Il Myanmar tra terremoto, guerra civile e aiuti umanitari

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  Angela Sartori
  17 aprile 2025
  5 minuti, 38 secondi

Il 28 marzo il Myanmar è stato colpito da un terremoto di magnitudo 7,7 che ha avuto conseguenze disastrose sul paese. Le scosse si sono sentite in tutta la regione del sud-est asiatico, in particolare in Thailandia. La situazione in Myanmar si è complicata ulteriormente in quanto la giunta militare, al governo dal 2021, sta impedendo l’accesso degli aiuti umanitari in determinate aree del paese.

Dal colpo di stato alla guerra civile

L’epicentro del terremoto è stato localizzato nel centro del paese, a pochi chilometri ad ovest della città di Mandalay, la seconda per popolazione con più di un milione di abitanti. A differenza della vicina Thailandia, il paese non ha risorse sufficienti per contrastare i disastri causati dalla calamità naturale, tanto che la giunta militare ha chiesto un aiuto a livello internazionale, anche se il paese è isolato dall’estero da quando l’attuale governo ha preso il potere con un colpo di stato.

Il Myanmar, diventato indipendente nel 1948 dal Regno Unito, di cui era una colonia, aveva già subito un primo golpe nel 1962, che aveva portato il paese ad avere una dittatura militare fino al 2011.

Una figura di spicco dell’opposizione è stata Aung San Suu Kyi, che ha vinto le prime elezioni libere nel 2015. Con lei il Myanmar ha iniziato la transizione verso la democrazia, anche se l'occidente l'ha accusata di aver preso parte al genocidio della minoranza musulmana dei Rohingya. Il suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia (NLD), ha vinto le elezioni anche nel 2020. Tuttavia, all’inizio del 2021, i militari hanno organizzato un colpo di stato. Aung San Suu Kyi è stata condannata ai domiciliari ed è stato dichiarato un anno di stato d’emergenza. La popolazione birmana ha iniziato a manifestare pacificamente nelle strade per chiedere il ritorno del governo democraticamente eletto, ma le dimostrazioni sono state violentemente represse dalla giunta militare. Invece di fungere da deterrente, questo ha portato alla formazione di una insurrezione armata: le svariate minoranze etniche del paese hanno formato gruppi di opposizione che hanno iniziato a sferrare attacchi contro il loro nemico comune, l’esercito birmano. Gli scontri tra le due fazioni sono degenerati in una vera e propria guerra civile, che ancora oggi sta danneggiando il Myanmar.

Oltre ad aver isolato il paese dal panorama internazionale, la giunta sta cercando di mantenere un controllo serrato anche sulla situazione interna. La libertà di stampa è molto limitata ed è quasi impossibile avere accesso a fonti indipendenti: poche persone possono usare Internet, dal momento che molti vivono senza elettricità. La giunta ha anche reso estremamente difficile la formazione di nuovi partiti e da quando ha preso il potere, le elezioni sono state sempre rimandate. Nel 2022 è stata ripristinata la condanna a morte per i prigionieri politici.

Ad oggi, circa il 20% del territorio birmano è controllato dalla giunta, in particolare le grandi città, mentre le campagne e le aree più remote sono in mano ai dissidenti.

Dopo il terremoto

Il terremoto ha quindi ulteriormente indebolito un paese già di per sé molto provato. Si stima che circa 3500 persone siano morte e più del doppio siano rimaste ferite, ma non ci sono dati precisi vista la poca trasparenza dei media. La richiesta d’aiuto a livello internazionale ha fatto pensare che le condizioni del Myanmar fossero davvero catastrofiche. Di fatto la situazione si è rivelata enigmatica, dato che la giunta ha reso fin da subito difficile l’accesso degli aiuti umanitari in determinate regioni del paese, spesso le più colpite e in particolare nelle 72 ore successive al terremoto, quando un pronto intervento è essenziale per soccorrere i sopravvissuti. La giustificazione utilizzata dall'esercito è stata che le misure sono state prese per questioni di sicurezza. Gli aiuti sono stati fermati nei posti di blocco in punti in cui il controllo del territorio è sotto i gruppi di opposizione, come è successo per esempio con la città di Sagaing, vicino all’epicentro, dove i soccorsi sono rimasti bloccati per tre giorni. Oltre a questo, la giunta spesso richiede autorizzazioni anche agli operatori umanitari, e per questo servono lunghi processi burocratici. Tra i documenti, spesso c’è un accordo che prevede il divieto di prestare soccorso in determinate aree, sempre fuori dal controllo della giunta. In alcuni casi, gli aiuti umanitari sono stati direttamente attaccati dai militari, com’è successo alla Croce Rossa Cinese.

Ciò è grave perché in molti casi mancano risorse base come generi alimentari e acqua potabile, e le condizioni degli ospedali, che nella maggior parte dei casi hanno subito crolli e danni dovuti al terremoto, è molto critica. Spesso i pazienti vengono curati lungo la strada per mancanza di spazi.

Inoltre, nei giorni successivi, nuove scosse di terremoto hanno colpito il paese, con la più alta che è arrivata fino a magnitudo 4.9, un valore medio-alto. Di conseguenza, molte persone hanno paura di trovare riparo in luoghi chiusi, che non vedono come sicuri, dunque dormono all’aperto utilizzando tende. Il tutto è esacerbato dalle condizioni climatiche, con temperature che superano i 35 gradi e con piogge violente che hanno danneggiato ulteriormente gli edifici e che hanno distrutto i rifugi costruiti per l’emergenza. Queste condizioni favoriscono anche la proliferazione di determinate malattie, come il colera. La situazione sta colpendo soprattutto le categorie più vulnerabili come bambini, anziani e persone con disabilità, a rischio di isolamento e di mancanza di un supporto adeguato, e le donne, che nei rifugi comuni sono maggiormente esposte agli abusi.

Non è la prima volta che la giunta adotta comportamenti simili: questo “monitoraggio” verso gli aiuti umanitari si era già verificato a seguito del ciclone e del tifone che avevano colpito rispettivamente il paese nel 2023 e nel 2024. In quell'occasione, date le gravi condizioni del paese, il Governo di Unità Nazionale (il maggior movimento di resistenza) e l’alleanza formata dai vari gruppi etnici avevano dichiarato un cessate il fuoco unilaterale, a cui anche la giunta aveva sottostato. Quest'ultima però non ha mai smesso di colpire e bombardare i territori che non sono sotto il suo controllo, di fatto non rispettando l’accordo.

Questo dimostra come l’esercito birmano stia cercando in tutti i modi di indebolire le fazioni che considera ribelli in modo tale da ripristinare il suo controllo sull’intero paese. Questo va a discapito delle migliaia di persone che si trovano in condizioni estremamente precarie e a cui viene negato il soccorso base, tutto al solo scopo di perseguire strategie politiche.

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L'Autore

Angela Sartori

Angela Sartori si è laureata in Interdisciplinary Research and Studies on Eastern Europe (MIREES) presso l'Università di Bologna. Le tematiche che ha affrontato durante il suo corso di studi si sono concentrate principalmente sui fenomeni migratori e sulle problematiche legate alle minoranze etniche, nonché sulle relazioni lasciate dall'eredità sovietica in particolare in Ucraina, nella Federazione Russa e negli stati del Caucaso meridionale.

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Diritti Umani

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myanmar Terremoto Guerra civile AiutiUmanitari