La complessa posizione di Ankara: hub diplomatico e crocevia di crisi

Per il quinto anno consecutivo, la città turca di Antalya ha ospitato uno dei più grandi forum diplomatici nella regione, creando uno spazio fondamentale per discutere crisi e conflitti globali, permettendo alla Turchia di rafforzare la propria posizione di mediatore e potenza regionale.

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  Cristel Vinciguerra
  23 aprile 2026
  9 minuti, 21 secondi

Questo 19 aprile si è concluso ad Antalya il quinto forum diplomatico ospitato dalla Turchia, nel quale si sono riuniti i Capi di Stato di 20 governi e i rappresentanti di più di 150 Paesi e organizzazioni internazionali.

Il tema annuale del Forum, “Mapping tomorrow, managing uncertainties”, ha ribadito il ruolo della Turchia nel promuovere la cooperazione internazionale e il dialogo come strumenti per risolvere i conflitti e tensioni globali, anche in una regione attualmente al centro di un conflitto dalla portata globale.

Nato nel 2020 con l’intento di promuovere la diplomazia globale in un mondo multipolare, che sempre più riduce il ruolo e l’importanza della cooperazione internazionale, il forum è diventato anche uno degli eventi fondamentali per ribadire il ruolo di middle power della Turchia, e la posizione di mediatore che il Paese cerca di assumere tra Occidente e Oriente, oltre che negli stessi conflitti regionali.

Alcuni degli incontri più di rilievo dell’evento hanno previsto l’incontro di rappresentanti di Arabia Saudita, Egitto, Turchia e Pakistan per discutere dell’attuale guerra di Israele e degli Stati Uniti contro l’Iran, nel tentativo di raggiungere una risposta coordinata e cercare di evitare ulteriore destabilizzazione nella regione, rafforzando inoltre il supporto di Egitto e Turchia ai tentativi di mediazione per un cessate il fuoco portati avanti dal Pakistan.

Centrale nel forum è stato anche l’incontro di leader di Paesi a maggioranza musulmana, per discutere del conflitto in Palestina e del Piano di Pace per Gaza; la posizione strategica della Turchia ha inoltre permesso anche di tenere incontri relativi ai processi di pace tra Armenia e Azerbaijan e allo sviluppo dell’importante Corridoio Transcaspico; non sono mancati inoltre al forum ministri russi e ucraini, permettendo nuovamente alla Turchia di porsi come mediatore nella risoluzione della guerra che oramai da quattro anni prosegue tra i due Paesi europei, e in cui il Governo di Ankara ha saputo muoversi facendo leva sulla propria membership NATO, sui rapporti strategici con Mosca e i suoi interessi nel Mar Nero.

La strategia di Ankara: bilanciare potere e diplomazia

Nella politica estera turca, il Forum diplomatico di Antalya rappresenta chiaramente l’apertura della Turchia al dialogo e alla cooperazione internazionale, impiegati per mantenere e rafforzare l’influenza sull’area balcanica e mediorientale cui storicamente il Paese è legato, ma anche per portare avanti partnership con nuovi Paesi in aree geograficamente più distanti, attratti dalla crescente industria militare turca.

L’opportunismo pragmatico e l’adattabilità che hanno caratterizzato i 12 anni di governo Erdoğan hanno preso una direzione ben distinta a partire dal 2023, anno di insediamento di Hakan Fidan come Ministro degli affari esteri e dell’adozione della dottrina dell’Asse della Turchia, la quale promuove una politica estera in grado di consentire al Paese di muoversi in un mondo multipolare, creando un proprio asse di alleanze, in grado di spaziare dalla NATO alla Russia, dall’Africa alla Cina. L’obiettivo di questa dottrina è quello di consentire alla Turchia di perseguire maggiore autonomia strategica e far fronte alle difficoltà economiche del Paese, uscendo dallo stato di Isolamento auto-imposto in cui il Paese si era ritrovato in seguito alla fase di “preziosa solitudine, iniziata nel 2013 dopo il rovesciamento del Presidente egiziano Mohammed Morsi, stretto alleato di Erdoğan, e seguita dal raffreddamento dei rapporti con il regime di Bashar Al-Assad in Siria e con il governo israeliano, sfociato nel 2019 nella formazione dell’East Mediterranean Gas Forum: un’organizzazione regionale fondata, tra gli altri, proprio da Egitto e Israele, con l’obiettivo di ostacolare l’ascesa della Turchia come principale hub energetico del Mediterraneo.

