Durante i giorni precedenti l’inizio della COP 30, le popolazioni indigene dell’Amazzonia si sono mobilitate per manifestare il loro dissenso verso un sistema di cooperazione climatica internazionale, che troppo spesso ha rifiutato di ascoltare le voci delle popolazioni indigene nell’implementare decisioni strategiche per attenuare la crisi climatica.
Le popolazioni indigene sono tra le vittime che sono state più colpite dall’esportazione di pratiche industriali nocive all’ambiente e al clima tramite la colonizzazione. Ma non solo: le popolazioni indigene continuano ad essere vittime di politiche ambientali “verdi” che celano pratiche di greenwashing dannose nei confronti di chi ha fatto del rispetto nei confronti della natura un pilastro della propria esistenza.
Dunque, non solo le popolazioni indigene chiedono di essere ascoltate in quanto vittime sia del cambiamento climatico sia delle politiche che promettono di attenuarlo, ma soprattutto perché rappresentano la voce più attendibile quando si parla di sostenibilità ambientale, proprio in virtù del rapporto di rispetto e co-esistenza che da secoli hanno instaurato con la natura.
Tuttavia, le COP hanno spesso trascurato gli interessi delle popolazioni indigene e si sono rifiutate di collocarle al centro del processo decisionale. Quest’anno, il presidente del Brasile, Luiz Inácio Lula, aveva affermato che le comunità indigene avrebbero avuto un ruolo centrale durante la COP 30.
Queste promesse non hanno impedito a un gruppo di 60 attivisti indigeni di mobilitarsi in una manifestazione che esprimesse la necessità di coinvolgere maggiormente le popolazioni dell’Amazzonia e non solo nei processi decisionali internazionali, come la COP. Gli attivisti hanno intrapreso un viaggio di 25 giorni in barca, partendo dall’Ecuador fino a raggiungere Belém, dove sono arrivati il 10 novembre, durante lo svolgimento della COP 30.
Tra gli obiettivi fondamentali della dimostrazione c’era quello di lanciare un messaggio di unione e cooperazione tra le popolazioni indigene: Leo Cerda, co-organizzatore della Yaku Mama Flotilla, ha affermato che “abbiamo bisogno di un percorso per mobilitarci con le comunità in Amazzonia, con le comunità in Congo, in Asia e in Indonesia, perché tutti questi ecosistemi sono importanti per il mondo intero”. Lucia Ixchiu, portavoce della flotilla, ha anche lei affermato che “per noi, la cosa più importante è costruire solidarietà oltre i confini, perché la situazione globale è molto critica. Abbiamo bisogno, per esempio, di combattere l’inquinamento in Amazzonia”, e che l'obiettivo centrale della manifestazione è creare strategie comuni tra le popolazioni indigene.
Tra le richieste principali che la Yaku Mama Flotillia ha posto alla comunità internazionale figurano una maggiore accessibilità all’acqua potabile e migliori misure per contrastare l’estrazione mineraria, l’esplorazione petrolifera e la violazione dei diritti delle popolazioni indigene.
Leo Cerda, co-organizer nella Yaku Mama Flotilla, afferma: “sappiamo che l’industria dei combustibili fossili fa pressioni sulle negoziazioni climatiche da 30 anni. E per noi è importante partecipare a questi incontri, perché se non siamo al tavolo dei negoziati, siamo il cibo che serviranno per loro stessi. Molti Paesi vogliono le nostre risorse, ma non vogliono garantire i diritti dei popoli indigeni. “Yaku Mama” significa la madre dell’acqua, e per noi l’anaconda rappresenta la madre dell’acqua che ci dà la vita, che inizia nelle Ande e termina nell’Oceano Atlantico. E possiamo vedere come le nostre rive sono state contaminate. Ci sono fiumi morti a causa dell’industria mineraria e dell’industria dei combustibili fossili. Portiamo un messaggio di unità, speranza e riconnessione, sfidando l’eredità coloniale che i colonialisti hanno portato ai nostri territori e ora ne soffriamo direttamente le conseguenze”.
Dunque, l’attivismo delle popolazioni indigene, in concomitanza con la COP 30, ha messo in luce l’urgenza di ripensare la cooperazione internazionale in merito al cambiamento climatico in chiave decoloniale, combinando sostenibilità ecologica con il rispetto delle popolazioni indigene e delle terre da loro abitate.
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L'Autore
Giovanni Graziano
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Amazzonia Indigeni decolonizzazione COP30 Yaku Mama