La Commissione europea chiede a Shein di rispettare i diritti dei consumatori europei

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  Giulia d'Angelis
  14 giugno 2025
  4 minuti, 31 secondi

Nel linguaggio comune si è ormai diffusa l’espressione “fast fashion”, la quale sintetizza una nuova tipologia di modello di produzione dell’industria tessile rapida e a basso costo. Questo fenomeno, noto da almeno un decennio, spinge i consumatori ad acquistare capi nuovi anche quando non vi è un reale bisogno, incoraggiati da una ampia gamma di prodotti tra cui scegliere per rimanere al passo con le tendenze amplificate dai social media.

Le conseguenze del fast fashion

Oltre all’evidente mutamento del modo di fare acquisti - soprattutto online -, questo processo produttivo sta avendo implicazioni dirette anche nei campi dell’ambiente e dei diritti umani. Per quanto riguarda l’impatto ambientale, numerose organizzazioni dedite alla tutela dell’ecosistema ritengono che l’industria del fast fashion sia da ritenere responsabile della creazione di enormi quantità di rifiuti destinati a essere inceneriti oppure trasferiti in discariche già stracolme. Basti menzionare un dato particolarmente allarmante: secondo una recente analisi dell’Agenzia Europea per l’Ambiente, ogni anno una persona in media acquista almeno 19 chilogrammi tra vestiti e scarpe e, al contempo, getta 16 chili di indumenti considerati “vecchi” nella spazzatura, contribuendo alla produzione di quasi 7 milioni di tonnellate di rifiuti tessili solo in Europa.

Le conseguenze devastanti sull’ambiente, tuttavia, non rappresentano l’unico lato negativo di questa nuova “moda istantanea”, la quale nasconde anche un sistema di sfruttamento sistematico di milioni di lavoratori tessili sottopagati, senza diritti né tutele alcune. Perseguendo infatti l’obiettivo di mantenere i prezzi sempre bassi al consumo, le principali catene della moda hanno trasferito all’estero parte della propria produzione, affidandola alla manodopera sottopagata di Paesi quali Bangladesh, Cina, Vietnam e Indonesia, spesso sottovalutando o minimizzando le pessime condizioni di lavoro a cui gli operai tessili - a volte anche minorenni - sono sottoposti. Il più tragico incidente si è verificato nel 2013, con il crollo dell’edificio “Rana Plaza” a Savar, in Bangladesh, il quale provocò 1100 morti e 2500 feriti e fece conoscere al mondo lo sfruttamento e le precarie condizioni in cui versa il settore.


La nascita di Shein

Attualmente, la metà del mercato mondiale della moda veloce è occupato dall’azienda cinese Shein, nata nel 2008 dall’idea dell’imprenditore Chris Xu. La piattaforma di e-commerce, inizialmente destinata alla vendita di abiti da sposa, ha beneficiato di una crescita esponenziale in pochi anni, rendendola una delle app più scaricate al mondo con un fatturato di quasi 10 miliardi di dollari.

Dietro le collezioni che si susseguono a una velocità notevole, a un ritmo di quasi 6000 nuovi capi caricati sulla piattaforma ogni giorno, si nasconde tuttavia un sistema di sfruttamento dei lavoratori - in termini di salari, condizioni igieniche e orari di lavoro - e delle risorse ambientali, in particolare l’acqua che viene utilizzata nei processi di lavorazione dei tessuti.

In aggiunta, uno studio pubblicato da una rivista tedesca sulla qualità dei capi prodotti da Shein ha rilevato la presenza di sostanze nocive e tossiche quali cadmio, piombo e ftalati, a volte in una quantità 15 volte superiore ai limiti stabiliti dal regolamento europeo REACH relativo al trasporto e l’uso di sostanze chimiche.


L’impegno dell’Unione europea per proteggere i consumatori europei

La crescita del fast fashion come modalità di acquisto prediletta anche tra i consumatori europei ha provocato una reazione immediata da parte della Commissione europea, la quale già nel 2022 ha elaborato una serie di linee guida finalizzate a rendere l’industria della moda più sostenibile, attraverso la scelta di tessuti ecosostenibili, una informazione chiara ai consumatori sull’origine dei prodotti e un’esortazione alle aziende del settore ad adottare un approccio rispettoso dell’ambiente. In tale contesto, l’Unione europea dispone anche di una rete di autorità nazionali - denominata Consumer Protection Cooperation Network - incaricata di investigare eventuali violazioni dei diritti dei consumatori.

Recentemente, la Commissione europea e tale organismo hanno dunque chiesto formalmente a Shein di rispettare i diritti dei consumatori europei, a seguito della designazione della piattaforma di e-commerce quale “Very Large Online Platform” in linea con il Digital Services Act.

In particolare, Shein sarebbe ritenuta responsabile di una mancata trasparenza nei sistemi di filtraggio dei contenuti e un’inadeguata struttura di mitigazione dei rischi per la protezione dei consumatori e della salute pubblica. L’indagine, condotta dalle autorità nazionali di Belgio, Francia, Irlanda e Paesi bassi, ha rilevato una serie di pratiche scorrette, tra le quali falsi sconti, informazioni imprecise o mancanti sulle procedure di reso dei prodotti, targhette ingannevoli, false dichiarazioni di sostenibilità e dettagli di contatto nascosti per eventuali reclami.

La palla passa adesso a Shein, la quale dispone di un mese per rispondere alle segnalazioni della Commissione europea: in particolare, il colosso cinese dovrà fornire una motivazione per ciascun elemento emerso dall’indagine e spiegare come intende agire per porvi rimedio, assicurando dunque un ambiente di acquisto online sicuro e affidabile in cui i consumatori europei siano pienamente tutelati.



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L'Autore

Giulia d'Angelis

Giulia d’Angelis è nata a Fondi (LT) nel 2000. Ha frequentato il corso di Laurea Triennale in Scienze politiche e Relazioni internazionali presso La Sapienza, Università di Roma, e si è laureata nell’ottobre 2022 con una tesi sulla Presidenza Sassoli. Ha poi frequentato il corso di Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali e Istituzioni Sovranazionali, presso la medesima Università, laureandosi nell’ottobre 2024 con una tesi sull'allargamento dell'Unione europea. Da sempre appassionata di attualità internazionale, sta approfondendo in particolare l’analisi dell’Unione europea e delle sue politiche, concentrandosi anche sulla proiezione esterna dell’Unione e sui paesi candidati all’adesione nell’Ue.

Attualmente fa parte di Mondo Internazionale come Autrice presso Mondo Internazionale Post - Organizzazioni Internazionali, dove ha modo di analizzare nello specifico le politiche europee e il loro impatto.

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