Il cielo sopra Kabul

Afghanistan, il futuro negato: a tre anni dal ritorno dei Taleban si consolidano discriminazione, segregazione di genere e violazione della dignità umana. E l'Occidente resta diviso.

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  Giuliana Băruș
  07 settembre 2024
  5 minuti, 24 secondi

Il ritorno dei Talebani 
Il 15 agosto 2021, dopo una rapida offensiva militare sui distretti rurali e sui capoluoghi di provincia, i Taleban, ovvero gli studenti coranici, hanno riconquistato la capitale Kabul.

A tre anni dalla restaurazione, l’Emirato islamico continua a reggere, governando grazie alle istituzioni ereditate dalla defunta Repubblica islamica – rimodellandole e rilegittimandole attraverso un processo di islamizzazione – e dal governo eterodiretto da Washington. 

Il governo dei Talebani rimane privo del riconoscimento ufficiale, ma è riuscito a tessere la normalizzazione dei rapporti con gli attori regionali: è lunga la lista di cancellerie straniere che hanno accettato le credenziali dei diplomatici dell’Emirato, insieme alle sedi diplomatiche di nuovo operative a Kabul.

La caduta di Kabul 
La capitale sarebbe dovuta diventare il cuore pulsante del nuovo Afghanistan, nella cui costruzione gli statunitensi e i loro alleati si erano impegnati per vent'anni spendendo miliardi di dollari in sostegno allo sviluppo. Ma il 15 agosto di tre anni fa Kabul è caduta di nuovo nelle mani dei Taleban. Secondo gli esperti, la città avrebbe dovuto reggere almeno qualche settimana: non c'è stata invece alcuna resistenza.

Questo gruppo di fondamentalisti islamici – formatisi nelle scuole coraniche afghane e pakistane (dal pashtō ṭālib «studente») –è stato impegnato dalla fine degli anni settanta nella guerriglia antisovietica, quando nel 1979 l'Afghanistan fu invaso dai sovietici (fino al 1989, quando i russi se ne andarono).

Nel 1992 su Kabul marciarono i mujiahidin, miliziani islamici equipaggiati e addestrati dagli Stati Uniti in funzione anticomunista. Fino al 1996, quando dal sud arrivò un gruppo di islamisti ancora più radicale: i Taleban appunto, che per anni combatterono nella clandestinità, rafforzandosi nonostante la presenza di migliaia di militari della Nato impegnati nella War on Terror. Gli studenti coranici governano il Paese per la prima volta dal 1996 al 2001.

Ritornati al comando il 15 agosto 2021, i Talebani restano un mistero. All'esterno filtrano solo notizie terribili: da tre anni è in atto “la peggiore crisi dei diritti delle donne al mondo” (Human Rights Watch), nonché una delle più grandi catastrofi umanitarie.

A Doha si divide l'Occidente 
La comunità internazionale resta divisa sull'opportunità (morale) e l'eventuale metodo di trattare con i Talebani, come dimostra l’ultima Conferenza di Doha voluta dalle Nazioni Unite.

L'incontro internazionale, tenutosi tra fine giugno e inizio luglio nella capitale del Qatar, ha segnato una svolta nelle politiche occidentali verso l'Afghanistan. La novità è stata la partecipazione diretta dei Talebani, che nelle due precedenti conferenze non avevano accettato di presenziare: grazie all’accoglimento delle loro condizioni, finora sempre escluse, che hanno imposto all'ONU di invitare solo gli emissari dell'Emirato come unici rappresentanti del popolo afghano e di non affrontare il problema dell’oppressione e dell’esclusione sistematica delle donne dall’istruzione e dalla società.

Organizzata dall’Onu per normalizzare i rapporti con il governo de facto e riaprire ufficialmente le relazioni economiche, politiche e diplomatiche con le economie occidentali – che in realtà non si erano mai interrotte per alcuni Paesi come Cina, India, Russia e Iran – “Doha III” avrebbe dovuto favorire un approccio comune. Ha invece ribadito le differenze inconciliabili nella comunità internazionale tra i Paesi donatori, che invocano sanzioni e isolamento del regime oppressivo, e i Paesi regionali, sostenitori del dialogo e di un approccio più pragmatico.

