A cura del Dott. Pierpaolo Piras, studioso di Geopolitca e componente del Comitato per lo Sviluppo di Mondo Internazionale APS
La prima impressione che viene a mente è che la politica, in fondo, è non altro che una forma di teatro. Un palcoscenico dove si recita, come nel nostro caso secondo un copione, una partita arricchita da un'audience globale e una posta in gioco che non si limita solo a titoli e prestigio, ma ha un importante riflesso sulla vita di milioni di persone. In questo gioco di potere, due figure archetipiche si muovono più o meno nell'ombra, spesso confuse ma intrinsecamente diverse: l'uno è imbroglione, l’altro è il guastafeste.
La loro distinzione non è soltanto un mero esercizio semantico; è semmai la chiave per decifrare il senso di delusione e l'esaurimento civico che affligge le nostre società, cosiddette avanzate.
L'imbroglione è un personaggio che conosciamo bene. È il giocatore che, con un sorriso sornione, cerca di piegare le regole a suo favore, ma senza infrangerle del tutto. Magari si nasconde un asso appuntito nella manica, oppure sfrutta una falla nel sistema che gli altri non hanno notato. È anche un manipolatore, un opportunista, pur tuttavia riconosce l'esistenza di un regolamento comune. E, in un certo senso, anche noi che andiamo alle urne accettiamo tacitamente una dose di questa insana furbizia. Ci aspettiamo che i politici siano scaltri, che facciano promesse ambigue o che si districhino con maestria tra le zone grigie della Legge.
Accettiamo in pieno l'idea che la politica sia quasi sempre un gioco di astuzia, purché le fondamenta del sistema rimangano intatte. Ci indigniamo, certo, ma in fondo non siamo sorpresi più di tanto.
Il guastafeste, invece, è un'entità completamente diversa e molto più pericolosa.
Egli non cerca di piegare le regole; semplicemente le ignora, le calpesta e le disintegra con un gesto di sfrontata arroganza. Il guastafeste non gioca la partita; la fa saltare (letteralmente) per aria. In ogni caso la sua arma più potente non è l'astuzia, ma la sfacciata negazione di qualsiasi cosa che non rientri nei suoi esclusivi vantaggi.
Dopo aver stracciato il regolamento, gli dà fuoco, lo getta piuttosto dalla finestra e si volta successivamente verso di noi con un'espressione di innocenza beffarda, affermando di non aver fatto nulla di tutto ciò. Va da sé che si tratta di un chiaro ribaltamento totale della realtà, un atto di forza che annulla il concetto stesso di responsabilità e di verità condivisa.
In un mondo dove la figura del guastafeste è sempre più in voga, il patto sociale tra governanti e governati si sta erodendo vieppiù a una velocità allarmante. La fiducia, il cemento di ogni democrazia, si sbriciola quando i leader non solo imbrogliano, ma distruggono le regole del gioco e poi ci dicono con espressione bronzea che....non è successo niente !
L'elettore si sente impotente, tradito non solo dalla retorica vuota o dalle promesse non mantenute, ma dalla totale assenza di un campo logico di gioco in comune. Insomma, questa non è più una partita di calcio dove un giocatore fa un fallo di mano non visto dall'arbitro; è un giocatore che prende la palla, scappa dal campo e poi dichiara che la partita è finita e ha vinto lui...!
La patologia
Il risultato di questa dinamica, posta tra il patologico ed il tossico, è rappresentato una profonda disillusione. L'elettore, che un tempo poteva sentire un certo senso di appartenenza al processo politico, si sente ora malamente escluso, derubato della sua voce e della sua capacità di influenzare il destino collettivo.
Il guastafeste non cerca il consenso, ma la sottomissione. La sua vittoria non si misura in voti, ma nella sua capacità di imporre la propria volontà su migliaia e migliaia di chilometri quadrati (sempre altrui), fino a pretendere di riscrivere la storia in tempo reale e di farla franca. E’ chiaro che in questo scenario il vincitore prende tutto. Prende il potere, il territorio, le risorse e, soprattutto, soggioga la nostra fiducia e il nostro rispetto per le istituzioni democratiche.
