La Cina nello spazio

Il programma spaziale cinese tra tecnologia, prestigio e Tianxia

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  Sarah Azzurra Spada
  27 marzo 2026
  7 minuti, 26 secondi

La corsa allo spazio è uno dei grandi miti politici e tecnologici del Novecento. Nell’immaginario comune significa spingersi oltre i confini conosciuti, misurarsi con l’ignoto. Non è mai stata soltanto una questione scientifica: lo spazio è da sempre sinonimo di potere, influenza e prestigio. Per una Cina che ambisce a consolidarsi come grande potenza del XXI secolo, restare ai margini di questa corsa non è mai stata un’opzione. Oggi, il programma spaziale è centrale nella strategia di Pechino. Serve a rafforzare l’autonomia tecnologica del Paese, ha ricadute economiche e militari, alimenta il prestigio nazionale e si lega a una narrazione politica molto precisa, quella del “Sogno Cinese”, cioè il progetto di rinascita nazionale promosso da Xi Jinping.

Le radici di questo programma affondano nella Cina di Mao. Negli anni Cinquanta e Sessanta, in un contesto segnato dalla Guerra fredda e dalla rottura con l’Unione Sovietica, Pechino era consapevole di essere profondamente vulnerabile. Da qui nacque la strategia delle “Due bombe e un satellite”: sviluppare la bomba atomica, la bomba all’idrogeno e un satellite artificiale. L’obiettivo non era il prestigio scientifico in senso stretto, ma la sopravvivenza dello Stato in un sistema internazionale ostile. Razzi e satelliti avevano una valenza militare, perché potevano servire sia per l’osservazione e le comunicazioni sia, soprattutto, come base tecnologica per i vettori missilistici. Il primo risultato arrivò nel 1970, quando la Cina mise in orbita il suo primo satellite, il Dong Fang Hong 1. Quel lancio permise alla Repubblica Popolare di entrare in uno spazio che fino ad allora era stato dominato quasi esclusivamente da Stati Uniti e URSS.

La fase successiva prese forma con le riforme di Deng Xiaoping. A partire dalla fine degli anni Settanta e poi negli anni Ottanta, la priorità divenne lo sviluppo economico. Ma lo spazio non scomparve dall’agenda. Al contrario, iniziò a essere pensato sempre più come settore strategico capace di promuovere, al contempo, modernizzazione civile e capacità militari. È qui che emerge con forza la logica del dual-use, cioè dell’uso duale: una stessa innovazione può avere applicazioni civili e militari. Nel caso cinese, questo principio è diventato fondamentale. I progressi nel settore aerospaziale non riguardano solo l’esplorazione o la ricerca scientifica, ma anche la manifattura avanzata, le telecomunicazioni, la microelettronica, la navigazione satellitare e la difesa.

Il vero progresso, però, avviene nell’età contemporanea. Nel 1993 fu fondata la China National Space Administration (CNSA), l’agenzia spaziale cinese. Negli anni Novanta, anche grazie alla ripresa della cooperazione con la Russia dopo il crollo dell’Unione Sovietica, Pechino riuscì a rafforzare i propri lanciatori e a costruire nuove infrastrutture. Nel 1999 testò la navicella Shenzhou 1, primo passo verso il volo umano. Il momento simbolico arrivò nel 2003, quando Yang Liwei divenne il primo astronauta cinese a raggiungere lo spazio a bordo della Shenzhou 5. Era la prova che la Cina non stava più soltanto recuperando terreno, ma era in grado di entrare in un club ristrettissimo di potenze. Da allora, il programma spaziale cinese ha continuato a crescere con regolarità, fino a comprendere migliaia di satelliti artificiali, missioni con equipaggio, esplorazioni senza equipaggio e una stazione spaziale nazionale.

Un passaggio decisivo di questa crescita è stato il sistema BeiDou, l’alternativa cinese al GPS statunitense. Avviato nei primi anni Duemila e divenuto pienamente operativo nel 2020, BeiDou è una rete di navigazione satellitare globale con usi sia civili sia militari. Ciò significa chiaramente maggiore autonomia strategica per Pechino in un settore cruciale, ma anche capacità di esercitare influenza geopolitica sui Paesi partner. Secondo le stime, la Cina fornisce servizi BeiDou a circa 165 paesi, in molti casi anche all’interno della Belt and Road Initiative.

Altro passo fondamentale nella corsa cinese allo spazio è Tiangong, la stazione spaziale il cui primo modulo è stato lanciato nel 2021. Il nome significa “Palazzo Celeste” e il suo valore va ben oltre la dimensione strettamente scientifica. Dopo essere stata esclusa dalla cooperazione con la Stazione Spaziale Internazionale (ISS), anche per i timori statunitensi legati ai legami tra settore spaziale e apparato militare cinese, Pechino ha scelto di costruire una propria piattaforma orbitale. Il messaggio è alquanto evidente. Se non può partecipare all’architettura guidata dagli Stati Uniti, la Cina è in grado di crearne una propria e di proporla come alternativa. In un momento in cui la ISS si avvicina gradualmente alla fine del suo ciclo, Tiangong rafforza l’immagine di una Cina capace di garantire una presenza permanente nello spazio.

