Hormuz, Druzhba e l’illusione della sicurezza: l’Europa davanti alla nuova frattura energetica

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  Elisa Parisi
  06 marzo 2026
  7 minuti, 11 secondi

Guerra, mercati e la fragile architettura energetica europea

C’è un punto, sulla carta geografica del mondo, in cui la globalizzazione energetica si contrae fino quasi a scomparire. È lo Stretto di Hormuz, trenta chilometri d’acqua nel suo punto più stretto, tra il Golfo Persico e l’Oceano Indiano. In condizioni normali vi transitano ogni giorno tra i 17 e i 20 milioni di barili di petrolio: circa il 20% del consumo globale, quasi un terzo del greggio trasportato via mare. A questo si aggiunge una quota analoga del gas naturale liquefatto mondiale. Non è un’esagerazione definirlo l’arteria principale del sistema energetico globale.

Oggi quell’arteria si è quasi svuotata. Secondo quanto riportato da ANSA, il traffico di petroliere nello Stretto si è ridotto fino al 90% nell’arco di pochi giorni, a seguito dell’escalation militare che coinvolge Iran, Israele e gli Stati Uniti. Il dato non è soltanto simbolico: significa che una parte rilevante dell’offerta potenziale mondiale è diventata improvvisamente incerta. E in un mercato integrato come quello dell’energia, l’incertezza è già di per sé uno shock.

L’Energy Information Administration definisce Hormuz il più importante “chokepoint” petrolifero del pianeta. È una definizione tecnica, ma racchiude un problema politico. Quando un sistema si regge su un collo di bottiglia, il rischio non è distribuito: è concentrato. Se quel punto si blocca o viene percepito come instabile, la pressione si propaga ovunque. Non è necessario che le forniture si interrompano del tutto; basta che aumenti la probabilità di un’interruzione.

Uno shock globale, anche per chi non importa direttamente

In questo caso, la reazione dei mercati è stata immediata. I contratti futures sul petrolio hanno incorporato un premio per il rischio geopolitico. I noli marittimi sono cresciuti rapidamente, così come i premi assicurativi per le navi che attraversano il Golfo. Gli operatori logistici hanno iniziato a ricalcolare rotte e tempi. Alcune compagnie hanno rallentato o sospeso i passaggi, altre hanno atteso scorte navali o garanzie di sicurezza. L’offerta fisica può anche non essere ancora collassata, ma la fluidità del sistema è compromessa.

In teoria, Europa e Stati Uniti non sono i più esposti in termini di volumi diretti. Oggi, infatti, sono soprattutto Cina, India, Giappone e Corea del Sud a dipendere in misura massiccia dal greggio del Golfo. Ma in un mercato globale non esistono aree immuni: se l’Asia compete per barili alternativi, i prezzi salgono anche per l’Europa. La scarsità relativa in una regione si traduce in pressione ovunque, e se una parte consistente dell’offerta globale diventa incerta, i prezzi si adeguano su scala mondiale.

Il meccanismo è semplice. Quando fino al 20% del petrolio mondiale è potenzialmente esposto a interruzioni, i contratti futures incorporano un premio per il rischio. I noli marittimi aumentano, gli operatori accumulano scorte, le raffinerie rivedono i piani di approvvigionamento. La scarsità non deve essere reale per essere pagata: è sufficiente che diventi plausibile.

Il nervo scoperto europeo: il GNL

Per il continente europeo, tuttavia, la vulnerabilità più immediata non riguarda il petrolio, bensì il gas naturale liquefatto. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, l’Unione europea ha compiuto una riconfigurazione energetica impressionante. Nel 2021 circa il 40% del gas consumato nell’UE proveniva dalla Russia; nel giro di pochi anni la quota è scesa a poco più del 10%. L’import di GNL dagli Stati Uniti è aumentato in modo esponenziale, così come le forniture da Norvegia, Algeria e Qatar. Il Qatar rappresenta circa il 20% dell’offerta globale di GNL. Per l’Europa copre mediamente tra il 10% e il 15% delle importazioni di gas liquefatto. Tutto il GNL qatarino diretto verso i terminali europei deve attraversare Hormuz. In termini assoluti, la quota di gas totale europeo potenzialmente esposta a un blocco completo dello Stretto è compresa tra il 3% e il 6%. Può sembrare limitata, ma in un mercato già teso basta una riduzione marginale dell’offerta per generare forti oscillazioni di prezzo.

