Mentre l’attenzione globale è catalizzata dal conflitto in corso tra Iran, Israele e Stati Uniti, un’altra polveriera sta esplodendo nel cuore dell’Asia centrale. Il confine tra Pakistan e Afghanistan è diventato il fronte di quella che le autorità di Islamabad definiscono ormai una "guerra aperta", segnata da raid aerei, attacchi con droni e una crisi umanitaria che sta colpendo duramente la popolazione civile.
La "Linea Rossa" e l'escalation militare
L'attuale spirale di violenza ha raggiunto un punto di non ritorno a metà marzo 2026. Il presidente pakistano Asif Ali Zardari ha dichiarato che è stata superata una "linea rossa" dopo che una serie di attacchi con droni, attribuiti a gruppi militanti stanziati in Afghanistan, ha colpito aree civili e installazioni militari in Pakistan.
La risposta di Islamabad non si è fatta attendere: l'aviazione pakistana ha lanciato massicci raid aerei contro quella che ha definito una "base militare e infrastrutture di supporto tecnico" a Kandahar, oltre a colpire depositi di carburante della compagnia privata Kam Air che servivano anche agenzie umanitarie come l'ONU e la Croce Rossa. Secondo fonti pakistane, l'obiettivo erano i rifugi del Tehrik-i-Taliban Pakistan (TTP), ma il governo talebano ha denunciato il coinvolgimento di strutture civili, tra cui un centro di riabilitazione per tossicodipendenti.
Civili sotto scacco: il costo umano del conflitto
Le Nazioni Unite hanno confermato la morte di decine di civili dall'inizio delle ostilità a fine febbraio. Solo negli ultimi raid, le autorità afghane hanno denunciato l'uccisione di almeno sei persone, tra cui donne e bambini, a Kabul e nelle province di frontiera.
Il Consiglio Norvegese per i Rifugiati (NRC) stima che oltre 115.000 persone siano state sfollate internamente in Afghanistan a causa degli scontri. Le infrastrutture di base - cliniche, scuole e mercati - sono diventate bersagli collaterali di mortai e attacchi aerei, aggravando una situazione già precaria per milioni di afghani che dipendono dagli aiuti umanitari.
L’effetto domino della guerra in Iran
Il conflitto Pakistan-Afghanistan non avviene in un vuoto isolato. L'escalation militare in Iran ha creato un "effetto moltiplicatore" sulla crisi. L'instabilità iraniana rischia di incoraggiare i movimenti separatisti e i gruppi militanti (come l'ISIS-K) che operano tra i due paesi, aggravando l’instabilità dei confini. Il blocco delle rotte commerciali e l'aumento dei costi del carburante legato alla guerra nel Golfo stanno facendo impennare i prezzi dei beni di prima necessità in Afghanistan, rendendo il cibo inaccessibile per le famiglie più povere, andando ad aggravare una crisi energetica e alimentare. Infine, questa nuova escalation sta aumentando il ritorno forzato dei rifugiati: migliaia di afghani stanno fuggendo dall'Iran a causa della guerra, tornando in una patria dove i servizi di base sono al collasso sotto il peso delle bombe pakistane.
Verso una crisi fuori controllo?
La difficoltà di valutare fino a che punto potrebbe andare l'ultima escalation deriva in parte dalla mancanza di informazioni verificate disponibili da entrambe le parti. Sebbene la diplomazia regionale stia tentando mediazioni silenziose, la retorica bellica di entrambi i paesi suggerisce che nessuna delle due parti sia pronta a fare un passo indietro.
Per il Pakistan, la lotta al TTP è una questione di sopravvivenza nazionale; per i Talebani, la difesa della sovranità territoriale è il pilastro della loro legittimità. Nel mezzo, resta una popolazione civile stremata che paga il prezzo più alto di una geopolitica sempre più violenta e meno disposta al dialogo.
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