Analizzati i risultati già raggiunti, è bene concentrarsi sugli obiettivi futuri. Sul fronte dell’esplorazione del sistema solare, la tabella di marcia resa pubblica nel marzo 2025 dal Deep Space Exploration Laboratory mostra target molto ambiziosi. La missione Tianwen-3 è prevista verso Marte nel 2028, seguita dalla Tianwen-4 nel 2029 verso Giove e Callisto. Si aspira poi all’esplorazione di Venere nel 2033, a una stazione di ricerca su Marte nel 2038 e a una missione verso Nettuno e Tritone nel 2039. È evidente che Pechino intende occupare un ruolo di primo piano nell’esplorazione interplanetaria.

Ancora più delicata, da un punto di vista geopolitico, è la questione lunare. Il Polo Sud della Luna è oggi una delle aree più ambite, soprattutto per la possibile presenza di ghiaccio d’acqua. Questa risorsa è strategica perché dall’acqua si possono ricavare ossigeno e idrogeno, dunque elementi essenziali non solo per la sopravvivenza umana, ma anche per il rifornimento delle future missioni spaziali. La Luna non è più vista solo come simbolo, ma come risorsa strategica. La Cina punta molto su questo fronte. Nel 2026 partirà la missione Chang’e-7, composta da orbiter, lander e altre sonde incaricate di cercare risorse al Polo sud lunare. La Chang’e-8, prevista nel 2028, dovrebbe spingersi oltre, testando anche tecnologie utili a sfruttare le risorse in loco. Il progetto di lungo periodo è la costruzione di una International Lunar Research Station (ILRS), una stazione di ricerca permanente guidata dalla Cina e sviluppata insieme alla Russia e ad altri partner, con l’obiettivo di completarla entro il 2035. In parallelo, Pechino punta a future missioni con equipaggio. La competizione con il programma americano Artemis è evidente.

Ripercorsa la storia del programma spaziale cinese e analizzati i suoi obiettivi futuri, è possibile soffermarsi su almeno tre elementi che aiutano a comprenderne l’assoluta centralità.

Il primo è la fusione civile-militare. In Cina, il confine tra innovazione civile e impiego strategico è estremamente labile. Ogni progresso nello spazio può tradursi in vantaggi per la difesa, dalla navigazione alla sorveglianza, fino alla precisione dei sistemi missilistici. Ma la ricaduta non è solo militare. Il programma spaziale ha contribuito a migliaia di avanzamenti tecnologici in settori come microelettronica, comunicazioni e manifattura. Lo spazio, quindi, alimenta insieme sicurezza nazionale e sviluppo economico.

Il secondo è il Sogno Cinese (中国梦). Per Xi Jinping, costruire una “potenza spaziale” significa anche mostrare che la Cina è tornata al centro della storia dopo il cosiddetto “secolo dell’umiliazione”, il lungo periodo tra Ottocento e prima metà del Novecento segnato da invasioni, sconfitte e subordinazione alle potenze straniere. Secondo questa narrativa, il successo nello spazio è prova concreta della rinascita nazionale e della capacità del Paese di raggiungere prosperità e forza entro il 2049, il centenario della Repubblica Popolare.

Il terzo elemento riguarda una dimensione ancora più profonda, che alcuni analisti interpretano attraverso il concetto di Tianxia (天下), letteralmente “tutto ciò che sta sotto il cielo”. Nella tradizione cinese, il termine richiama l’idea di uno spazio universale e unitario, organizzato in modo gerarchico attorno a un centro di civiltà e di potere storicamente identificato con la Cina. Applicato al nostro caso, questo non significa che Pechino voglia semplicemente conquistare lo spazio in senso territoriale. Piuttosto, suggerisce la volontà di contribuire a definirne regole, standard, infrastrutture e gerarchie. Anche lo spazio rientra, dunque, in una visione dell’ordine internazionale in cui la Cina non vuole più adattarsi a strutture costruite da altri, ma partecipare direttamente alla loro definizione.

Da programma nato durante la Guerra fredda per garantire la sopravvivenza della nazione in un contesto di feroce bipolarismo, il settore spaziale cinese è diventato oggi una delle punte di diamante dell’ecosistema cinese di economia, innovazione e potenza militare. Tra benefici civili e militari, coronamento del Sogno Cinese e aspirazione a un nuovo ordine “sotto il cielo”, il programma spaziale della Cina è destinato a occupare un ruolo sempre più centrale nel mondo che va gradualmente a delinearsi.

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Sarah Azzurra Spada

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