Il più grave crimine contro l'umanità: la tratta degli schiavi africani

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  Giovanni Graziano
  04 aprile 2026
  3 minuti, 13 secondi

Il 25 marzo 2026 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che riconosce la tratta degli schiavi africani come il “più grave crimine contro l’umanità”.

La risoluzione è stata proposta dal Ghana e approvata con 123 voti a favore e 3 contrari: Stati Uniti, Israele e Argentina. 52 Paesi, tra cui il Regno Unito e i Paesi membri dell’Unione Europea, si sono invece astenuti.

La risoluzione, oltre a riconoscere la tratta degli schiavi africani come il più atroce crimine commesso contro l’umanità, richiama la necessità di pubbliche scuse, risarcimenti per i discendenti delle vittime, politiche di lotta e di prevenzione al razzismo, e restituzione dei beni culturali e spirituali saccheggiati.

Il Ghana con questa risoluzione ha voluto chiedere giustizia e restituire dignità alle 12-15 milioni di persone che tra il 1500 e il 1800 sono state forzatamente portate dalla loro terra nelle Americhe per lavorare come schiavi.

Inoltre, la risoluzione, supportata dall’Unione Africana e dalla Comunità Caraibica, afferma che le conseguenze della schiavitù si manifestano ancora oggi sotto forma di discriminazioni razziali e dinamiche neocoloniali.

La risoluzione, in quanto approvata in seno all’Assemblea Generale e non al Consiglio di sicurezza, non è vincolante. Tuttavia, porta con sé un importante peso simbolico che pone i Paesi occidentali di fronte a responsabilità da cui spesso si sono sottratti.

Il Regno Unito, Paese storicamente imperialista per eccellenza, si è a lungo rifiutato di pagare riparazioni, negando la responsabilità delle istituzioni attuali per errori storici. In merito alla risoluzione, il rappresentante del Regno Unito all’ONU, James Kariuki, pur riconoscendo le sofferenze di milioni di persone causate dalla tratta degli schiavi e dalle sue conseguenze, ha definito la risoluzione problematica rispetto al diritto internazionale e ha sottolineato che nessuna atrocità dovrebbe essere più o meno grave di altre.

Ha manifestato una simile perplessità anche il rappresentante degli Stati Uniti all’ONU, che ha affermato che il proprio Paese non riconosce il diritto a riparazioni per dei crimini che, secondo il diritto internazionale dell’epoca in cui sono stati commessi, non erano definiti tali.

Il Regno Unito e i Paesi dell’Unione Europea hanno espresso una posizione vicina a quella statunitense, nonostante abbiano deciso di astenersi e non votare contro in nome della “mostruosità” della schiavitù.

I movimenti di richiesta di riparazioni in risposta a secoli di schiavismo e colonialismo sono particolarmente accesi negli ultimi anni tra i Paesi membri dell’Unione Africana. Il 2025, in particolare, ha visto come tema ufficiale dell’Unione Africana proprio la giustizia riparativa.

Figura centrale in seno all’Unione Africana, che si è schierata in prima fila nella lotta politica per le riparazioni, è stata quella di John Mahama, presidente del Ghana, Paese che fu uno dei principali punti di partenza per la tratta degli schiavi verso l’America. Mahama, durante il suo discorso all’Assemblea Generale dell’ONU, ha ricordato che “l’adozione di questa risoluzione servirà anche a impedire l’oblio”. In particolare, Mahama il 24 marzo aveva accusato il presidente statunitense Donald Trump di portare avanti “politiche che mirano a cancellare la storia”. In effetti, Trump dal suo secondo mandato ha attaccato delle istituzioni storiche e culturali che secondo lui avrebbero promosso un’ideologia antiamericana. Mahama ha espresso il timore che queste politiche diventino un modello per altri governi e istituzioni.

Dunque, l’approvazione della risoluzione ha messo in luce come la storia colonialista dell’Occidente stia chiamando i Paesi responsabili a rispondere delle proprie azioni di fronte a un passato tragico. Nonostante l’Occidente sia restio a ritenersi responsabile del proprio passato, il 25 marzo il movimento per le riparazioni ha ottenuto un’importante vittoria.

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Giovanni Graziano

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Diritti Umani

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Africa riparazioni ONU colonialism decolionalisation