La crisi energetica di Taiwan tra dipendenza esterna e pressioni geopolitiche cinesi

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  Antonella Franzelli
  18 aprile 2026
  4 minuti, 10 secondi

La guerra in Medio Oriente ha posto in evidenza la debolezza energetica di Taiwan. Taipei, quasi totalmente priva di risorse energetiche interne, è fortemente dipendente dall’esterno: nel 2025, il 95% del fabbisogno energetico nazionale è stato soddisfatto tramite importazioni di fonti energetiche, nello specifico petrolio e gas naturale. Nonostante, negli ultimi due decenni, la dipendenza dal petrolio dell’economia taiwanese sia diminuita in modo costante, l’utilizzo dell’idrocarburo è ancora molto intenso rispetto alle altre maggiori economie mondiali. Inoltre, con la riduzione del petrolio, il gas naturale ha assunto un ruolo sempre più centrale nel mix energetico dell’isola, aumentando in questo modo la dipendenza da un’ulteriore fonte esterna.

Una delle zone di provenienza di queste fonti è il Medio Oriente, da cui provengono il 70% del petrolio e il 38% del gas naturale importati nel 2025. La chiusura dello stretto di Hormuz da parte dell’Iran in risposta agli attacchi israelo-statunitensi ha messo sotto pressione il sistema energetico taiwanese, poiché la maggior parte delle sue forniture sono state interrotte. 

Il Governo ha, tuttavia, rassicurato l’opinione pubblica, garantendo la tenuta delle scorte per il mese di marzo e di aprile. Il Paese, come affermato dal Ministro degli Affari economici, ha adeguate riserve di sicurezza e sta attuando misure di emergenza per garantire forniture energetiche stabili. Tra queste misure, troviamo l’adozione di un approccio strategico diversificato, che permetterà di importare gas statunitense a partire da giugno, e l’attuazione di un meccanismo di mitigazione a doppio prezzo per stabilizzare e controllare i prezzi del petrolio, garantendo che l’indice dei prezzi al consumo non superi il 2%.

In questo contesto, Pechino ha colto l’occasione per offrire garanzie di stabilità energetica, dichiarando la disponibilità di fornire “stable and reliable energy and resource security” ai “compatrioti taiwanesi”, affinché questi ultimi “possano vivere meglio” con il supporto e il sostegno di una “madrepatria forte”, come affermato dal portavoce del China’s Taiwan Affairs Office, Chen Binhu. Secondo Pechino, infatti, la rimozione delle barriere tra le due sponde dello stretto garantirebbe un flusso regolare di risorse e favorirebbe lo sviluppo economico e sociale dell’isola.

La Cina, però, pone una condizione: Taipei deve accettare di rispettare le “regole della madrepatria”. La proposta è, quindi, subordinata a una riunificazione pacifica secondo il modello “one country, two systems. Le intenzioni della Cina, infatti, non sono mai cambiate. Fin dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese, Taiwan è considerata una provincia ribelle da reintegrare per completare il processo di riunificazione nazionale che ha avuto inizio nel 1949 dopo la fine della guerra civile.

L’offerta energetica cinese si inserisce, dunque, in una strategia più ampia di pressione politica e psicologica. Infatti, non è un scelta casuale il rifiuto dell'offerta di Pechino da parte di Taipei, che considera il piano di riunificazione energetica come parte di una vera e propria competizione cognitiva (cognitive warfare). L'aspetto cognitivo è, infatti, una nuova dimensione sulla quale si combattono le guerre, ricorrendo a strumenti atti a influenzare le percezioni e i comportamenti degli individui e a controllare i “cuori e le menti”. La Repubblica Popolare Cinese, in questo caso specifico, utilizzerebbe la leva energetica per insistere sui benefici derivanti da una riunificazione con la madrepatria, cercando, al contempo, di amplificare le divisioni interne a Taiwan.

Se, da un lato, il partito al potere, il Partito Progressista Democratico (DPP), continua a mantenere una linea indipendentista, dall'altro, il principale partito all’opposizione, il Guomindang (KMT), si sta dimostrando propenso a intessere relazioni economiche e diplomatiche più amichevoli e distese con la Cina continentale. A conferma di questo orientamento conciliatorio, ricordiamo che lo scorso 10 aprile la leader del KMT, Cheng Li-wun, ha incontrato a Pechino il Presidente cinese Xi, diventando la prima leader del partito a visitare la Cina negli ultimi dieci anni. Cheng ha presentato l’iniziativa come una missione di pace per ridurre le tensioni e per porre le basi di un futuro in cui Taiwan non rappresenti più un potenziale punto di conflitto ma un “simbolo di pace”. La visita ha suscitato controversie all'interno dell’isola: l’amministrazione del presidente Lai accusa Cheng di avere una posizione troppo filocinese, mentre la leader sostiene che mantenere relazioni tese con la Cina comporterebbe rischi maggiori.

La crisi energetica scatenata dalla guerra in Medio Oriente, dunque, ha reso evidente che la sicurezza energetica non sia solo una questione di approvvigionamenti e non rappresenti una vulnerabilità strutturale per Taiwan, ma diventa un campo di contesa all’interno del più ampio scontro geopolitico e politico nello stretto di Formosa che definirà il futuro di Taiwan.

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L'Autore

Antonella Franzelli

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Asia Orientale

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Taiwan Cina crisi energetica one country two systems