Sono stati installati rigassificatori galleggianti in Germania e in Italia, sono stati rafforzati i meccanismi di acquisto congiunto e sono stati riempiti gli stoccaggi fino a livelli superiori all’80% nei momenti più critici. Gli stoccaggi europei, però, pur rafforzati negli ultimi anni, non rappresentano una soluzione strutturale. Offrono tempo, non indipendenza. Se la crisi nel Golfo dovesse protrarsi, l’impatto si tradurrebbe in tensioni sui prezzi all’ingrosso, con effetti diretti su famiglie e industria.

Dalla Russia a Hormuz: vulnerabilità che cambiano forma

A complicare il quadro si aggiunge una variabile interna. Mentre l’Europa cerca di emanciparsi dalle forniture russe, l’oleodotto Druzhba – il cosiddetto “Corridoio dell’Amicizia” – continua a trasportare petrolio verso Ungheria e Slovacchia. Le tensioni con Ucraina hanno prodotto frizioni e interruzioni che hanno riacceso lo scontro politico all’interno dell’Unione. La crisi del corridoio orientale mostra quanto sia difficile realizzare una transizione uniforme: alcuni Stati membri sono ancora strutturalmente legati a infrastrutture e contratti del passato.

Il risultato è un sistema meno esposto a Mosca ma più dipendente dai mercati globali del GNL e da rotte marittime strategiche. La diversificazione ha funzionato come risposta emergenziale, ma non ha eliminato la fragilità strutturale. L’ha redistribuita: prima a est, oggi verso sud e verso il mare.

Lo studio che lega sicurezza e transizione

La guerra tra Stati Uniti, Iran e Israele riporta in primo piano una verità che spesso si tende a rimuovere: la sicurezza energetica non è una condizione stabile, è un equilibrio dinamico tra geografia, politica e tecnologia. Finché una parte significativa dell’energia europea dipenderà da combustibili fossili importati attraverso pochi snodi strategici, ogni crisi regionale potrà avere effetti macroeconomici immediati.

Per questo la riflessione non può fermarsi alla gestione dell’emergenza. Certo, servono scorte adeguate, interconnessioni più robuste, capacità di rigassificazione distribuite in modo più omogeneo, meccanismi di solidarietà tra Stati membri. Ma serve soprattutto una riduzione strutturale della domanda di gas e petrolio.

In questo contesto assume particolare rilievo uno studio pubblicato su Nature Communications, che ha modellato diversi scenari di transizione energetica europea alla luce delle tensioni geopolitiche e degli obiettivi climatici. La conclusione è netta: la sicurezza energetica non può essere separata dalla decarbonizzazione.

Secondo i ricercatori, una strategia che combini elettrificazione diffusa, espansione delle rinnovabili, sviluppo dell’idrogeno verde e maggiore cooperazione intra-UE potrebbe ridurre il consumo lordo di gas naturale di oltre il 60% entro il 2050 rispetto ai livelli attuali. Questo non solo diminuirebbe le emissioni, ma ridurrebbe in modo sostanziale l’esposizione europea ai colli di bottiglia globali e alle tensioni geopolitiche.

Lo studio sottolinea inoltre la necessità di rafforzare le interconnessioni interne tra Stati membri, migliorare l’integrazione dei mercati elettrici e coordinare le politiche industriali. La sicurezza non si ottiene semplicemente cambiando fornitore, ma costruendo un sistema più integrato e meno dipendente dai combustibili fossili importati.

Oltre l’emergenza

La guerra tra Stati Uniti, Iran e Israele riporta al centro una verità spesso rimossa: l’energia è potere geopolitico prima ancora che merce. Finché una parte significativa del fabbisogno europeo dipenderà da flussi concentrati in pochi nodi strategici, ogni crisi regionale potrà trasformarsi in una scossa macroeconomica.

La diversificazione resta necessaria. Ma non è sufficiente. Senza una riduzione strutturale della domanda di gas e petrolio, senza un’accelerazione sull’elettrificazione e sulle rinnovabili, l’Europa continuerà a spostare la propria vulnerabilità da un corridoio all’altro.

Il collo di bottiglia del mondo non è soltanto una metafora geografica. È il simbolo di un modello energetico costruito sull’efficienza dei flussi, ma fragile di fronte alla politica. Se questa crisi insegna qualcosa, è che la vera autonomia non si misura nella quantità di contratti firmati, ma nella capacità di ridurre il numero di barili e metri cubi che devono attraversare uno stretto conteso.

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