Afghanistan, guerra continua 
Nel Paese, gli spazi di libertà si contraggono. Le discriminazioni di genere si consolidano e diventano sistemiche e istituzionalizzate, mentre la profonda crisi umanitaria e un’economia fragile condizionano pesantemente la vita della popolazione.

Secondo le Nazioni Unite, in Afghanistan, 23,7 milioni di persone, più della metà della popolazione, ha bisogno di aiuti umanitari per sopravvivere. Oltre l’80% delle famiglie vive con meno di un dollaro al giorno: situazione che “è anche l’esito di un approccio fallimentare sostenuto per vent’anni dall’Occidente, che non ha creato una società più resiliente, sostenibile o pacifica”. 

L’ultimo rapporto della missione Onu sui Diritti umani denuncia infatti un sistema istituzionalizzato di discriminazione, segregazione di genere e violazione della dignità umana: da tre anni donne e ragazze non possono più frequentare scuole superiori, università e spazi pubblici; chi commette adulterio è punito a colpi di frusta e da marzo 2024 è legge la lapidazione.

L'Afghanistan è inoltre quasi integralmente tagliato fuori dal circuito bancario internazionale. Dal ritorno dei Taleban a Kabul, più di un milione e mezzo di afghani è fuggito dal Paese: la maggior parte vive oggi in condizioni precarie nei vicini Iran e Pakistan, dove rischia discriminazioni e deportazioni arbitrarie.

Oltre il conflitto 
Nel Paese centro-asiatico, in guerra da più di quarant'anni, sono stati decenni di duro conflitto, di vittime civili, di vite spezzate e sogni traditi; di promesse non mantenute, risentimento, ingiustizia, frustrazione. Ma sono stati anche anni in cui la popolazione afghana ha cercato di (ri)conquistarsi il diritto a una vita ordinaria: il lavoro, le amicizie, lo studio, il gioco, l’amore. Su questa Kabul mutilata dalla guerra è sceso un cielo cupo e opprimente.

Oggi si assiste a una delicata fase di transizione, i cui contorni verranno definiti dalle scelte delle autorità che de facto governano il Paese, dalla dialettica interna al movimento dei Talebani (movimento policentrico, con anime diverse) e dalle risposte della società afghana. Ma anche dalle iniziative che la comunità internazionale, al momento ancora divisa e inefficace, riuscirà forse a intraprendere.

Per guardare al futuro dell'Afghanistan, si deve prima affrontare un tragico passato e un presente liberticida. Un futuro dove si incontreranno inevitabilmente passato e presente. Quando sarà allora possibile una riconciliazione o, almeno, una normalità condivisa in una società lacerata?


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L'Autore

Giuliana Băruș

Studi in Giurisprudenza e Diritto Internazionale a Trieste.
Oltre che di Diritto (e di diritti), appassionata di geopolitica, giornalismo – quello lento, narrativo, che racconta storie ed esplora mondi fotoreportage, musica underground e cinema indipendente.

Da sempre “permanently dislocated un voyageur sur la terreabita i confini, fisici e metaforici, quelle patrie elettive di chi si sente a casa solo nell'intersezionalità di sovrapposizioni identitarie: la realtà in divenire si vede meglio agli estremi che dal centro. Viaggiare per scrivere soprattutto di migrazioni, conflitti e diritti e scrivere per viaggiare, alla ricerca di geografie interiori per esplorarne l’ambiguità e i punti d’ombra creati dalla luce.

Nel 2023, ha viaggiato e vissuto in quattro paesi diversi: Romania, sua terra d'origine, Albania, Georgia e Turchia.
Affascinata, quindi, dallo spazio post-sovietico dell'Europa centro-orientale; dalla cultura millenaria del Mediterraneo; e dalle sfaccettate complessità del Medio Oriente.

In Mondo Internazionale Post è autrice per la sezione Organizzazioni Internazionali”.

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