Lo scorso 8 agosto il presidente Vladimir Putin ha presentato alla Duma di Stato, l’assemblea legislativa russa, un progetto di legge proposto dal governo per il ritiro del Paese dalla Convenzione europea per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti.
Con l’approvazione del Parlamento inizia ufficialmente il ritiro formale della Federazione da un trattato internazionale sui diritti umani che, sostanzialmente, già non trovava applicazione nel Paese.
La Convenzione fu adottata nel 1987 dal Consiglio d’Europa, principale organismo di tutela dei diritti umani del continente e ratificata poi dalla Russia nel 1996, anno in cui è diventata membro del Consiglio stesso.
È un trattato internazionale che istituisce un meccanismo di visite da parte del Comitato europeo per la prevenzione della tortura nei luoghi di detenzione degli stati contraenti, monitorando così le condizioni dei detenuti.
Ha come fine la prevenzione, seguendo quanto riportato dall’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU), che vieta in modo assoluto la tortura.
È di fatto uno strumento limitativo dell’arbitrato carcerario, motivo per cui gli osservatori non hanno più potuto accedere al Paese dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022.
È da tenere a mente che in seguito a questo evento la Russia è stata sospesa dal Consiglio d’Europa e contemporaneamente alla sospensione, Mosca ha annunciato il suo ritiro dall'organizzazione.
Il Consiglio ha però specificato con un decreto che a prescindere da ciò, il Paese rimarrà "parte delle pertinenti convenzioni del Consiglio d'Europa" e si cercherà di mantenere il dialogo con il Cremlino per "riprendere le visite di monitoraggio nei luoghi di privazione della libertà".
D’ora in poi nessun comitato internazionale potrà accedere ai centri di detenzione: le autorità russe potranno agire indisturbate e nascondere impunemente qualsiasi crimine, con conseguenze maggiori sui detenuti ucraini, alcuni dei quali hanno confessato che preferirebbero la morte piuttosto che finire nelle mani dei torturatori russi.
La Russia ha giustificato la decisione di ritirarsi sostenendo che non avendo una rappresentanza nel Comitato, il Paese non sia in grado di partecipare pienamente ai lavori di questo meccanismo di monitoraggio.
Il lento e costante ritiro della Russia dalle organizzazioni internazionali
Questo è l’ennesimo passo che Mosca ha compiuto per allontanarsi sempre di più dal controllo internazionale.
Dopo l'invasione su larga scala dell'Ucraina, la Russia ha iniziato a ritirarsi dalle organizzazioni, dalle convenzioni e dai programmi internazionali: inizialmente dal Consiglio d'Europa, poi dalla CEDU e successivamente ha rifiutato di attuare le decisioni della Corte europea dei diritti dell'uomo.
Di fatto, la Russia è da tempo impegnata in un percorso di completo isolamento: ora sta solo tagliando gli ultimi fili che la collegavano al sistema internazionale di tutela dei diritti umani.
Si appella alla ‘’sovranità protettiva’’, ma nell’effettivo il Cremlino sta difendendo il proprio diritto di torturare i suoi cittadini e i prigionieri.
Nonostante ciò, il Paese è ancora parte della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura ratificata nel 1985, un trattato che impone agli Stati membri di criminalizzare la tortura attraverso le loro leggi nazionali e intraprendere azioni per indagare le denunce, oltre che fornire risarcimento alle vittime.
Il rapporto delle Nazioni Unite sulla situazione umanitaria
Il 22 settembre 2025, presso il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite a Ginevra, la Relatrice speciale sulla situazione dei diritti umani nella Federazione Russa, Mariana Katzarova, ha presentato un rapporto sulla situazione dei diritti umani nel Paese.
Da questo emerge una situazione umanitaria in costante deterioramento. Le autorità russe agiscono con il fine di sradicare il dissenso, ponendo in atto una censura intensificata, procedimenti giudiziari e l’estensione della legislazione sui ‘’nemici del popolo’’. Tra questi rientrano circa 1.040 organizzazioni e individui che vengono incriminati, detenuti e torturati.
Si tratta di organizzazioni come Reporters without Borders International, Amnesty International, il British Council e la Yale University, nonché di 195 organi di stampa, mentre i media indipendenti sono definiti “organizzazioni terroristiche”. Oggi, la Russia è il terzo Paese al mondo per numero di giornalisti incarcerati, con 50 dietro le sbarre di cui almeno 23 condannati per aver parlato della guerra in atto.
Un ulteriore allarme viene dalla crescente repressione e detenzione dei difensori dei diritti umani, degli avvocati, dei giornalisti, degli oppositori politici, degli attivisti contro la guerra e di chiunque esprima dissenso. Il motivo per cui l'uscita del paese dalla Convenzione contro la tortura è un grande pericolo lo si può trovare nei dati raccolti negli ultimi anni: il ricorso alla tortura e ai maltrattamenti non solo da parte delle forze dell'ordine ma anche da funzionare penitenziari e Forze Armate ammonta a 258 casi documentati.
A sconvolgere maggiormente l’opinione internazionale è la partecipazione degli operatori sanitari alle torture, soprattutto ai danni dei detenuti ucraini e dei prigionieri di guerra e civili, che hanno raccontato l’uso di scosse elettriche, stupri, violenze sessuali e uccisioni durante la detenzione. Almeno 206 prigionieri di guerra ucraini sono morti durante la prigionia in Russia, e i loro corpi mostravano evidenti segni di tortura.
Infine, si sono aggravati anche gli attacchi diretti alle comunità LGBT, le popolazioni indigene, le minoranze etniche, i migranti e i richiedenti asilo, e la violenza di genere sembra essere normalizzata.
È fondamentale quindi che venga rinnovato il mandato del Relatore speciale sulla Russia, per garantire un sostegno e una voce a tutti coloro che vivono all'interno del Paese, sempre più isolati dal sostegno internazionale.
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