E l'elettore? L'elettore rimane solingo a pagarne il prezzo!
Un prezzo che si manifesta in diverse forme. La prima è l'esaurimento. L'attenzione costante richiesta per distinguere tra verità e menzogna, tra fatti e narrazione, è un fardello psicologico enorme. La seconda è il cinismo. Quando i principi di onestà e integrità sono così apertamente calpestati, è facile cadere nella trappola psicologica e persino logica del "tanto sono tutti uguali". Infine, la disconnessione. Molti cittadini, stanchi di questa farsa, scelgono di disimpegnarsi completamente, di abbandonare il gioco, lasciando (così e però) il campo libero ai guastafeste.
I due attori
È in questo contesto che il mondo guarda con il fiato sospeso all’incontro cruciale tra due dei più eminenti, e controversi, attori politici del nostro tempo: Donald Trump e Vladimir Putin.
La scena è insolita: non una sontuosa capitale europea, ma le gelide lande dell'Alaska, un luogo che evoca isolamento e frontiere non ancora del tutto delineate, perfetto per un vertice di tale natura. Il loro incontro, con la guerra in Ucraina che fa da sfondo, non è per niente una riunione diplomatica, ma una sintesi perfetta delle dinamiche tra l'imbroglione e il guastafeste. Da un lato, Donald Trump, un esperto maestro nel navigare le acque torbide della politica.
È l'incarnazione moderna dell' “imbroglione”, un giocatore che ha dimostrato una straordinaria capacità di operare ai margini per quanto rischiosi del sistema, di testare la resistenza delle sue regole e di sfidare le convenzioni più rassicuranti. Le sue promesse ambigue, le sue affermazioni che spesso si scontrano con la realtà e il suo stile non ortodosso lo rendono un personaggio che, nel bene e nel male, gioca con le carte del potere in modo imprevedibile.
La sua insistenza sul fatto che l'incontro sia un semplice "esercizio di ascolto" è in linea con il suo modus operandi: una mossa calcolata per abbassare le aspettative, per creare incertezza e per mantenere il controllo della narrazione. Sembra quasi che stia preparando il terreno per poter dire, a cose fatte, "io ho solo ascoltato", anche se l'esito dovesse essere tutt'altro.
Dall'altro lato, Vladimir Putin. Lui non è l'imbroglione.
Lui è il guastafeste. Le sue azioni in Ucraina, l'annessione della Crimea e ora la guerra aperta per il controllo del territorio, non sono state mosse all'interno di un gioco di potere, ma la sua totale e palese polverizzazione delle regole internazionali.
Lui non ha imbrogliato; ha scartato completamente il regolamento della sovranità nazionale e dell'integrità territoriale, ha dato fuoco alle convenzioni diplomatiche e, con una retorica che ha dell'incredibile, ha affermato che le sue azioni sono una risposta a presunte minacce e ingiustizie.
La sua posizione è chiara e intransigente: il suo obiettivo non è negoziare o trovare un compromesso, ma la pura e semplice sottomissione dell'avversario. Il suo ultimatum, "o mi viene consegnato il territorio ucraino o non si va da nessuna parte", non è una mossa in un negoziato, ma la dichiarazione di un vincitore che non riconosce le regole del gioco. Tertium non datur!
L'incontro in Alaska, quindi, si configura come un confronto tra queste due mentalità.
Trump, l'imbroglione, cerca di trarre vantaggio dalla situazione, forse per mostrare abilità diplomatica, forse per ottenere concessioni, sempre con l'obiettivo di uscirne vincitore. E’ chiaro che ne sapremo tutti di più solo nel corso delle prossime mosse, sentite Kiev e l’Unione Europea. Putin, il guastafeste, non ha bisogno di vincere in un negoziato; nella sua mente ha già vinto, distruggendo tutte quelle regole che limitavano il suo potere.
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