L’80% della qualità, il 60% del prezzo: il successo del modello "good enough" cinese

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  Sarah Azzurra Spada
  30 aprile 2026
  4 minuti, 46 secondi

Arthur Kroeber, nel 2020, usa una formula semplice ma molto efficace per descrivere l’ascesa di alcuni colossi tecnologici cinesi: “80 percent of the quality for 60 percent of the price”. In altre parole, prodotti che non ambiscono necessariamente all’apice dell’innovazione tecnologica ma che offrono una qualità più che sufficiente per la maggior parte dei consumatori a un prezzo difficilmente battibile. È il cuore del cosiddetto modello good enough: non la perfezione, ma l’utilità. Una logica molto diversa da quella seguita per anni da molte grandi aziende occidentali, Apple in primis, che hanno optato per un approccio basato sull’eccellenza tecnologica, sul design premium e di conseguenza, su prezzi molto più alti.

Il caso di Xiaomi è forse il più lineare per analizzare l’approccio del good enough. Gran parte della forza dell’azienda sta in una scelta controintuitiva per il settore: vendere l’hardware con margini molto ridotti, appena sopra il costo di produzione, e guadagnare altrove. Invece di puntare sul telefono come principale fonte di profitto, Xiaomi ha costruito il proprio modello intorno a software, servizi e accessori. Il dispositivo diventa la porta d’ingresso a un ecosistema più ampio, dentro cui si monetizza in seguito. Per riuscirci, Xiaomi ha tagliato dove molti concorrenti continuavano a spendere. Per anni ha evitato i costi dei negozi fisici, preferendo la vendita diretta online. Ha anche rinunciato in larga parte alla pubblicità tradizionale, affidandosi a internet, ai social network, alla stampa e soprattutto al passaparola dei suoi utenti, i cosiddetti Mi Fans.

Se Xiaomi rappresenta il paradigma del modello good enough, Huawei è sicuramente un caso più complesso. Per certi versi, è stata, ed è ancora, una delle vere punte di diamante del tech cinese. Kroeber stesso la indica come una parziale eccezione alla regola: pur essendo cresciuta anche grazie a un’offerta competitiva sul prezzo, Huawei ha investito per anni una quota significativa dei propri ricavi in ricerca e sviluppo ed è arrivata a occupare una posizione di leadership tecnologica, soprattutto nel 5G. Questo vuol dire che non può essere letta semplicemente come un’azienda che insegue i leader globali con prodotti più economici. In diversi segmenti di mercato, Huawei ha cercato, e in parte raggiunto, il ruolo di leader.

Per comprendere la competitività di Xiaomi e Huawei, è necessario considerare due ulteriori fattori essenziali: le economie di scala e i sussidi statali. In economia, si parla di economie di scala quando il costo unitario di un prodotto diminuisce all’aumentare della quantità prodotta. Dunque, se un’azienda produce milioni e milioni di dispositivi, può distribuire i costi fissi (ricerca, progettazione, logistica, componentistica) su una base molto più ampia. Il singolo telefono, alla fine, costa meno da realizzare. Si aggiunge il tema dei sussidi statali. Huawei e Xiaomi beneficerebbero di un sostegno finanziario molto rilevante, che permette loro di offrire condizioni molto favorevoli e di abbassare i prezzi rispetto ai concorrenti.

Il modello good enough ha trovato terreno particolarmente fertile nei mercati del Global South, grazie anche alla Digital Silk Road, ovvero la dimensione digitale della Belt and Road Initiative. I giganti tech cinesi sono riusciti a convincere milioni di consumatori del Global South della validità di quel principio “80-60”: una qualità percepita come più che sufficiente, a fronte di un prezzo molto più accessibile. La DSR è diventata uno dei principali canali con cui Pechino rafforza la propria presenza nei paesi del Global South sul terreno delle infrastrutture digitali e, sempre più, anche dell’intelligenza artificiale. Il successo del modello cinese, dunque, non si misura soltanto in quote di mercato, ma anche nella capacità di diffondere standard tecnologici, piattaforme e intere architetture digitali. Emerge con evidenza come un modello meramente “commerciale” finisca per avere anche implicazioni geopolitiche.

Detto questo, sarebbe un errore trasformare il good enough in una categoria interpretativa eccessivamente rigida. Il mercato cinese è troppo dinamico per essere letto in modo semplicistico. Huawei, come accennato in precedenza, oggi non è più soltanto sinonimo di prodotti competitivi a prezzi accessibili. In settori come 5G, AI e chip, punta apertamente a raggiungere l’apice tecnologico, ambizione che si inserisce in un progetto nazionale molto più ampio, che mira a rendere la Cina non solo una fabbrica efficiente, ma anche un centro di innovazione avanzata. Ma anche la tendenza opposta è ormai affermata. Nel marzo 2026 Apple ha lanciato MacBook Neo, il suo laptop più economico di sempre, con un prezzo di partenza di 599 dollari negli Stati Uniti. È un dato interessante proprio perché mostra una contaminazione dei modelli: perfino l’azienda che più di tutte ha incarnato il lusso nel settore tecnologico ha deciso di introdurre una fascia più accessibile, cercando un equilibrio tra prezzo e qualità.

È forse questa la conclusione più interessante. I due modelli convivono, si osservano e iniziano persino a contaminarsi. Da una parte resta l’idea del primato tecnologico, del prodotto di punta, dell’innovazione come segno distintivo e aspirazionale. Dall’altra emerge una logica diversa, fondata su accessibilità e scala. Il caso cinese mostra che il good enough non è stato un semplice ripiego rispetto all’eccellenza, ma un modo alternativo di pensare la competitività tecnologica. E proprio per questo ha saputo conquistare mercati e rafforzare l’influenza economica e digitale di Pechino. Il principio dell’“80% della qualità per il 60% del prezzo” si rivela così una chiave utile per leggere una parte importante della trasformazione tecnologica globale. 

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Sarah Azzurra Spada

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