La politica estera promossa da Fidan ha avuto come cardine principale il riposizionamento della Turchia nella regione medio orientale, e la costruzione sempre più rilevante di una funzione di mediatore svolta dal Paese; se quest’ultimo aspetto è stato particolarmente evidente con il ruolo svolto dal governo Turco nell’iniziativa del Mar Nero, la ricostruzione dei rapporti con i Paesi mediorientali è avvenuta soprattutto a partire dal 2021, attraverso una normalizzazione delle relazioni con Egitto, una progressiva riconciliazione con l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, e una riduzione della pressione sulla Siria, che ha portato nel 2024 il presidente Erdogan a riconoscere pienamente il potere del Presidente Al-Sharaa.

La necessità di avanzare accordi commerciali ha portato il Governo di Ankara a ricostruire una più solida vicinanza con i Paesi del Golfo, favorendo inoltre l’uso di strumenti diplomatici, piuttosto che militari, con l’obiettivo di mantenere una posizione di dominio nella regione tramite garanzie di sicurezza e pace, con il favore di Washington che vede nell’alleato NATO un interlocutore essenziale per il mantenimento della stabilità nella regione, condizione che ha ad oggi mitigato le tensioni tra Israele e Turchia.

Il costante sforzo di mediazione e la promozione della cooperazione con gli attori regionali portato avanti nella politica estera turca nel corso degli ultimi anni ha avuto infatti un importante effetto di deterrenza nei confronti di possibili escalation delle tensioni esistenti tra la Turchia e i Paesi limitrofi; deterrenza che non sarebbe stata però possibile se non supportata dalle crescenti capacità militari della Turchia, che tramite un progressivo sviluppo dell’industria bellica domestica, è riuscita a diventare uno dei maggiori esportatori mondiali di armi a partire dal 2021, diventando un partner militare essenziale per Paesi Euroasiatici e Africani.

Le conseguenze della guerra

Con l’inizio degli attacchi sull’Iran da parte di Israele e Stati Uniti lo scorso 28 febbraio, la Turchia si è trovata a dover contenere una possibile escalation sul proprio territorio, in seguito all’intercettazione di diversi missili iraniani nel proprio spazio aereo, facendo inoltre fronte alle importanti conseguenze economiche della guerra sul piano di ripresa dell’economia turca. 

Anche nel breve periodo, le conseguenze della guerra in Iran hanno portato alla destabilizzazione delle tre maggiori aree d’influenza dell’Asse della Turchia, ovvero i Paesi confinanti, gli stati turchi (e in particolare Cipro Nord), oltre che i Paesi a maggioranza musulmana, fondamentali nella politica pan-islamica di Erdoğan.

Nonostante lo scenario ad alta intensità di crisi e la condanna da parte della Turchia agli attacchi portati avanti dal rivale Israele e dagli Stati Uniti, il Governo di Ankara continua a ribadire l’uso del soft power e della mediazione diplomatica, soprattutto attraverso piattaforme internazionali come l’Antalya Diplomatic forum, proiettando a livello internazionale la stabilità e l’affidabilità del Paese, nonostante la prossimità geografica ad aree di conflitto e grandi tensioni internazionali.

Nonostante il permanere di rivalità regionali e le crisi attive su più fronti nella Regione, la Turchia preserva la sua postura internazionale in maniera attiva, promuovendo cooperazione e spazi rilevanti per l’evoluzione degli equilibri di potere regionale. Un momento di elevata incertezza strategica, il ruolo di Ankara come attore mediatore e piattaforma diplomatica potrebbe incidere in modo significativo sugli assetti futuri, in particolare in relazione agli sviluppi e agli esiti della guerra in Iran.

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L'Autore

Cristel Vinciguerra

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