli sforzi globali.
L’approccio di Trump alla lotta contro il cambiamento climatico
Durante il suo primo mandato, Trump aveva già mostrato una posizione ambigua sul cambiamento climatico, ritirando gli Stati Uniti dall'accordo di Parigi e promuovendo politiche che favorivano l'industria fossile. Queste scelte avevano suscitato forti critiche da parte della comunità internazionale, che considerava gli Stati Uniti come uno degli attori fondamentali nella lotta globale contro il riscaldamento climatico. Con il ritorno alla Casa Bianca nel 2025, Trump potrebbe spingersi ancora oltre, cercando di ridurre ulteriormente le normative ambientali, con l’obiettivo di stimolare la produzione interna e proteggere le industrie americane da quelle che considera minacce provenienti da politiche internazionali come il "Green New Deal" proposto dai democratici.
L'isolazionismo che caratterizza la politica estera di Trump potrebbe portare gli Stati Uniti a un ulteriore distacco dalle iniziative climatiche globali. Se nel primo mandato Trump ha abbandonato l’accordo di Parigi, una sua seconda amministrazione potrebbe ridurre ulteriormente la cooperazione internazionale, alimentando il protezionismo energetico e incoraggiando un’espansione delle risorse interne a discapito delle iniziative verdi globali. La retorica di "Make America Great Again" troverebbe così ulteriore sostegno nella promozione di politiche che pongono l’industria fossile al centro della ripresa economica statunitense.
I repubblicani hanno inoltre elaborato il Project 25, un piano che propone tagli significativi ai budget delle agenzie leader in azioni per il clima, in particolare l’EPA e il Dipartimento degli Interni. Trump ha dichiarato di voler "recuperare tutti i fondi non spesi" del Inflation Reduction Act. Sebbene il 90% di tali fondi sia già stato utilizzato, restano miliardi disponibili e la riassegnazione del budget potrebbe compromettere gli investimenti in energia pulita e ritardare la riduzione delle emissioni in settori chiave come la generazione elettrica e i trasporti.
L’impatto sulle relazioni internazionali e la risposta della Cina
Un altro aspetto cruciale delle politiche di Trump è l'impatto che potrebbero avere sulle relazioni internazionali. L'isolamento degli Stati Uniti da un accordo come quello di Parigi potrebbe spingere altri paesi, come la Cina, a colmare il vuoto lasciato dalla superpotenza. La Cina ha infatti già iniziato a prendere una posizione di leadership nelle tecnologie verdi, investendo massicciamente nelle energie rinnovabili e nella produzione di veicoli elettrici. La sua crescita nel settore delle rinnovabili, combinata con la sua forte capacità industriale, potrebbe renderla una delle principali potenze globali nella transizione energetica, un ruolo che potrebbe consolidare ulteriormente se gli Stati Uniti dovessero abbandonare gli impegni sul cambiamento climatico.
La Cina potrebbe, quindi, rafforzare la sua influenza geopolitica ed energetica, aumentando la sua posizione dominante nell’ambito delle tecnologie pulite e rafforzando la sua cooperazione con i Paesi in via di sviluppo. Tuttavia, un simile scenario potrebbe alimentare ulteriori attriti con gli Stati Uniti, dove Trump potrebbe considerare la crescente potenza economica come una minaccia diretta alla supremazia americana.
Inoltre, se gli Stati Uniti di Trump dovessero scegliere di distaccarsi ulteriormente dalle politiche climatiche globali, le conseguenze sarebbero significative anche per i Paesi in via di sviluppo. Molti di questi paesi, infatti, dipendono dalle iniziative di finanziamento per il clima e dalle politiche internazionali di transizione verde. L'assenza di un impegno forte da parte degli Stati Uniti potrebbe rallentare la transizione energetica globale, aumentando i costi per le economie più vulnerabili e ostacolando gli sforzi per raggiungere gli obiettivi di sostenibilità.
Il futuro del cambiamento climatico è quindi incerto e dipenderà in gran parte dalle politiche che i principali attori internazionali, come gli Stati Uniti e la Cina, decideranno di adottare. La sfida per i prossimi anni sarà, quindi, trovare un equilibrio tra la difesa degli interessi economici nazionali e la necessità urgente di affrontare il cambiamento climatico come una minaccia globale.
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L'Autore
Caterina De Rosa
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